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giovedì 30 marzo 2017

Alatri

Se avete iniziato a leggere queste parole con l’idea che vi avventurerete nell’ennesima analisi da quattro soldi sul fattaccio, sul crimine, sull’omicidio barbaro e insensato di un giovane ventenne e sull’omertà, la paura e la voglia di vendetta che circonda il pestaggio, potete anche cambiare pagina e andare a soddisfare il vostro bisogno di abominio sui quotidiani o trasmissioni televisive più o meno serie che siano. 
 
Io parlerò del paese che ricordo e da cui sono andato via nel lontano 1975, non ancora ventenne, perché mi stava stretto, del paese democristiano, o meglio “andreottiano” e dove il suo fido scudiero, Franco Evangelisti, era onnipresente. Il posto dove, nonostante tutto, si poteva ancora vivere più o meno tranquillamente; dove il gay del paese, all’epoca frocio, che faceva il sarto per uomo poteva girare senza che nessuno lo infastidisse o peggio, ma ero piccolo e forse non era così o io non lo sapevo. Il paese contadino che vide spuntare alcune fabbrichette che durarono il tempo di arraffare i soldi della Cassa del Mezzogiorno e poi chiudere, lasciando solo speranze deluse e nuovi disoccupati. La cittadina, la terza per popolazione della provincia di Frosinone, dopo il capoluogo e la Cassino della Fiat, che non ha mai sfruttato l’enorme potenziale turistico rimanendo succube dei visitatori di passaggio o che si spostavano dalla vicina Fiuggi tra un bicchiere e l’altro dell’acqua delle terme.
E’ di questo che voglio parlare, ma non sarà una difesa d’ufficio perché non c’è nulla da difendere, solo da condannare senza indugi, con fermezza, con severità ciò che è accaduto.
Foto tratte dal libro a cura di Piergiorgio Vallorosi Alatri, iconografie del tempo
L’Alatri che ricordo è quella del profumo dei tigli sulla spianata della cattedrale, tutta racchiusa nelle mura megalitiche comunemente dette ciclopiche, dove si passava l’estate a corteggiare le ragazze e giocare a bigliardino o a carte e a tracannare birra al baretto estivo, oppure a cantare e suonare, se qualcuno portava una chitarra. E’ quella delle corse, approssimativi cento metri, sulla statale 155 nei pressi della Stazione ferroviaria poi chiusa per favorire il traffico su gomma. Quanti viaggi sul trenino per andare a Roma all’università o a Fiuggi per lavorare l’estate! Come non ricordare le interminabili partite di pallone nella strada sotto casa, in salita o discesa fate voi, con uno zio che secondo l’umore ci sequestrava il pallone quando non ce lo squarciava proprio. Il convento dei cappuccini, appena fuori dal paese, che ci ospitava nei pomeriggi estivi e non solo, nei suoi campi di calcio o pallavolo/pallacanestro e dove a un certo punto si materializzarono anche le ragazze; dove c'era Fra Fulgenzio che teneva una vipera, a cui toglieva il veleno, dentro una scatola di scarpe sotto il letto e una volta mi ci fece giocare. Lo stesso frate che rinunciò ad insegnarmi a suonare la chitarra perché la impugnavo al senso contrario, fu il primo e ultimo tentativo di imparare a suonare. Frati che mai tentarono approcci proibiti, anche se qualcuno fece ben altro, quando iniziai a contestare alcune cose della chiesa. 
 
Ricordo l’Alatri delle prime ragazze e dell’interminabile andare e venire lungo la passeggiata, l’ingenuità e la spontaneità dei rapporti, delle scoperte, così come ricordo che appena si tornava a casa ci si rendeva conto che tutti già sapevano tutto, con chi si era usciti, dove si era andati e probabilmente anche cosa si era fatto, ma di questo non si parlava.
 
La vita di paese non era tutta rose e fiori, forse nell’adolescenza e giovinezza nemmeno ci facevamo caso ai fatti di cronaca, non erano solo le belle chiese a cui forse nemmeno prestavamo troppa attenzione o le scampagnate, le ragazze, i giochi e altri sollazzi, c’erano anche le difficoltà, se cercavi lavoro era più facile trovarlo rivolgendosi al prete, o al potente di turno che per i canali dovuti e dove essere comunisti aveva molti lati negativi come un padre che accompagna e riprende la figlia liceale per impedirti di incontrarla o che ti impediva di trovare lavoro. E c’era anche allora la piccola delinquenza che non raggiungeva certi livelli. Ma come cantava De Andrè “Non tutti nella capitale / sbocciano i fiori del male, / qualche assassinio senza pretese / lo abbiamo anche noi in paese”. Ecco, ad Alatri si sono allineati.

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