Pagine

giovedì 12 febbraio 2015

La quasi luna della Sebold non sorge

“Alla fin fine, ammazzare mia madre mi è venuto facile”, inizia così La quasi luna di Alice Sebold, edizioni e/o, 320 pagine, 18€ il libro. Se superate questo scoglio, sapendo che il libro non è un giallo ma vorrebbe essere un romanzo che scava nei meccanismi familiari, spesso corrotti, malati e che si ripercuotono sulla vita dei figli, arriverete alla fine con facilità, senza rimpianti per averlo letto ma anche con la sensazione che potevate farne a meno. La parte gialla, diciamo così, arriva solo nelle ultime pagine ed è abborracciata, scritta a tirare via pur di dare un finale a una storia che tutto sommato si mantiene sul pelo dell’acqua senza veramente incidere nell’analisi dei meccanismi familiari in genere e in particolare in quelli tra madre e figlia. Ancor meno tra una madre malata e una figlia piccola, in via di formazione.

Ammazzare una madre solo perché anziana, vecchia, e con la demenza che l’ha accompagnata fin da giovane aggravata dai disturbi anche fisici dell’età non è una soluzione, almeno così spero sia ancora per molti. Nell’omicidio non c’è traccia d’eutanasia, di sacrificio fatto per amore della vittima. Forse solo stanchezza e un odio-amore che ha condizionato la vita di Helen fino all’atto estremo. Non premeditato e portato a termine con un’improntitudine che avvalora l’ipotesi che la stessa figlia sia vittima di un qualche male di vivere che giaceva nella sua psiche e venuto a galla all’improvviso. Un omicidio banale nell’ipotesi e nella forma. Verrebbe da dire sciatto, senza alcuna logica nello svolgimento dell’atto stesso e in tutte le azioni che ne conseguono.

Anche la rievocazione della vita della piccola Helen fino ai cinquanta anni, con un marito,  due figlie e dei genitori lascia insoddisfatti, non c’è profondità anche se mentre si legge si procede speditamente perché la scrittura è piacevole. La figura del padre resta sempre in secondo piano anche se ha un’importanza notevole, con le sue assenze, nella formazione della bambina e che comunque sarà il primo a cedere nei complicati rapporti familiari. Il colpo di grazia alla già instabile mente di Clair, molto bella in gioventù, arriva con un incidente che coinvolge un bambino proprio davanti l’ingresso si casa. L’agorafobia che già l’attanaglia si eleva alla massima potenza tanto da costringerla perennemente in casa e, nelle rare volte che ne deve uscire, si copre, e per me qui c’è stato un aspetto comico, come Et quando deve fuggire per raggiungere l’astronave.

In alcuni punti, i più coinvolgenti, vi porterà a riflettere sui rapporti con i vostri genitori, ma sarà solo un momento perché fortunatamente non tutti i genitori sono dementi e non tutti i figli pensano all’omicidio per risolvere i problemi che nel corso della vita si sono creati. Ci sono altri metodi e altre possibilità. Forse se avesse sviluppato il tema virandolo sull’eutanasia, sugli aspetti morali e materiali di una scelta dolorosa ma cosciente o sui ghetti delle case per anziani avrebbe reso un servizio migliore ai lettori e alla letteratura.

Alla fin fine non si capisce se la scelta di Helen sia stata fatta per odio o per amore così come non si capisce se il libro valga la pena o meno di leggerlo.

Nessun commento: