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mercoledì 20 gennaio 2016

C'eravamo tanto amati e oggi quasi vi odio

 L'ennesima visione di C'eravamo tanto amati mi ispirò questo post, era il lontano 30 dicembre 2014.

Foto di Rodrigo Pais, grande fotografo de l'Unità.
Noi che siamo nati in provincia, per non dire campagna, abbiamo avuto la fortuna di correre per i prati, guadare fiumiciattoli e farci portare via dalla corrente i sandaletti con l'occhio, scalare collinette che ci sembravano montagne, fare i cento metri sulla statale 155, giocare a pallone e pallavolo in salita, o discesa -è questione di punti di vista, mangiare le more dai rovi e le visciole dagli alberi, arrostire pannocchie e patate sul fuoco, noi che ormai siamo vecchi da rottamare, avevamo le gambe e le braccia perennemente scorticate a sangue su cui si formavano delle belle e dure croste di sangue. Chi non ha mai ceduto al perverso gusto di togliersi quelle croste soffrendo e da cui poi veniva fuori altro sangue che riproduceva croste e via di questo passo per giorni e giorni. Vedere e rivedere C'eravamo tanto amati, gran bel film di Ettore Scola, è come perpetuare il gioco delle croste, croste dell'anima e del sentire politico. Solo che non c'è quel perverso gusto del sacrificio che tanto ci piaceva da piccoli. Di sicuro invece c'è un misto di rabbia, di delusione per ciò che sarebbe potuto essere e non è stato. Analisi impietosa già quando uscì il film nel lontano 1974, quaranta anni fa e sembra ieri. Cruda e crudele nella sua verità la descrizione dei tre personaggi maschili, a voi riflettere su quanti ne avete conosciuti nella vita.

Del film si ricorda la frase "volevamo cambiare il mondo invece il mondo ha cambiato noi" che precede di ben 27 anni quel "La mia generazione ha fallito" di Giorgio Gaber, che come si vede non si è inventato nulla così come, per assonanza, non si è inventato nulla Vasco Rossi con i suoi versi "La cambio io la vita che non ce la fa a cambiare me", insomma tutto un già scritto e letto. Peccato che personalmente non sia d'accordo né con Scola e men che meno con Gaber. Il mondo non mi ha cambiato e non mi sento di aver fallito, ovviamente sul piano personale. Fedele alle mie idee comuniste, vagamente anarcoidi, portate avanti con sufficiente coerenza. Non so se altrettanto possono dirlo tanti di quelli che hanno diretto, guidato e poi affossato il Partito Comunista Italiano e tutta la galassia che si è creata dopo il Big Bang della Bolognina. Inutile mettersi qui a fare il riassunto di una lunga fetta della storia patria dal 1921 in poi. Compulsate un buon testo di storia, rinfrescatevi le idee, fatevi un esame di coscienza e traetene le conclusioni, ognuno nel proprio intimo. In parole povere, come disse qualcuno, fatevi la domanda e datevi la risposta. Perché eravate comunisti? O meglio, perché vi dicevate comunisti?  Se volete rileggetevi l'agile libro "Perché non possiamo non dirci comunisti".

Certo per qualcuno è stato più facile esserlo e dirlo, i toscani, gli emiliani, gli umbri e altri ancora, per molti è stato difficile, duro e si metteva a repentaglio anche la vita, andate a cercarvi storie e fatti d'altri tempi per rendervene conto. Non ho fatto il maestro nella vita e non ho intenzione di farlo ora con un blog. Personalmente lo ero, comunista, e l'ho fatto in un paese dove, non la Dc, gli andreottiani prendevano il 65% dei voti, dove se cercavi lavoro ti dovevi rivolgere al prete, dove con la diffusione vendevi al massimo 50 copie de l'Unità ed era un grande successo, figuratevi andare all'edicola nella piazza principale e comperare l'Unità, il Manifesto e Paese Sera, qualche volta aggiungendovi anche il Corriere dello Sport. Insomma, a parte aver rubacchiato qualche libro e scroccato qualche pranzo pre-manifestazione nella zona di Termini, non ho nulla da rimproverami che mi induca a dire che la vita mi ha cambiato o che ho fallito. Ripeto, altri non so.

Se lo avete rivisto, C'eravamo tanto amati, ricorderete la scena del povero prof. Palumbo che si ribella ai notabili del paese del Sud che pappagallescamente ripetono le parole di Andreotti per esprimere un giudizio su Ladri di biciclette di De Sica. Il compatto inveire contro l'intellettuale di paese, coerente e fermo nelle idee a cui sacrifica, senza costrutto, la famiglia, la carriera scolastica al punto di emigrare a Roma per trovare un ambiente intellettualmente più stimolante ma che lo terrà ai margini per tutta la vita. Ricorderete che Palumbo, interpretato da un ottimo Stefano Satta Flores prematuramente scomparso, partecipa a Lascia o raddoppia e ricorderete che dopo aver vinto nella prima partecipazione tutto il paese si bea e si gloria della vittoria del figlio reietto salvo poi abbandonarlo quando Palumbo non raddoppia. Allora tutti, con la velocità con cui erano saltati sul carro del vincitore, lo abbandonano inveendo contro il loro concittadino. Non voglio essere maligno ma ci vedo molta assonanza con ciò che è accaduto e sta accadendo in quest'ultimo anno. Tutti a bordo pronti a scendere al volo quando il vento cambia. Fedeli all'italico vizio di trasformismo politico e non solo.

Sì, forse sbaglio a crogiolarmi nel mio togliere le croste dai graffi dalle scorticature dell'anima. Non posso farne a meno, così mi ricordo ciò che è stato e mi resta accesa una fiammella di speranza in ciò che potrebbe essere.

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