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venerdì 15 gennaio 2016

Un libro da prendere con le molle

Iniziare a leggere un libro sulla Resistenza sapendo che l'autore è un sostenitore della teoria che ci fu quasi una appropriazione indebita da parte della sinistra, comunisti e socialisti, della lotta di liberazione è dura. Già si sa che l'impianto è falsato, perlomeno per chi scrive, non essendo d'accordo con l'impostazione. E spiego, a mio modesto parere, perché avvalendomi delle parole di Pietro Secchia, esponente dell’ala sinistra del Pci. Il 10 febbraio 1954, a guerra finita da pochi anni, veniva costituito il governo presieduto dall'on. Scelba della Democrazia Cristiana, vice-presidente del Consiglio dei ministri era l'on Saragat, da qui il nomignolo di governo SS. Saragat, esponente socialdemocratico, divenne poi Presidente della Repubblica. Di seguito ampi stralci del discorso tenuto al Senato da Pietro Secchia, tratto da "La Resistenza accusa 1945-1973", Mazzotta Editore, 1973. Libro fuori catalogo, si trova su e-bay e altri siti ad un prezzo che varia da 12 a 20€. Il libro uscì postumo, Secchia morì pochi giorni dopo aver finito la scelta e la revisione degli interventi raccolti nel volume. Ma perché proprio Pietro Secchia? Perché Piffer utilizza le parole del dirigente comunista per accreditare la sua tesi e mi pare giusto che le parole di Secchia gli rispondano.

“... E neppure sappiamo se è per pudore che l'on. Scelba ed i suoi compari hanno accuratamente evitato la parola Resistenza, oppure se è perché questa parola preferiscono vederla cancellata dal dizionario, se non della lingua nostra, della recente storia d'Italia. Ad ogni modo noi riteniamo che l'accenno alla liberazione di Roma contenuto nelle dichiarazioni del governo non debba essere trascurato, né tenuto in conto di un qualsiasi pistolotto col quale il discorso doveva pure essere concluso. Per noi la Resistenza e la celebrazione del suo decennale è un problema così importante che abbiamo ritenuto necessario farne oggetto di un intervento specifico. ... Voi avete tradito la Resistenza con l'opera di divisione prima e di discriminazione poi tra i cittadini italiani. La Resistenza, voi lo sapete, non significò soltanto lotta e combattimento, ma significò innanzi tutto unità, unità di tutti gli italiani contro la tirannia, unità di tutte le forze democratiche, di tutte le forze sane della nazione, per liberare la patria prima e poi per ricostruirla, per rinnovarla, per farla sorgere a nuova vita.
Noi oggi lottiamo - pensavano i partigiani - ma poi con la libertà tutti gli italiani avranno una patria, anche i lavoratori saranno parte della nazione, avranno gli stessi diritti di tutti gli altri cittadini. Questo è stato lo spirito della Resistenza che Pietro Calamandrei ha saputo cogliere con parole così efficaci: "Chi esamini con un certo sforzo di serenità e di distacco l'esito del 7 giugno non può non accorgersi che gli svariati errori che possono rimproverarsi alla Democrazia Cristiana ed ai partiti minori ad essa imparentati si riducono agevolmente ad uno che tutti li riassume: avete tradito lo spirito di cooperazione democratica lasciato dalla Resistenza ... " ... Oh! lo so bene che quando noi facciamo queste affermazioni ci si accusa di voler monopolizzare la Resistenza. E' assolutamente falso. Non abbiamo mai voluto e non vogliamo monopolizzare la Resistenza, vogliamo semplicemente che non sia ignorato, né sottovalutato il contributo decisivo dato dalla classe operaia, dai lavoratori, dai loro partiti, in modo particolare dal partito comunista, dal partito socialista e dal movimento Giustizia e Libertà.
Vogliamo non siano falsate le condizioni effettive in cui si è sviluppata la Resistenza in Italia come fatto politico, militare e sociale, vogliamo si sappia - e nessuna mistificazione potrà mutare la realtà storica - quali furono le forze motrici della Resistenza e quali invece forze che, pur partecipando ai Comitati di Liberazione Nazionale, facevano da remora e praticamente agirono per limitare la guerra di Liberazione nazionale e per impedire o fare fallire l'insurrezione nazionale. ... E' ai rappresentanti della classe operaia e dei lavoratori che voi malgrado la Costituzione negate il diritto di partecipare alla direzione della vita del paese. ... Voi potete fare quello che volete, saranno le masse lavoratrici a dare la spinta decisiva per l'azione di rinnovamento sociale: e questa spinta sarà tanto più travolgente quanto più avrete cercato di calpestare la volontà popolare, di farvi gioco delle aspirazioni e degli interessi della nazione. (Vivissimi, prolungati applausi della sinistra, congratulazioni)”.

Quindi, forse, non è il caso di parlare di monopolizzazione della Resistenza e falsi miti creati dalla sinistra ma forse di tradimento, disinteresse, da parte di una certa politica per ciò che era stata la Resistenza avendo la Dc e gli altri partiti di centro i mezzi e la disponibilità economica e culturale per portare avanti una loro visione della lotta di Liberazione, e non guerra civile come l'autore si lascia sfuggire, a differenza di altre forze, vedi gli anarchici, che obiettivamente avevano difficoltà di mezzi e spazi preclusi in ogni caso per dire la loro opinione. Detto questo, e non è poco, c'è da dire che il libro di Tommaso Piffer Il banchiere della resistenza, Mondadori 2005 fuori catalogo ma ancora reperibile con un po' di buona volontà, riporta alla luce un personaggio sconosciuto ai più, Alfredo Pizzoni. Il libro, ben fatto, documentato sarebbe godibile se non fosse viziato irrimediabilmente dalle idee dell’autore, ci da un ritratto di Pizzoni completo a partire dalle origini familiari e lo segue nel suo evolversi di uomo insofferente al fascismo che ad un certo punto accetterà di farsi la famosa tessera del Pnf direi quasi per motivi familiari e che lo porterà ad andare volontario, nonostante la possibilità di essere esonerato dall’essere richiamato alle armi, per un malinteso e donchisciottesco, come dirà lui stesso, tentativo di portare il dissenso all’interno della struttura militare. La seconda esperienza come militare, dopo aver partecipato con onore anche alla Prima Guerra Mondiale, sarà breve e aprirà una profonda crisi verso l’istituzione a cui massimamente credeva anche per l’insegnamento del padre militare di carriera. Ma la disillusione di Pizzoni non si ferma solo all’esercito che gli sembra totalmente inadeguato per ricoprire un ruolo in occasione di un’eventuale caduta del fascismo ma si allarga ad un discorso generazionale e quasi di classe: “La mia generazione è ingrassata e intorpidita, non vuole rinunciare a una comoda vita, fa della fronda da salotto, fa assurgere la famiglia a un freno assoluto a qualsiasi iniziativa comporti un minimo di rischio.”

Nell’evolversi delle cose, che comunque Pizzoni trovava lente nel loro crescere, arriverà ad essere esponente, "perno organizzativo" come si definirà lui stesso, del CLN di Milano e poi del Comitato di Liberazione Nazionale dell'Alta Italia. La sua distanza dai partiti politici, l'equidistanza, lo porterà a ricoprire quel ruolo in maniera egregia. Ma per Piffer non è questo il punto sostanziale della storia di Pizzoni ma la sua scomparsa post guerra dai resoconti, dai libri che la Resistenza hanno narrato. Qualcuno si è spinto a dire che era stato condannato all'oblio, quasi un reietto  su cui doveva cadere la damnatio memoriae. Eppure Pizzoni, morto all'età di 63 anni, era diventato il presidente del Credito Italiano mica della banchetta sfigata di provincia. Era comunque un personaggio pubblico, che, per quanto schivo fosse, avrebbe potuto dire la sua e renderla nota. Evidentemente non volle e si ritrova ora a essere ancora utilizzato "contro" quella Resistenza a cui dette tanto e qualificato contributo. Per la natura stessa del suo compito all’interno della lotta resistenziale, trovare finanziamenti e tessere rapporti con gli alleati, non raggiunse la notorietà che per forza di cosa raggiunsero coloro che la Resistenza la fecero imbracciando le armi. Fu sicuramente un errore non dare spazio anche alle figure di questo tipo.

Inutile nasconderselo, finì stritolato nella lotta tra i partiti maggiori che in vista della vittoria intendevano farsi trovare pronti per la corsa al potere del dopo guerra. Ognuno fece i propri giochi trascurando anche i meriti di tanti partigiani forse più meritevoli di coloro che furono premiati, ma la colpa non può essere ascritta solo agli avversari, specialmente nel caso di Pizzoni. Chi lo lasciò solo? Chi non lo difese in maniera forte? Si scontravano due, a dir poco, visioni del dopoguerra e Pizzoni, purtroppo per lui, era troppo super partes per garantire una delle due visioni in campo o entrambe, di conseguenza pagò politicamente per tutti. Come detto rimase nella vita pubblica nel Credito Italiano, nel 1946 il Congresso americano lo insignì della Medal of Freedom ed è l'unico italiano che ha avuto tale riconoscimento, la Legion d'Onore dalla Francia, fu nominato anche cavaliere di Gran Croce dalla Repubblica Italiana. Nel 1954 ricevette la Medaglia d'oro dei benemeriti del Comune di Milano ma come presidente del Comitato lombardo della Croce Rossa Italiana e non per la sua attività nella Resistenza; da notare che dal 1951 al 1961 fu sindaco di Milano Virgilio Ferrari, socialdemocratico, come espressione di una giunta formata da Dc, Psdi, Pli e Pri, insomma quel centro che lo aveva abbandonato dieci anni prima.

Un libro che si può leggere se si è in grado di scremare i giudizi preconcetti dell’autore, di maggior interesse sicuramente e il libro Alfredo Pizzoni, Alla guida del CLNAI, Bologna, Il Mulino, 1995 ancora disponibile, che l’autore utilizza per la sua opera in chiave revisionistica. Scritto tra il 1945 e il 1952 e che “per sua espressa disposizione, non doveva essere pubblicato che molti anni dopo la sua morte”. Il perché queste memorie abbiano visto la luce, in edizione commerciale, solo nel 1995 è tutta un’altra storia che si inserisce nel dibattito sull’egemonia culturale del Pci, e, visti i giorni nostri, se sia stata vera o meno.

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