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giovedì 18 dicembre 2014

Cuba e le Meraviglie lontane

Inizia tutto con un uragano, di quelli disastrosi come si verificano nei paesi caraibici, e la distruzione che porta con sé. Siamo in un piccolo paese sulla costa cubana, Maisì, e gli abitanti, nel lontano 1963, scappano e coloro che non lo fanno vengono presi dai mezzi dell’esercito castrista da poco salito al potere. Vengono salvati a forza, anche chi ormai si era rassegnato o aveva scelto di morire. Così accade anche a Maria Sirena, anziana donna che sa di essere malata e giunta quasi al capolinea. Portata in salvo, con altre vecchie signore e una giovane malata di cancro, in un vecchio palazzo signorile, Villa Velasquez, risalente all’occupazione spagnola e in cui abitava il governatore spagnolo, ricorda gli accadimenti della vita partendo dai racconti della madre che le narravano l’epopea degli avi. Lo fa senza vergogna davanti a tutte, spinta dall’esigenza di raccontare per tramandare. Lo fa tenendo avvinto il piccolo uditorio grazie alle capacità narrative sviluppate facendo la lectora nelle fabbriche di sigari di Cuba, mentre gli uomini arrotolavano sigari ella li intratteneva con letture da Dumas o mettendoci anche le sue personali narrazioni. Ciò che racconta crea un diversivo per le anziane spaventate, pur nella sua crudezza e spaventosità secondo la loro morale, ha un che di consolatorio, un trascinarle con e nella fantasia ben sapendo che sono ancorate alla realtà. Un po’ come i racconti nelle stalle delle campagne italiane. Chi poteva, grazie a innate capacità affabulatorie, intratteneva gli astanti al caldo dei ricoveri degli animali con storie inventate, che spesso sconfinavano in fantasiosi racconti di streghe o violenti tratti dai fatti di cronaca, ma mai avulse dalla realtà del mondo contadino.

La narrazione di Meraviglie lontane, Chantel Acevedo, edizioni e/o 2014, 296 pagine 18€, parte da lontano, dalla dominazione spagnola e man mano incontra quelli che saranno e sono i tratti caratteristici di molta narrativa centro-sud americana, razzismo, dominazione, ribellione, amore, fatica, sangue, sudore, allegria e gli immancabili americani che tanta parte hanno avuto e hanno tuttora nella vita dell’isola di Cuba. Solo in questi giorni si sta parlando, grazie ad Obama e Raul Castro, di abolire l’anacronistico embargo commerciale per non parlare della Baia dei Porci e di Guantanamo che molti non sanno collocare e di conseguenza non sanno che la base è a Cuba e altro ancora tutto mescolato in vite irripetibili che abbiamo conosciuto grazie ad autori come Amado, Marquez, Vargas Llosa, Guimarães Rosa, una parte di Isabel Allende e tanti altri.

Chantel Acevedo, americana di origine cubana, tratteggia con passione e partecipazione i suoi personaggi, descrive i rapporti che si instaurano, o si recuperano, tra le “recluse” nella villa spagnoleggiante con veridicità, con calore. Gli stessi che ritroviamo nelle narrazioni riguardanti il colonialismo e la lotta di liberazione. Un buon romanzo che ci riporta alla memoria anche un periodo della vita di Cuba dimenticato o sconosciuto ai più. Infatti sembra che la storia cubana sia iniziata con l’avvento di Fidel Castro, tutta la storia precedente è azzerata, mai citata. Una narrazione venata da critiche verso il castrismo ma anche la politica americana e dominata da Lulù, mitico personaggio femminile cantato da una donna con le parole che merita.

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