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lunedì 27 aprile 2015

Arràssusìa di Ida Verrei

Quando si finisce di leggere Arràssusìa di Ida Verrei, edizioni croce 2015, 166 pag 15€ il cartaceo, resta la speranza, quella che per certi versi manca nella saga de L’amica geniale di Elena Ferrante. Così come manca il sole innanzitutto e poi il mare. La scrittrice, nata a Venezia  ma napoletana d’adozione dopo trenta anni passati ad insegnare nella città partenopea, ci regala un libro “leggero” nella scrittura, poetico, a tratti favolistico e con un tocco di mistero soprannaturale, mai cupo nemmeno nei momenti più tragici, che pur non cedendo ai luoghi comuni mantiene salve le caratteristiche dell’immaginario collettivo della città del golfo.  E’ un modo diverso di affrontare la storia dei personaggi e della città. Se proprio si vuole trovare una pecca questa potrebbe essere l’eccesso di ottimismo, di speranza, ma lo si potrebbe prendere anche come un augurio che riguarda tutti noi.

Manù, diminutivo di Vittorio Emanuele, ha passato sette anni in collegio, metà convitto metà asilo per trovatelli e/o orfani. Ha la fortuna, verrebbe da dire rara, di trovare dei religiosi rispettosi, bravi e fedeli alle promesse e gli impegni presi con Dio e con gli uomini che lo conducono fino ai dieci anni quando l’ancor piccolo Manù, dotato di mente fervida e pronta intelligenza, torna dalla madre lasciando i piccoli compagni di sventura. Ida Verrei ci racconta come cresce, tra alti e bassi,  Manù nella casa che ospita la madre da quando si è ritrovata sola, per scelta, con un bambino piccolo; la scoperta che si può essere nonni senza avere nipoti e i primi scontri con le regole che gli adulti impongono. E poi il suo ritrovarsi con Maria Neve, Maruzzella, sorella del suo vecchio amico di collegio Santino.

E’ la Napoli che conosciamo, quella degli anni ’60/70, che già in tanti ci hanno raccontato, ricchi di fervore politico che sfociò in proteste e anche di più e che causò anche lutti e dolori e sempre con il sottofondo di un degrado endemico e in cui il personaggio principale si ritrova coinvolto suo malgrado. L’autrice ci racconta il tutto senza senso di oppressione, cupezza e mancanza di speranza. Pagine che scorrono veloci tra questo o quel monumento, tra i vicoli e i panorami, una leggenda e una preghiera. Un atto d’amore verso la tante volte, troppe, bistrattata Napoli.

Quasi un tentativo di far riconciliare il lettore con la città partenopea. C’è speranza, sempre, specialmente nei giovani, arràssusìa (non sia mai, dio non voglia) che anche questa convinzione venga meno, ci abbandoni. Alla fine c’è un eccesso di buonismo e di espiazione.

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