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venerdì 24 aprile 2015

Non si possono dimenticare gli anni neri

Esistono dei libri che sfortunatamente sono stati letti da poche persone e invece avrebbero meritato miglior fortuna, editoriale certamente ma soprattutto di lettori per la valenza morale e storica di ciò che narravano e narrano. Uno di questi è Cronache degli anni neri, Editori Riuniti 1994 300 pagine, all’epoca 28.000 lire, reperibile usato a diversi prezzi nella rete. Il libro, curato da Romano Bilenchi con una presentazione di Bruno Schacherl e il racconto dello stesso Bilenchi sulla genesi della rivista Società, è un’opera preziosa perché raccoglie i racconti apparsi sulla rivista fiorentina Società tra il 1945 e il 1947. Essi furono i primi scritti sulla Seconda Guerra Mondiale, sulla barbarie nazista, sulla complicità dei nostri connazionali in camicia nera ma non solo. Nei racconti, vergati quasi in presa diretta, si narrano anche le gesta di uomini e donne che scelsero diversamente, che misero la loro vita al servizio di una idea di libertà che si raggiunse nel 1945 con l’aiuto delle Forze Alleate. E’ un racconto di Liberazione. E quale occasione migliore per rispolverare questo volume se non il prossimo 25 aprile?

Due settimane fa su queste pagine ho parlato di Pratolini e del suo Un eroe del nostro tempo che tocca gli anni, i mesi, immediatamente successivi alla fine della guerra con una storia inventata, circoscritta nel tempo e nel luogo e che, benché abbia un ampio respiro, si potrebbe dire quasi intimistica, nei racconti curati da Bilenchi siamo invece calati nel pieno della guerra di Liberazione e di tutto ciò che essa ha significato per l’Italia, senza finzioni e artifizi letterarie nonostante narri delle singole avventure, azioni, sensazioni di ognono degli scrittori di intimo, a parte il dramma, sembra non abbiano nulla. Come dice Schacherl nella presentazione il libro “va dunque letto in primo luogo per quello che è: una raccolta di “cronache” sulla guerra, sulla lotta antifascista, sulle stragi, sulla presa di coscienza politica, fino alla consapevole resistenza partigiana. E come tale, vale la pena di riproporlo oggi ad una nuova generazione di lettori nei quali vi è chi vorrebbe cancellare quanto di più prezioso; la memoria storica”.

La prima edizione è del 1984, quella in questione del 1994, figuratevi oggi quanti sono gli italiani che non hanno non dico memoria ma conoscenza di fatti che  a molti farebbe comodo cancellare dalla storia patria e di conseguenza anche dal dibattito politico. E’ capitato qualche volta che vedessi il programma televisivo L’eredità trasmesso come traino per il Tg1 e sono rimasto allibito come concorrenti che si presentano vantando questa o quella laurea, e con aspirazioni di nobili ed impegnative carriere, non riuscissero a collocare storicamente certi accadimenti dell’epoca fascista al punto da far sì che Mussolini fosse ancor vivo, secondo loro, negli anni ’50.

Dentro ogni racconto, per utilizzare ancora le parole di Schacherl, “… c’è il documento; ma c’è insieme un segno preciso, netto di scrittura che conferisce alle tante voci diverse una unità corale. Ed è il segno di liberazione. E’ come se ciascuno dei “cronisti”, nell’atto di dar ordine ai propri ricordi, li accompagnasse con un grido muto: Finalmente!” Finalmente è finita la guerra, le sofferenze, il sopravvivere. Finalmente possiamo raccontare ciò che abbiamo visto, subito e fatto, perlomeno coloro che agirono e non attesero passivamente che altri sacrificassero la vita per il bene di tutti per poi saltare sul carro del vincitore. Racconti vividi, da far rabbrividire, commuovere, indignare, che trasudano sofferenza, pena, coraggio e anche incoscienza; trascritti così come li scrissero gli autori, con gli errori e le imperfezioni originarie.

Romano Bilenchi, dopo una iniziale adesione giovanile al fascismo da cui si staccò nel 1940, e Bruno Schacherl furono antifascisti, partigiani e, se ancora si può dire, comunisti (fu proprio Schacherl a “reclutare” Bilenchi) ma furono anche uomini di pensiero, letterati, scrittori e critici, giornalisti. Intellettuali, insomma, di quelli veri.


La strage di Civitella
Le testimonianze uscirono su Società nei numeri 7/8 del 1946, portano tutte, meno una, la firma di donne, quasi tutte vedove.
Il giorno 29 luglio 1944 uscendo dalla messa alla Cornia, mi accorsi che le truppe SS tedesche si erano già impossessate di tutte quelle località e cioè di Solaia, Marcaggiolo, Burrone e avevano già dato fuoco a tutti quei casolari. Visto questo corsi a casa mia in località Gebbia avvisando tutti che si mettessero in salvo, ma i tedeschi arrivavano a ogni casolare anche il più piccolo passando dalla Cornia e devastando e bruciando case e tutto, e uccidendo uomini e donne. Di lì proseguirono fino a casa mia dando fuoco alla mia abitazione e a tutto il villaggio, uccidendo anche qui uomini e bestiame. Finito di dar fuoco a tutto il villaggio e lasciatolo in fiamme, i tedeschi, sempre più accaniti e inferociti, si precipitarono nei boschi e nei campi alla ricerca degli uomini che vi si erano rifugiati. Fra questi erano mio fratello e altri sette suoi compagni. Furono presi insieme con un suino e un vitello e portati a circa tre chilometri in una località denominata Valle e là quei brutti assassini li uccisero tutti e li bruciarono. Trovammo mio fratello e gli altri dopo sette giorni in una capanna, bruciati e aperti nel ventre. Mio fratello ha lasciato la moglie con cinque bambini rispettivamente di anni uno, nove, undici, tredici e quindici e privi di tutto.
Angiolina Arrigucci

1 commento:

Ernest ha detto...

un post da incorniciare e un libro da leggere assolutamente... queste testimonianze mi fanno scuotere sempre di più la testa per ciò che questo paese è diventato