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martedì 19 maggio 2015

Storia di un non libro



Di sicuro c’è che erano i primi anni ’90 tutto il resto è una ricostruzione che potrebbe risentire della lontananza degli eventi e delle situazioni. All’epoca acquistò una macchina da scrivere elettronica da un collega. Una Olivetti con un piccolo display su cui scorrevano le lettere che digitava con fretta quasi avesse paura di perderle. Dava la possibilità, lo strumento, di correggere gli errori, non lo utilizzò mai. Aveva acquistato la macchina perché era come un trapano, se non lo hai devi fare i buchi a mano, quando lo hai non lo utilizzi mai. Giaceva lì, su una scrivanietta a prendere polvere. Da quando l’aveva acquistata non aveva avuto più nulla da scrivere. Accadde un giorno qualcosa, nulla di eclatante per la storia del mondo e nemmeno per la sua storia personale, che lo spinse a togliere il coperchio e a sedersi davanti alla macchina per scrivere. Introdusse il foglio e inizio a digitare parole che venivano da sole, si scrivevano da sole al ritmo dei Pink Floyd che aveva messo sul piatto dello stereo. Riempì fogli di segni convenzionali che presi uno ad uno non significavano nulla ma letti di seguito formavano parole, frasi, periodi, paragrafi, capitoli di senso compiuto. Passò mattinate intere seduto a scrivere e sentire musica, alternando rock, classica e canzonette secondo l’umore del giorno. Raccontava una storia, semplice , banale, si potrebbe dire minimalista, che forse non avrebbe interessato nessuno e nessuno avrebbe mai letto. Fino ad allora aveva letto principalmente saggi storici e politici, due palle che non ti dico, e romanzi di un certo peso. Da poco aveva iniziato a leggere anche della semplice narrativa e più leggeva più scopriva che molto se non tutto era già stato detto. Ciò che prima gli sembrava un’idea buona o ottima cominciò ad apparire come una copiatura, come un appropriarsi di ciò che altri avevano scritto. E abbandonò il suo corposo dattiloscritto all’oblio.

Passarono gli anni, pochi a dire il vero, e acquistò un pc di seconda mano, un carcassone con il led verde, o arancione?, che pulsava e sembrava mettergli fretta. Intanto aveva regalato la macchina elettronica ad un idraulico che l’avrebbe utilizzata per fare i preventivi dei lavori che gli avrebbero commissionato. Riprese in mano i fogli abbandonati e iniziò a copiare il tutto in un file senza titolo. Mentre portava avanti il lavoro di moderno amanuense correggeva, cambiava, tagliava, stravolgeva ciò che aveva scritto a suo tempo. Ad ogni foglio copiato strappava in pezzettini infinitesimali la testimonianza di ciò che aveva scritto in passato. Mano a mano che andava avanti prendeva forma un nuovo significato delle parole, nuovi personaggi e nuove ambientazioni anche perché non ricordava più cosa avesse pensato anni prima. Salvò tutto su un dischetto e una mattina se lo portò sul posto di lavoro. Attese la pausa pranzo e introdusse il floppy disk nel pc e aprì il file senza nome e dette il comando di stampa. La stampante a modulo continuo, ovvero con il rullo di carta, andava che era una bellezza, non immaginava di aver scritto tanto. Arrotolò tutto ciò che la stampante gli aveva restituito e lo fermò con un elastico. Lo portò a casa e lo ripose. Lo ripose talmente bene che rimase nascosto per altri anni, questa volta molti di più. Gli ricapitò tra le mani nel 2008, quando con i nuovi e sempre più potenti mezzi offerti dalla rete aprì un blog dove diceva la sua su quello che gli passava per la testa.

Leggere lo scritto mantenendo la forma di rotolo manco fosse un reperto archeologico era difficile quindi, con pazienza, iniziò a tagliarlo in fogli più o meno della stessa lunghezza. E mentre lo copiava in un nuovo file, questa volta con nome, apportava correzioni, tagliava, aggiungeva, stravolgeva di nuovo ciò che era scritto e, come già accaduto, appena copiata una parte frazionava, sminuzzava e buttava il vecchio. Ne pubblicò qualche parte nel blog ma l’interessa dei pochi lettori scemò con rapidità e di nuovo abbandonò l’opera. Evidentemente non era destino che, valida o meno, la sua fatica venisse letta da qualcuno a parte  lui medesimo.

Ormai sono più di venti anni che porta avanti questo gioco con se stesso e sono più di venti anni che le parole si rinnovano, trovano nuova forma, nuovi significati. Matureranno ancora un po’ di tempo sparse nella memoria del pc, in qualche pennetta abbandonata in casa e nella testa del suo autore che non si decide a portare a termine una storia, semplice, banale, che nessuno, probabilmente, leggerà mai.

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