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venerdì 24 marzo 2017

Quei 335 civili uccisi da non dimenticare

 Il 24 marzo 1944 a Roma 335 civili furono uccisi alle Fosse Ardeatine come rappresaglia per la morte di 33 SS per mano partigiana. Da anni la ricorrenza è fonte di polemiche. Questa volta per l’assenza della sindaca Virginia Raggi. Cosa avvenne quel giorno e perché ha senso ricordarlo, soprattutto quando dilagano xenofobie e razzismo.

Anche quest’anno non sono mancate, e prima di sera probabilmente cresceranno, le polemiche intorno alla commemorazione dell’eccidio delle Fosse Ardeatine.


La sindaca del Movimento 5 Stelle ha preso 5 giorni «su suggerimento dei medici», inviando al proprio posto il vice Luca Bergamo. «Una grave offesa», hanno sostenuto le opposizioni, «Sciacallaggio», ha risposto lei su Twitter.

Il rituale delle polemiche si ripete quasi più puntuale del rituale del ricordo. Che non dovrebbe essere affatto un rituale, perché conservare la memoria, trovando il modo migliore per farlo, oltre ad essere salutare, è doveroso. Quanto meno dovrebbe aiutare a far sì, come ripeteva Primo Levi, che se già è avvenuto, se è potuto avvenire, non avvenga mai più.

Allora il fatto: il 24 marzo 1944 – solo 73 anni fa, l’età che hanno ancora molti nonni – 335 civili romani vengono trucidati in rappresaglia per l’uccisione di 33 soldati delle SS del battaglione Bozen in un attentato partigiano in via Rasella, nel centro della capitale.

Sono 5 persone in più di quelle che Hitler in persona – dieci per ogni soldato ucciso – aveva deciso dovessero pagare per quell’affronto, per quell’atto di resistenza, per quell’“attentato terroristico” compiuto in un paese occupato.

Ma forse nel computo andrebbe aggiunta anche Fedele Rasa, una donna sfollata da Gaeta che perse la vita solo perché non aveva sentito l’ordine di allontanarsi dal luogo dove era stata organizzata l’esecuzione.

Destinati al martirio furono i prigionieri di via Tasso, il luogo dove i tedeschi torturavano i sospetti partigiani catturati: i romani che passavano di lì udivano le loro urla dietro le persiane rigorosamente sigillate. In quelle stanze ora c’è il Museo storico della Liberazione. E poi ancora detenuti del carcere storico di Rom
a, Regina Coeli, nel quale in epoca fascista finivano semplici cittadini e prigionieri politici.

C’erano 75 ebrei, 248 cattolici tra cui un prete, negozianti e venditori ambulanti, militari di cui 32 ufficiali, comunisti, socialisti, anarchici, partigiani, carrettieri, artigiani, operai, professori e studenti, ingegneri e avvocati, romani e non.

I criminali non si fecero problemi d’età, le vittime avevano dai 15 ai settantaquattro anni: le ultime sono state identificate solo negli ultimi anni con l’esame del Dna, non essendo stato possibile prima perché i tedeschi tentarono di chiudere le cave con le bombe e resero irriconoscibili molti corpi.

Meriterebbe ricordare i nomi di ognuno, ma valga per tutti le vittime delle Fosse Ardeatine. Luogo che, se non fosse avvenuto quanto è avvenuto, sarebbe rimasto oscuro e dimenticato, essendo quelle nient’altro altro che delle comunissime cave di tufo all’inizio di via Ardeatina, un tempo fuori città. Probabilmente nemmeno i tedeschi, scegliendolo, pensarono che quelle cave sono vicine alle catacombe di San Callisto.

Fra le tante polemiche accumulatesi negli anni, quella ignobile che addossa la responsabilità di quanto è avvenuto a chi, resistendo e tentando di cacciare l’invasore, in definitiva innescò la rappresaglia; e che se, insomma, non ci si fosse ribellati, si fosse piegato il capo, altri non avrebbero pagato.

Ragione questa in più per ricordare la Strage delle Fosse Ardeatine: è un dovere verso chi in quel posto ci ha perso la vita, verso i discendenti e verso coloro che di questo tragico e crudele atto di rappresaglia non sanno nulla. È un dovere verso chi pensa ancora sia meglio tacere, sottomettersi, girarsi dall’altra parte.

Ogni strage andrebbe ricordata. Quelle nazifasciste, terroristiche, volute dalla mafia o dalla criminalità comune. Delle tante, purtroppo, ancora senza responsabili. Tanto più quelle per riconquistare la libertà.

Le fosse Ardeatine furono un crimine di guerra come molte altre perpetrate dai tedeschi con la fattiva collaborazione dei fascisti italiani. Tra questi il commissario di Pubblica Sicurezza Raffaele Alianello; il direttore del carcere di Regina Coeli, Donato Carretta, che tentò poi di rifarsi una verginità e fu vittima della rabbia, degenerata, dei parenti dei morti che lo linciarono mentre attendeva di testimoniare al processo contro il questore Pietro Caruso, fascista della prima ora, e il famigerato Pietro Koch, crudele criminale di guerra, che diede il nome alla famigerata Banda responsabile di omicidi e torture.

Di italiani che sapevano ce ne furono molti. Tutti tentarono di giustificarsi dichiarando che non era possibile non collaborare. La catena di comando tedesca partiva da Hitler per arrivare a Kurt Mälzer, generale comandante della piazza di Roma; Eugen Dollmann, colonnello delle ss che, dopo la guerra godette di protezioni varie; Herbert Kappler, responsabile del rastrellamento degli ebrei di Roma, dell’eccidio delle Fosse Ardeatine e del rastrellamento nel quartiere romano del Quadraro, appena un mese dopo la strage, quando furono deportate circa mille persone. È stato lasciato fuggire ed è morto libero a Soltau. Infine Erich Priebke, che come molti altri nazisti si appellò ai suoi doveri di militare, ovvero obbedire agli ordini: fu organizzatore ed esecutore della strage, è morto a Roma a 100 anni in semilibertà nonostante la condanna all’ergastolo per l’eccidio. I suoi funerali si svolsero nella comunità dei lefreviani di Albano, cittadina medaglia d’argento per la Resistenza, e diedero origine ad una manifestazione dei cittadini dei vari paesi dei Castelli romani che alle Fosse Ardeatine avevano avuto dei morti.

La memoria di questi eventi, in anni recenti, ha dovuto scontrarsi con il tentativo di negazionismo della storia e con una ripresa dei movimenti fascisti e del peggior lato delle loro ideologie. Questi rigurgiti si sono mescolati a spinte razziste e xenofobe, ad atteggiamenti che vorrebbero far prevalere la forza sulla ragione, all’antisemitismo e ai pregiudizi verso l’Islam, impropriamente associato sempre al terrorismo: un tutti contro tutti, un elogio della violenza, un imbarbarimento della comunicazione, un disprezzo per il “diverso”, lo sia per religione, colore della pelle, scelte sessuali, condizione economica e altro ancora.

Ricordare dovrebbe aiutare proprio ad impedire che questo possa dilagare. È quanto TESSERE sta tentando di tessere.

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