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giovedì 9 aprile 2015

Il commercio delle tessere

In mezzo a tutti i commenti, più o meno seri, più o meno riusciti, sull'offerta promozionale del Pd questo è quello che mi ha colpito di più: "Assurdo fare la morale su iniziative per sopravvivere." Ecco, la parola sopravvivere è la chiave di lettura di tutto.
E' vero, noi vecchi comunisti forse non riusciamo a tagliare i ponti con ciò che è stato e mai più sarà, ma non abbiamo un altro metro di paragone se non quello che abbiamo vissuto e sperimentato, alcuni sulla propria pelle anche in maniera letterale.
La tessera una volta era il simbolo di adesione, di condivisione, di appartenenza che non veniva data al primo che passava davanti alla sezione. In linea di massima occorreva sempre qualcuno che presentasse il candidato figgiciotto o compagno, qualcuno che garantiva sulla probità del neofita e sulle sue buone intenzioni. Eravamo così pignoli, si potrebbe dire rompicojoni, che persino un cambio di sezione richiedeva una lettera di presentazione da parte della sezione di provenienza. Certo il tutto non evitava che all'interno delle sezioni riuscisse ad "infiltrarsi" qualcuno. 
Memorabili le polemiche sui compagni che non venivano in sezione a ritirare la tessera e con quelli che proponevano di portarla a casa dei ritardatari. "La tessera è un dovere del bravo compagno che la deve venire a ritirare in sezione". I più duri e puri ammettevano l'eccezione solo per i compagni anziani, ma anziani veramente. Figuratevi dare una tessera che dava diritto ad un qualsiasi buono sconto, inimmaginabile. Anzi, su quel cartoncino c'era sempre una frase educativa sui doveri e sui compiti dei bravi compagni.
Il tesseramento si festeggiava con un  rinfresco in sezione che veniva pubblicizzato con tanto di manifesti in giro per il paese o il quartiere a seconda dei casi. Bibite, patatine, pizzette e rustici per i più ricchi. I ricchissimi finivano anche in pizzeria, ognuno a proprie spese, alla romana insomma.
Si sopravviveva portando avanti un'idea, giusta o sbagliata che fosse, ma era l'idea, l'ideale quello che contava e la tessera era solo il segno tangibile di aver accettato quell'idea. La tessera in quanto tale, quindi, non era solo il mezzo per racimolare soldi per far andare avanti l'attività politica della sezione, della zona, della federazione ed infine della direzione nazionale del partito. La tessera era come un documento e come tale andava preservata e conservata. Di certo non serviva né per l'Expo né per una pizza gratis. All'epoca non se ne faceva vile e triviale commercio, a nostro punto di vista quello, il commercio, era caratteristica dei democristiani.
Quindi da vecchio e incallito comunista, sì, ne faccio una questione morale e se il Pd fosse il mio partito mi batterei contro questo mercimonio. Ma, fortunatamente, il Pd non è il mio partito come non lo sono altri. Sono un senza Dio e un senza partito.

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