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domenica 21 febbraio 2016

Io, Franco e, volendo, Eco



Il 31 luglio del 2014 morì improvvisamente un amico, caro, carissimo. Anche se non ci si vedeva spesso quando ciò accadeva era come se ci fossimo lasciati il giorno prima. La politica, i figlioli -come diceva lui, le battute, tutto come se il tempo non avesse agito su di noi. Grazie a Fb si era ricreata una certa complicità e grazie al suo essere editore iniziai a scrivere con continuità i miei consigli di lettura che gli amici ben conoscono e sopportano. Fu una cosa dolorosa e fu doloroso anche partecipare al suo funerale. Qualcuno lanciò l’idea di portare un libro per ricordare il suo essere amante dei libri, essere stato prima un venditore dell’Einaudi, libraio e infine editore in quel di Livorno, la casa editrice è Edizioni Erasmo. Mi piacque l’idea anche perché in quei giorni avevo iniziato a scrivere un racconto, che prevedeva una situazione, si potrebbe dire, simile. 

Quell’esperienza pur nella sua drammaticità mi fornì degli spunti per migliorare un mio piccolo divertimento letterario. Portammo Il nome della rosa nell’edizione Bompiani, e ci tenemmo in casa una ristampa pubblicata da un giornale, che era stata letta da non so quante persone oltre noi quattro della famiglia, la copertina era ormai lisa, smangiucchiata come se qualche topo di biblioteca, quelli veri non gli umani, ci avesse banchettato. Perché proprio quel volume e non altri, dello stesso Umberto Eco per esempio? Sinceramente non lo so, non ricordo nemmeno se con Franco avessimo mai parlato de Il nome della rosa. Sicuramente lo portammo perché ci era piaciuto, di certo non perché ci pesasse averlo in casa.

1 commento:

Ernest ha detto...

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