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martedì 27 gennaio 2015

L'Agnese va a morire, un recupero della memoria

Eppure rileggersi qualche buon romanzo non fa male, anzi, aiuta a capire quello che ci sta succedendo intorno in questo periodo. Sempre più spesso accade che quando si prende una posizione si viene liquidati con uno sbrigativo “Sei di parte” o un altrettanto liquidatorio “Ancora stiamo a parlare di fascismo”. Ecco, rileggersi L’Agnese va a morire, di Renata Viganò, Einaudi Tascabili 1994, 246 pagine, reperibile in diverse edizioni e prezzo, può essere utile. Basterebbe anche un buon manuale di storia ma vista la pigrizia di molti forse un romanzo basato sulla realtà potrebbe essere meglio. E se proprio non volete leggere almeno vedetevi il film di Giuliano Montaldo.

Occorre essere di parte, sempre, per portare avanti delle idee, occorre abbracciarle e tenerle al caldo, farle germogliare anche in un animo semplice come quello di Agnese che quando i tedeschi gli portano via il marito, il buon Palita, denunciato dai vicini di casa perché avevano ospitato un fuggiasco dopo l’otto settembre, non ha dubbi su quale strada prendere e da quale parte stare. Dopo la deportazione la donna, robusta lavandaia dedita alla casa e al marito malato, ha la conferma di ciò che già sapeva. Il fragile Palita era un membro attivo del Partito Comunista e i compagni gli fanno sapere che può contare su di loro. Nella sua semplicità di donna contadina si rende disponibile, in caso dovesse esserci qualcosa di utile da fare, venendo subito arruolata come staffetta. Palita non c’è più e lei, nel suo intimo, sa che è morto; ne avrà conferma il giorno in cui si troverà alla porta il giovane figlio di Cencio, che era stato caricato sullo stesso treno diretto in Germania, verso un campo di concentramento. Palita, infatti, già malato, non vi arriverà mai e morirà durante il viaggio come molti altri sventurati, bambini, donne e anziani. Grazie alla morte del marito di Agnese il giovane troverà la via della fuga per tornare al paese.

Ferma nei suoi propositi di non collaborare con i fascisti e i nazisti, Agnese smette di lavorare e si dedica sempre più al sostegno della lotta clandestina. Ma arriverà il momento di fare una scelta definitiva, indotta dalla morte della gatta grigia di Palita brutalmente uccisa da un tedesco per gioco, diciamo così. Non gioca però Agnese, quando ammazza il soldato nazista: ha scelto da che parte stare e sa a quali conseguenze si espone. Sceglie di essere di parte, quella che a lei, e a tanti altri italiani, sembra essere quella giusta accettandone gli oneri, poiché di onori non se ne parla, troppo occupati a combattere cercando di portare a casa la pelle e a difendere la libertà. Per molti non ci furono gli onori nemmeno finita la guerra. Sopraffatti dai voltagabbana bravi a saltare e mimetizzarsi sul carro dei vincitori.

Come la stessa autrice ci ricorda in un articolo scritto nel 1949 per l’Unità, e riportato alla fine del volume, La storia di Agnese non è una fantasia, è la storia di tanti uomini e donne che seppero da quale parte stare e lo fecero senza pensare al tornaconto personale, lo fecero per altruismo e perché stanchi di stare sotto il giogo di vili e tracotanti fascisti, forti solo quando erano con i soldati tedeschi. Un ritratto di donna che pervade e colma le pagine del libro fino alla fine, una storia vera che una volta era data come lettura nelle scuole; infatti l’introduzione di Sebastiano Vassalli è “tratta da L’Agnese va a morire, Letture per la scuola media”.

E così tocchiamo l’altro punto, non c’è più memoria di ciò che è stato il nostro passato, non c’è più memoria della lotta portata avanti da una minoranza di italiani per ridare dignità a questo Paese. Non ci possiamo quindi stupire se ci ritroviamo con movimenti neo-fascisti sempre più attivi, violenti e inquinanti la nostra società. Occorre sapere per poter essere di parte, occorre saper essere dalla parte giusta nella difesa di certi valori. L’uguaglianza, il rispetto, il lavoro, i diritti di tutti. C’è stato un periodo, che non so se sia mai finito, che ci si lamentava dell’eccessiva retorica resistenziale, ho l’impressione che il passo successivo sia stato troppo repentino e definitivo.

3 commenti:

il monticiano ha detto...

Ehi Gap, tu che sei più aggiornato di me oltre al fatto che memoria e cervello a te funzionano a mille e a me a cinquanta, ma è sempre un reato l'apologia del fascismo?

listener-mgneros ha detto...

Ne ho le palle piene:
si è cominciato con l'8 marzo trasformandolo da una giornata per le donne ad una ridicola serata di caccia alla finta trasgressione, poi si è andati avanti con il primo maggio abolendo il diritto a non lavorare quel giorno, sostituito dal dovere previsto nei nuovi contratti usa e getta. Così se festeggi la festa dei lavoratori passi direttamente alle liste di disoccupazione, in cambio però c'è sempre il concertone retorico a Roma. Poi non bastava, ogni 25 aprile sento parlare di riconciliazione, riconciliazione con chi? Coi fascisti?! Con le camicie nere? con un popolo di conigli pronti a immolarsi per il volere di un pagliaccio insaguinato? Porco dio, scusami la bestemmia, ma questa cosa mi fa saltare un embolo solo a pensarla. Adesso il giorno della memoria, dove si fa un minestrone di pentitismo cattolico e di buoni, e fradici, fioretti per il futuro. Ma intanto in questo paese non abbiamo mai avuto un processo stile Norimberga o Tokyo per giudicare i crimini di guerra fascisti. Ed io ricordo mia Nonna che quando sentiva la gente dire "come parla bene almirante" si incazzava come una iena per ogni giorno che aveva passato, per più di 20 anni, a nascondersi cercando di salvare la sua famiglia. Lo ricordo ogni giorno e non in una festività oramai scenografica e come ho scritto altrove "sbianca coscienze. Scusa il pessimo stile, ma io su 'ste cose non riesco per un cazzo a mantenere la calma!

Gap ha detto...

Sì, caro Aldo, ma sembra che non interessi più nessuno o quasi.