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martedì 3 marzo 2015

Lei e lui

Lei
Appoggiata al muro guardava dalla finestra con la sua immancabile sigaretta tra le dita. Il panorama imbiancato da una leggera spruzzata di neve non le infondeva calma, non la tranquillizzava, anzi l'assenza di rumore le dava un leggero senso d'inquietudine. Si sentiva sospesa in un mondo che sapeva reale ma che in quel momento non riconosceva. Guardava la campagna come avrebbe potuto guardare una parete bianca, con lo sguardo perso e la mente volta a ben altri pensieri. Aveva freddo anche se la casa era riscaldata, un freddo dell'anima, il freddo dell'anima solitaria che non scalda il corpo. La solitudine ci raffredda. E lei sentiva molto freddo ed era molto fredda.

Foto di Carmen Claudia Mihai
Chissà perché davanti alla finestra e con quel panorama le erano tornate alla mente antiche parole dette che non avevano lasciato traccia nella vita reale eppure ne era stata convinta. Parole appassionate per un amore nascente, promesse scioltesi come la neve che vedeva si sarebbe sciolta il mattino dopo. Eppure si era scaldata con le parole di lui, si era lasciata andare a sogni, pensieri e azioni come da tempo non le accadeva. E ne era contenta, preoccupata ma contenta. Forse con un po' di noncuranza ma quell'amore lo aveva coltivato dentro a lungo, lo aveva cresciuto guardandolo da lontano finché non era sbocciato, del tutto casualmente, una notte in cui lo incontrò. Sembrava che non attendessero altro che riconoscersi, odorarsi, vedersi, toccarsi per far esplodere la passione. Un desiderio comune di darsi e di prendersi a lungo covata nella mente che li lasciò spiazzati, contenti, increduli di come si potesse essere così in sintonia.

Ma le crepe, come in una casa tirata su alla bell'e meglio, non tardarono a farsi vedere. Piccole incrinature, piccoli solchi sull'intonaco di un giovane amore. La prudenza di lui e l'irruenza di lei, le profferte d'amore pieno e incondizionato che lei dichiarava in contrasto con i ti voglio bene di lui. Li univa in compenso una intesa forte di corpi desiderosi di godere l'uno dell'altra. Però le piccole crepe crescevano nei pensieri di lei, ingigantivano senza motivo, senza che lui ne sapesse nulla. Si navigava a vista, si procedeva immersi nella nebbia della vita quotidiana scansando i problemi o sbattendoci contro. Ma si andava avanti. Alle parole non corrispondeva più il pensiero. Aveva negato che ci fosse qualcosa che non andasse, combattuta tra il trattenerlo e scaricarlo come un fuggevole amore. Lui capì non dalle parole inespresse ma dal linguaggio del corpo, dell'abbigliamento, nel chiudersi nei vestiti, che la storia si stava esaurendo. Accese un'altra sigaretta e mentre vedeva gli ultimi fiocchi cadere senza rumore a terra, ricostruiva la fine di un amore.

Non gli disse nulla, nemmeno un ti lascio, nulla. Un lento vivacchiare tenuto in piedi da conversazioni sempre più stanche, sempre più prive di un qualsiasi slancio. Anche la sintonia fisica si era sfasata. La freddezza stava scendendo tra di loro. E lei aveva continuato a tacere. Non una parola, una spiegazione, una richiesta. Niente. Gli parlava del più o del meno come con ad un conoscente o l'uomo con cui si è passata una vita e non resta altro che un'amicizia essendosi la passione esaurita. Un legame stanco senza aver fatto nulla per lasciarlo privo di forze. Questo era diventato nonostante fosse un rapporto ancor giovane. Ma lei continuava a stare zitta, non una parola finché pressata dalle sue richieste non fu costretta ad ammettere che era finita. Ma solo per adesso, un momento di pausa gli diceva. Continuava imperterrita a rimandare e senza comunque dare un perché avesse fatto morire la loro storia. E morì, così senza un perché dichiarato, il loro rapporto.

Lo aveva rivisto tempo dopo, era dentro la sua automobile parcheggiata sulla sinistra di una strada leggermente in salita. Lo vide appena mise piede sul marciapiede e le se strinse tutto, si sentì avvampare, come se le avessero dato fuoco. Ormai non poteva tornare indietro altrimenti avrebbe fatto capire che lo aveva visto, inforcò gli occhiali da sole anche se non ce ne era bisogno ma d'altronde era un suo vezzo e lui non avrebbe sospettato nulla. Si avviò e mentre si avvicinava alla macchina il suo cervello formulava pensieri, desideri, speranze a ritmo convulso. Lo vedeva che si faceva piccolo all'interno dell'abitacolo, scivolava sempre più giù sotto lo sterzo. Apri quella portiera, esci fuori, bloccami, stringimi, baciami, fammi sentire il tuo corpo contro il mio, buttami sul sedile e portami via, rapiscimi. E nello stesso tempo sperava che non lo facesse, che si rintanasse ancora di più, che fosse capace di smaterializzarsi. Chiuse un attimo gli occhi e li riaprì, era ancora lì anche se ormai gli si vedeva solo una parte della testa. Sorrise e lo riconobbe nel suo modo di fare che tanto le piaceva e che tanto la infastidiva. Attendeva sempre che qualcosa accadesse, che le situazioni lo spingessero. Solo quando erano soli prendeva l'iniziativa, specialmente sul letto. Ormai era davanti alla portiera, continuò a camminare e passò oltre l'automobile. Non era successo nulla, purtroppo o per fortuna, né ciò che temeva, né ciò che sperava. Una lacrima di dispiacere o di rabbia le scese. Voltò l'angolo con l'ultima speranza, sentire la sua voce che la chiamava. Non accadde neanche questo. Andò via e si impose di non pensarci più anche se sapeva che sarebbe stato difficile.

Ora ferma davanti alla finestra, con il gelo che invadeva la campagna sul farsi sera, non poteva non pensare a ciò che non era stato. Forse fu solo paura, si disse, paura di soffrire un domani e allora meglio troncare subito prima che il legame, non lo chiamava più amore, si rafforzasse. Una piccola, leggera lacrima, le scese sul volto. Sapeva di mentire a se stessa ma accettò la scusa che si era data. La interiorizzò, ebbe un attimo di rimpianto per il suo calore, la voce, le mani, gli occhi. Per tutto il suo essere. Si versò un bicchiere di vino, accese un'altra sigaretta e tirò giù la tapparella. Ora, con la pietosa bugia che si era raccontata, aveva chiuso veramente la loro storia.


Lui
La fitta pioggia batteva sul vetro della finestra, quasi non si vedeva più nulla, nemmeno la strada dritta che sembrava si interrompesse sotto la sua finestra. Ogni tanto calava l'intensità e allora l'occhio arrivava fino alla fine della strada, qualche rara automobile alzava onde d'acqua sporca che si infrangevano sui muri delle case o sui marciapiedi deserti. Si accese una sigaretta, con l'avambraccio tolse un po' di vapore dal vetro per poter continuare a guardare fuori, quel paesaggio confuso dai vapori e dalla pioggia che ancora cadeva. Ogni tanto vedeva una figura che s'avanzava sotto l'ombrello lungo la strada ma, a ben guardare, non c'era nessuno. Era solo la sua immaginazione che l'assecondava facendogli vedere ciò che lui sperava. Eccola, è lei, avrà preso lo spruzzo della macchina poverina. E invece no, solo un gioco d'acqua e di luce e di fantasia mista a speranza.

Ormai non gli rimaneva che un piccolo barlume di speranza, quasi un fuoco fatuo che solo a guardarlo svaniva nel nulla. Non ricordava più il suo profumo che pure gli piaceva tanto, neppure il suo sapore e il suo calore per non dire della voce che era diventata un mormorio nella memoria. Era ormai una figura indistinta persa nel mare dei ricordi piacevoli. Eppure ancora sperava di vederla, sentirla non fosse altro che per avere una parola di spiegazione. Lei non lo sapeva e non lo avrebbe saputo, ma l'aveva rivista, sola, e si aggrappava a quella figura che camminava solitaria per le vie di Roma per coltivare un qualcosa che non era più semmai fosse stato. Era accaduto per caso, o forse no o forse era stata solo una coincidenza cercata, creata ad arte. La vide uscire dal portone, guardarsi intorno e mettersi gli occhiali da sole anche se di quest'ultimo non c'era traccia, una sua mania che ben conosceva. La vide avanzare con il suo passo che ben conosceva e con la sigaretta in mano. Che faccio scendo e la fermo? Attendo che mi passi davanti e allungo il braccio dal finestrino? E se grida? Le domande si accavallavano mentre scivolava sul sedile e si nascondeva dietro lo sterzo, avrebbe voluto scomparire anche se sapeva che non sarebbe stato possibile. Se scendo le chiedo "Perché?" Oppure l'abbraccio? E mentre lui si poneva le sue consuete domande lei gli passò accanto, non scese, non aprì lo sportello, non la fermò, men che meno la strinse a sé. La lasciò andare come pensava fosse suo desiderio. E aprì le porte al rimpianto.

E ora, dietro la finestra attendeva di vederla arrivare, sotto la pioggia. Attendeva il suono del campanello che ormai trillava solo per il postino. L'avrebbe fatta entrare, senza una parola, l'avrebbe asciugata e stretta forte al suo corpo per ridarle calore.

Ma queste cose accadono solo nei libri.

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