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mercoledì 27 gennaio 2016

Il bambino di Noè

Un prete, padre Pons, che come un novello Noè cerca di salvare l'umanità dalla brutalità, dalla ferocia dei nazisti; un bambino ebreo che per salvarsi si trasforma in un perfetto cristiano; una farmacista, detta Perdio, che impersona lo spirito laico, si mescolano nel piccolo libro Il bambino di Noè, 153 pagine Rizzoli 2013 ma già fuori catalogo e rintracciabile con un po' di buona volontà, di Eric-Emmanuel Schmitt. Il prolifico scrittore francese racconta con semplicità, partendo da una storia vera, uno dei tanti episodi accaduti nella martoriata Europa della Seconda Guerra Mondiale. Il piccolo Joseph è di religione ebraica e i genitori per salvarlo lo affidano a padre Pons che ha già altri bambini, tanti, troppi da salvare ospiti del suo collegio Villa Gialla. Joseph è particolarmente sveglio e padre Pons particolarmente tormentato da sentire sulle sue spalle non solo il dovere di proteggere quelle giovani vite ma anche di salvare le testimonianze, la lingua e gli usi di una religione che corre il rischio di svanire sotto il maglio crudele dei nazisti insieme con i suoi fedeli; l'incontro delle due personalità dà luogo a diverse situazioni al limite del credile. Il bimbo, nella sua ingenuità è costretto a crescere in fretta, a confrontarsi con problemi molto più grandi non adatti ad un adulto figuriamoci ad un bambino e si ritrova a dover fare anche da fratello ad un rifugiato più grande di lui, Rudy, rimasto schiacciato dalla fine della sua famiglia.

Scritto con mano leggera entra dentro senza fare rumore, con gentilezza, sembra quasi che non racconti una tragedia che invece è presente in ogni frase del libro. Schmitt sa come far risaltare la tensione anche mantenendola in secondo piano, sembra che tutto scorra tranquillamente ma una frase, una figura che si materializza nelle pagine cambia il piano narrativo. Potrebbe richiamare alla mente La vita è bella di Benigni, ma è solo un'impressione.


Un libro che non cambia la storia, aggiunge solo un piccolo tassello nella ricostruzione, pur se romanzata, dei tanti episodi di solidarietà verso le vittime di una ideologia aberrante che aveva e ha come base la sopraffazione, l'individuazione del diverso come vittima sacrificale. In questi giorni in cui tanto si parla di rifugiati, di gente che scappa dalla guerra, di bimbi morti annegati, di fame e si ricorda l'olocausto degli Ebrei, la Shoah, e anche tutte le altre vittime del nazismo, aggiungo io, anche questo piccolo libro potrebbe essere utile ai nostri giovani, e non solo, per apprendere il valore della solidarietà, dell'uguaglianza e dell'assurdità di considerare chi non la pensa come noi, chi crede in un dio diverso, ha la pelle di un colore più scuro del nostro, un nemico da escludere se non da combattere.

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