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sabato 11 marzo 2017

Berlinguer ti voglio bene

Due tre volumi sono pronti sul tavolino per essere consultati al fine di scrivere poche righe per altro sito. Testo e immagini si confondo, si fondono mentre leggo, le parole mi rapiscono e l’obiettivo primario si perde tra i ricordi e la storia. Il 13 marzo del 1972 Enrico Berlinguer venne eletto Segretario del Partito Comunista Italiano, all’epoca ero un giovane che frequentava la sezione del Pci ma che considerava come un evento lontano nel tempo e nello spazio quell’avvenimento. Ci si preoccupava del paese e della maggioranza di andreottiani che la governava. Solo nel 1975 quest’uomo entrò nella mia vita, fu la prima volta che andai a votare e contravvenendo alle indicazioni del partito votai Berlinguer, che era il capolista, e Ingrao al quinto posto visto che era capolista in Umbria. Sì, lo so, sto parlando di cose anni luce distanti dalla politica attuale, dai giochi e giochetti di questo o quel partito che continuano a perdere seguito, stima e opportunità.

Leggendo leggendo mi sono tornati sotto gli occhi uomini ormai lontani nella memoria, Ugo Baduel a cui è legato un ricordo di un incontro con Berlinguer quando facevo il fattorino per l’Unità, Eugenio Manca solo per citarne due, che onoravano il mestiere di giornalista. Ma non è questione solo di nomi e di personaggi, è fondamentalmente una questione di contenuti. E così, scorrendo il volume Enrico Berlinguer, Edizioni l’Unità S.p.A. Collana Documenti giugno 1985, ho davanti foto che ricordano un periodo ormai fuggito via come il senno dei politicanti attuali. E non sono solo foto ma anche parole che rimarcano questa carenza di principi. Eppure Berlinguer l’ho contestato, come altre migliaia di comunisti, quando teorizzò il compromesso storico, eppure manca un politico della sua caratura che ora, a giorni alterni, viene citato e tirato di qui e di là a seconda di ciò che si vuole difendere o propugnare.
“La politica dei comunisti italiani è stata sempre molto difficile, occorre ricordarlo. Era difficile quella voluta da Gramsci, è stata difficile nel dopoguerra con Togliatti, è difficile oggi. E’ stata e resta una politica che rifiuta le comode semplificazioni, che respinge le superficialità, che condanna la vaniloquenza, che cerca di evitare le mode e i luoghi comuni e, quindi, che ha sempre combattuto innanzitutto nelle sue stesse file, e poi nella società, l’estremismo parolaio, il populismo demagogico, l’anticlericalismo becero. In tal senso la politica dei comunisti italiani, per chi la conduce, come per chi solamente decide di aderirvi, è una politica “scomoda”, che richiede capacità di ragionamento, costante sforzo di comprensione, impegno quotidiano, e rifugge da fuochi di paglia e da manifestazioni puramente esteriori. Questo, come già ben sapevano Gramsci e Togliatti, impone un cammino aspro, non facile, ma ci rende anche più credibili rispetto a chi comunista non è, e ci fa essere più capaci di conquistare sempre nuove e serie forze al partito comunista.”

P.S. Che bel colore il rosso.

1 commento:

Ernest ha detto...

Bellissimo colore il rosso quello vero