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mercoledì 9 dicembre 2015

La tossica

L'ospedale è nella periferia sud di Roma, l'avrò visto un paio di volte da fuori quando mi capitava, nei tempi andati, di passare in macchina da quelle parti ma mai, fortunatamente, ci sono dovuto andare né come paziente e nemmeno come visitatore. Tutta la zona mi è ormai straniera, un tempo non lo era. Rallento quando, in lontananza, vedo l'enorme insegna Ospedale, la strada non è delle più sicure e i semafori e gli incroci sono cambiati. Svolto, giro, vado avanti, due volte, finché non sbuco davanti al nosocomio e trovo parcheggio. Sono arrivato presto, troppo presto e decido di andare al bar a prendermi un caffè anche se non ne vedo nessuno. Per fortuna c'è un'edicola in cui trovare informazioni e comperare un quotidiano, più per ingannare il tempo che per informarmi. Come sono cambiate le mie abitudini!

Il bar è pochi metri più avanti nascosto dagli alberi e dal parcheggio. Mi avvio, attraverso la strada e vedo in lontananza una persona, capisco già che "me tocca". E' una ragazza, sembra, è, giovane ma invecchiata presto come tante persone che ho incontrato nella mia vita e che non incontravo da parecchio tempo. Un salto nel passato, un salto negli anni dove ogni giorno nella cronaca di Roma non mancava mai un morto di overdose, dove si teneva il conto mensile delle vite stroncate dalla droga. La ragazza deve essere stata bella, si capisce dalle tracce che la crudeltà della droga non ha ancora cancellato definitivamente. Cosa che purtroppo arriverà comunque. E' solo un'annotazione, anche se fosse stata meno carina non sarebbe cambiato nulla.

Ora mi è davanti, mi guarda negli occhi e mi chiede qualche moneta: "Dammi qualcosa", la voce è bassa, quasi un sussurro e le parole biascicate. E' una coltellata, una violenza. Forse sarà che sono diventato un mollaccione ma questa ragazza, questa tossica come sarà apostrofata da chi l'incontra tutti i giorni, ha qualcosa che non capisco che mi colpisce. Sarà che potrebbe avere l'età delle mie figlie? Sarà che era parecchio che non ne incontravo una? Non lo so. Rovisto nelle tasche ma non ho monete, le ho date all'edicolante. "Vado a prendere il caffè e poi te le do". Farfuglia qualcosa, mette la sua mano ossuta in tasca e la ritira fuori con pochi centesimi nel palmo: "Qualcosa per arrivare fino a questa sera". Ripeto di aspettarmi ma si capisce che non mi crede, chissà quante volte se lo è sentito ripetere. Mi passa per la testa di dirle se vuole venire al bar ma so, per antica esperienza, che avrebbe rifiutato e, nel caso avesse accettato, sarei, saremmo, andati incontro a questioni con il bar, come entità.

Le ripeto di attendermi e vengo meno ai miei "principi": mai dare soldi ai tossici che ci si comprano altra roba. Non posso farne a meno, purtroppo non posso fare altro, perlomeno in quel momento e perché non so cosa potrei fare. Mi avvio verso il bar da dove, sulla soglia, il barista ha visto tutta la scena. Entro, prendo il caffè, pago ed esco convinto che la ragazza sia andata via non avendomi creduto.

Invece è lì, all'angolo della recinzione dove c'è l'apertura del piazzale del bar. E' li con il suo cappotto di finta pelle marrone lungo. Non chiedetemi di che colore erano i suoi capelli o i suoi occhi o altri particolari. Ricordo solo lo smalto delle unghie in disfacimento, il trucco sbaffato e le lacrime di quando mi ha visto. Mi ha parlato ma non ricordo, non ho capito cosa mi ha detto. Ho allungato la mano e le ho dato le monete che avevo recuperato. Poi sono andato via, non mi sono voltato come se la sua situazione fosse in qualche modo colpa mia. Avrei voluto piangere.

Questa storia, minima, me la sono tenuta dentro per quattro giorni e non so nemmeno perché la condivido con voi. Forse sto invecchiando male.

1 commento:

il monticiano ha detto...

Grazie per averlo condiviso con chi ti legge. Un ulteriore ottimo segno del tuo maturare (ma di quale invecchiamento vai cianciando?).
aldo.