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sabato 9 agosto 2014

I ricordi non fanno rumore

La piccola piazza bianca di pietra e di sole. La luce si riverbera in ogni dove, come se le pietre della pavimentazione e dei muri la respingessero. Sole, luce e caldo asfissiante come è giusto che sia d'agosto. Non un uccello, un'ape, una mosca. Non un albero, una siepe, un vaso di fiori a mitigare il tutto. Le porte e le finestre sono sprangate per resistere all'assalto portato dall'astro. Solo una macchia di verde brillante si staglia nella luce. Una panchina. Se non si dubitasse del buon gusto di molti amministratori locali si potrebbe pensare ad una installazione d'arte moderna. E' deserta nell'ora pomeridiana, anzi no. Una piazza di un piccolo paese in un pomeriggio estivo.
Dalla porta ritagliata nelle antiche mura si vede un mondo diverso. Vecchi seduti all'ombra che fumano, bambini che giocano o mangiano il gelato, automobili che passano, qualcuna si ferma, un vigile urbano, un bus di linea che scarica poca gente. E' tutto chiuso, tranne il bar, nella canicola pomeridiana.
All'interno del vecchio borgo tutto rimane immobile, anche l'aria e la luce. Solo la panchina verde si anima. Un movimento, uno solo, appena percettibile, una testa che si gira verso l'unica strada, contrapposta alla porta d'ingresso, per vedere un altro movimento lento, silenzioso, felpato. Un gatto che subito scompare in un buco nel muro. E tutto torna immoto.
Negli occhi del vecchio c'è un velo, ma non è la cataratta, e nemmeno lacrime. Forse un ricordo.
Sotto il sole cocente, riposiziona lo sguardo sull'antica porta giusto in tempo per vedere due persone che entrano in quel mondo apparentemente abitato solo da lui. Un uomo e una donna, lui tiene una mano sulle spalle seminude di lei. E' rigido, volge il capo a destra e sinistra, guarda, controlla. Lei è più sciolta ma ha nel viso un qualcosa che non la rende tranquilla, è indispettita. Sicuramente sono una coppia non coppia. Una volta si sarebbe detto clandestini. Lui più di lei e forse è proprio questo che urta la donna.
Si baciano, parlano, lui più di lei, gira lo sguardo sulle antiche pietre e parla. Forse per intuito, forse perché sa, forse per riempire il vuoto della piazza. Camminano chiusi nel loro mondo, nemmeno si accorgono della presenza dell'uomo seduto sulla panchina. Si avviano verso l'unica strada che si inoltra nel borgo. Il vecchio rimane solo con i suoi pensieri e con quelli della coppia. Sa già cosa diranno, quali saranno i loro commenti. Vedi, dirà uno dei due, sono quasi tutti stranieri, stanno ripopolando ciò che noi italiani abbiamo abbandonato. In effetti è così, il vecchio lo sa. Sui campanelli delle case è un fiorire di nomi slavi e africani e lì dove non ci sono ci saranno appena saranno finiti i lavori di ristrutturazione. Immagina, il vecchio, le mani di lui scendere verso le forme di lei e la reazione tra l'infastidito e il piacere della donna. Si baceranno ancora, non possono fare altro.
Alla fine della breve strada c'è una terrazza con vista sulla valle. Tutti vi si fermano, a guardare il panorama che non offre nulla di particolare. Qualche casa, qualche capannone, un boschetto ma tutti a guardare, forse perché il paese non è che offra molto altro. Ci si arriva quasi per sbaglio, senza un motivo particolare. E lì, sulla piccola terrazza, la coppia si bacia, il vecchio lo sa con certezza. Gli sembra di sentire l'ansimare, il frusciare delle stoffe sotto le mani. Le parole sussurrate.
La voglia di entrambi. Si sono visti per questo, per conoscersi anche carnalmente. Avranno già consumato l'antico rito? Ecco questo il vecchio non lo sa e non potrà saperlo mai. Non gli resta che la fantasia per potersi figurare l'urgenza del desiderio di entrambi.
Un sorriso sulle labbra del vecchio. Il braccio destro abbandonato al di fuori della panchina, la sigaretta che si consuma. Chiude gli occhi, non sente il ticchettare delle scarpe di lei sulla via del ritorno. Non sente il loro chiacchiericcio e nemmeno una risata. Non li vede passare. Forse perché non c'è nessuno. I ricordi non fanno rumore e nemmeno si fanno vedere.
Lo trovarono dopo un paio d'ore. Un polacco al ritorno dal lavoro. Erano solito bersi un bianco ghiacciato al bar fuori porta. Era ancora lì, con il sorriso sulle labbra. I carabinieri trovarono nel suo portafogli un foglio scritto al computer. Vecchio, con i segni delle piegature marcati. Era quasi strappato. C'erano dei versi.

Perché dovrei ricordarti?
Forse
per i tuoi occhi,
con cui non vedrò più il mondo.
Forse
per le tue mani,
che non esploreranno più il mio corpo.
Forse
per le tue gambe,
che non cammineranno più con me.
Forse
per le tue labbra,
con cui non mi bacerai più.
Forse
per il tuo corpo,
da cui non trarrò più piacere.

Venerdì
Nonostante fosse ormai quasi sera la luce i il sole non accennavano ad andare via. Un lenzuolo bianco copriva il corpo seduto sulla panchina. Un giovane carabiniere teneva a bada i curiosi sulla porta della piazza. Il Maresciallo parlava con Adam, Adam il polacco, e gli chiedeva chi fosse il vecchio, ma lo era poi realmente, morto in un pomeriggio d’estate su una panchina assolata in una piazza di un piccolo paese dove di solito ci si accorgeva di tutto.
-Si è presentato a casa un po’ di anni fa. Ha suonato da me perché gli avevano detto che avevo un piccolo appartamentino libero …
-Scusa Adam, i due si conoscevano bene anche perché il polacco aveva fatto dei lavori in casa del Maresciallo, e tu come facevi ad avere un appartamento libero da affittare?
-Marescià, parliamo del morto o di me? Se poi vuole gli racconto la mia vita.
Con un sorriso il graduato accusò il colpo e gli fece cenno di proseguire ma lo bloccò subito per chiamare a sé il carabiniere e dirgli di sollecitare l’ambulanza per rimuovere il cadavere. Appena il milite aveva lasciato il fornice i curiosi si erano fatti avanti invadendo la piccola piazza, dovette alzare la voce per farli indietreggiare facendo sorridere il maresciallo.
-Allora, Adam, lo conoscevi bene?
-Diciamo di sì. Abitava in casa da anni ormai ma non è che fosse un tipo espansivo. Avevamo buoni rapporti, ottimi, ma ognuno si faceva i fatti propri. Io ho aiutato lui e lui ha aiutato me.
-Sai almeno come si chiamava di cognome?
-No, mai detto. Non riceveva nemmeno molta posta, ma uscendo io di casa all’alba e tornando il pomeriggio tardi di certo non posso giurare che nessuno gli scrivesse. Per me era Filippo e basta.
-Hai la chiave del suo appartamento?
-Non c’è bisogno di alcuna chiave, basta aprire il portone di casa e poi dentro non abbiamo mai chiuso le porte a chiave. Era sottinteso che gli spazi privati rimanessero tali.
-Adam, lo sai, disse con un sorrisetto perfido il Maresciallo Guida, che non me la conti giusta?
-Sarebbe?
-Hai due appartamenti, parli benissimo italiano, ma sei certo di essere polacco?
-Se un giorno mi offre una birra bella fresca le racconto la mia storia, negli ultimi anni è anche quella di Filippo.
-Guarda, farò di più. Domani è sabato e non lavori, io sono solo in casa, ce ne andiamo a pranzo noi due e parliamo un po’. Va bene?
-Con piacere, mi spiace solo che non ci potrà essere Filippo, le sarebbe piaciuto.
-Allora ci vediamo domani alle 11 in caserma e ora andiamo a vedere di sapere almeno il cognome di Filippo.
Si avviarono verso la casa del polacco mentre, arrivata l’ambulanza, il povero corpo veniva portato via verso l’ospedale dove avrebbero fatto l’autopsia, probabilmente inutile ma prevista. Il dottore che ancora non era andato in ferie aveva detto chiaramente che al novanta per cento si era trattato di un infarto.
La casa era lunga e stretta e stranamente non addossata a quelle vicine, il portone sul lato destro. A sinistra un vicolo cieco si inoltrava per poche decine di metri parallelo alla vallata, a destra un passaggio di poco più di un metro di larghezza la divideva dalla casa di fianco. L’esterno, senza intonaco, metteva in bella mostra un muro di pietra antico, dava l’idea di solidità e ricordava a Guida i racconti del nonno capomastro. Adam aprì il portoncino, vecchio ma ripulito e riportato a color legno, la serratura era nuova e sul muro, sulla destra, c’era anche il citofono. Due campanelli ma il nome, solo quello di Adam, solo sul primo e un cartoncino bianco ormai con i segni del sole e dell’umidità sull’altro. A Guida il particolare non sfuggì, una riservatezza a dir poco esasperata. Saliti due gradini, di fronte una scala con una porta, a sinistra un’altra porta.
-Su abito io, quello era l’appartamento di Filippo.
La voce di Adam, per la prima volta, si era incrinata, una percezione del Maresciallo, nulla di più. Il polacco si fece di lato e Guida allungò la mano sulla maniglia per entrare, ebbe un attimo di esitazione ma entrò. Gli sembrava di violare l’intimità di quell’uomo che vedeva passeggiare con la sigaretta in mano, gli occhiali e il giornale o un libro nelle mani. Buongiorno e buonasera, nulla di più. Come tutte le case dei vecchi paesi, addossate l’una all’altra, era buia anche se guardando dal vicolo aveva visto che c’erano due finestre. Era fresca, merito della pietra e dello spessore dei muri maestri. Automaticamente allungò la mano sinistra per accendere la luce e, come se lo sapesse, trovò subito l’interruttore. Una camera arredata con semplicità ma, cosa che balzava agli occhi, piena di libri, tanti. A sinistra una libreria, di fronte un letto singolo poggiato alla parete, come fosse un divano, sotto la finestra e un pezzo di libreria che si congiungeva con quella a sinistra e quella di destra. Al centro un piccolo puff di paglia per poggiare i piedi, di quelli che ormai si trovano in tutte le case degli italiani e un armadio, piccolo ma sufficiente per una persona.
-Adam, non servirà, ma non toccare nulla.
-Agli ordini Maresciallo ma di mie impronte ne troverebbe a centinaia.
-Lo so, ma non aggiungerne altre.
Una coppia improbabile quella che violava lo spazio di Filippo. A destra della porta un piccolissimo piano d’appoggio con un computer e il telefono, nelle mensole sovrastanti una stampante, una lampada e ancora libri e un corridoio di poco più di un metro con una porta di fronte e una a sinistra, la cucina, di conseguenza l’altra era quella del bagno. La cucina aveva la finestra, quindi il bagno era cieco. Una cucina normale, piccola, con l’indispensabile compreso un piccolo tavolo dove, stretti, ci si sarebbe potuti sedere in quattro. Il bagno, con la doccia, privo di interesse alcuno. Guida tornò indietro, andò alla piccola scrivania in cerca di un qualcosa che potesse dirgli chi fosse Filippo.
-Adam, ma non avevi un contratto d’affitto? La risposta fu una risata, spontanea che causo l’ilarità, contenuta, di Guida.
-Nemmeno la luce, il gas, il telefono?
-E’ tutto a nome mio e dividevamo le spese al cinquanta per cento.
-E bravo il mio evasore. Spera che non ci sia nulla di strano altrimenti qualche problema Filippo te lo potrebbe procurare.
-Marescià, ci metterei le mani sul fuoco.
-Non lo dire e non lo fare mai per nessuno, Adam. Non ne vale la pena. Ti potresti bruciare realmente.
-No, per Filippo lo farei.
-Per il momento mi devo fidare di te, eri quello che lo conosceva meglio.
Mentre parlava con il polacco, Guida aveva trovato una lettera indirizzata al morto. Nulla di che, una comunicazione della banca. Un cognome che non gli diceva nulla, totalmente anonimo. Prese appunti e rimise tutto come aveva trovato, si tolse i guanti monouso che portava sempre con se e si avviò alla porta.
-Scusami Adam, chiudo a chiave e la porto con me, hai una copia?
-No.
-So che non entreresti ma devo farlo.
-Capisco.
Si strinsero la mano rinnovando l’appuntamento per il giorno dopo e si lasciarono. Il portone si chiuse, Adam rimase solo, si girò verso la porta di quella che era stata la casa di Filippo e si asciugò una lacrima. Sali le poche scale e salì nel suo appartamentino, in pratica la copia di quello di Filippo. Guida si avviò verso la piazza pensieroso, la trovo bella, senza quel corpo privo di vita sulla panchina sostituito da un piccolo mazzo di fiori. Qualche capannello commentava l’accaduto. Si avviò verso la caserma perso nei suoi pensieri.
Anche Adam era perso nei suoi pensieri e non poteva essere altrimenti essendogli venuto a mancare il suo amico Filippo con cui aveva, bene o male, condiviso gli ultimi anni. Aprì il frigo, si prese una birra, quella che non aveva bevuto al bar con Filippo, si sedette al tavolo mimò un brindisi e bevve.
Guida si sedette alla sua scrivania e pensò a ciò che avrebbe dovuto fare, innanzitutto trovare qualche parente per avvertire dell’avvenuto decesso del signor Filippo. Si fece portare una birra dal carabiniere mimò un brindisi e bevve.

Sabato

Adam il polacco, uscì di casa per onorare l’appuntamento con il Maresciallo Guida, giunto nella piazza volse lo sguardo alla panchina e la vide colma di fiori e di libri e capì una cosa che l’aveva sempre incuriosito senza riuscire a darsi una risposta. Davanti la panchina c’era anche il Maresciallo.
-Buongiorno Adam.
-Buongiorno a lei.
-Che mi dici di questa novità?
-Che ora ho capito.
-Cosa?
-Che fine facevano i libri -disse con un sorriso. Mi sono sempre chiesto dove mettesse i libri che portava a casa quando tornava dalle sue brevi assenze mensili. E’ chiaro, li regalava e non solo a me.
-Inizio a capire qualcosa anche io ma non a sufficienza.
Si avvicinò una giovane, depose un mazzo di fiori di campo, che sarebbe appassito di lì a breve come tutti gli altri, e una copia in economica di Gabriela garofano e cannella di Jorge Amado che andò ad ingrossare il mucchio di volumi. Piangeva. Guida la guardava di sottecchi attendendo il momento buono per farle qualche domanda. La vide asciugarsi gli occhi e mettersi gli occhiali da sole.
-Lo conosceva signorina?
-Come tutti, Maresciallo, come tutti quelli a cui aveva regalato un libro con l’impegno di passarceli, questo era l’ultimo che mi è arrivato.
-E quando ve li dava?
-Quando ci incontrava, ai giardini, oppure al bar, sull’autobus quando andiamo a scuola.
-Così, senza chiedere nulla?
-Certo, ci chiedeva solo di passarceli.
Guida rimase zitto, così come Adam. Guardavano i libri e i ragazzi, anche qualche adulto, che si avvicinavano con un volume in mano. Ci si potrebbe aprire una biblioteca, pensò il Maresciallo spalancando gli occhi come se avesse avuto un’idea risolutiva. Si allontanarono, Guida e Adam, in silenzio. Uscirono dalla porta e si recarono al bar, ordinarono un caffè e si sedettero all’ombra del grande platano. Il Maresciallo rifletteva che non si era mai accorto di nulla, ma ancor più pensò che a lui Filippo non aveva mai regalato un libro. Chiamo la barista, una signora cinquantenne un po’ appesantita e le chiese:
-Ma a lei il signor Filippo ha mai regalato un libro?
-Certo –rispose con un sorriso voltandosi verso la cassa- li vede quei volumi? Sono a disposizione di tutti e li ha regalati tutti Filippo, come voleva essere chiamato. Senza il signor.
-E io non sapevo nulla- disse fra se ma abbastanza forte da essere udito.
Gabriella, la proprietaria del bar ridendo gli disse:
-Se uscisse di più dalla caserma e non mettesse su quell’espressione da mastino napoletano capirebbe di più del paese dove vive ormai da molti anni.
Guida accusò il colpo e sorrise suo malgrado riconoscendo nelle parole della barista più di un fondo di verità. Rimasero lì ancora un po’ in attesa di andare a mangiare parlando del più e del meno, si mantenevano il piatto forte per il pranzo. Il loro conversare fu interrotto dal giovane sindaco che chiese il permesso di sedersi quando già aveva preso la sedia. Ordinarono tre aperitivi, l’ora del pranzo era ormai vicina.
-E lei, sindaco, sapeva della storia dei libri?
-Certo.
Guida prese il cellulare, chiamò la caserma e parlo col giovane carabiniere:
-Stelluti, lei sapeva che il signor Filippo regalava libri?
-Certo, li ha regalati anche a me.
-Cazzo, solo io non sapevo nulla –disse chiudendo la conversazione. Caro sindaco, ora lei manda qualcuno in piazza a raccogliere e catalogare tutti i libri. E non ne deve mancare uno, sia chiaro. Ed è una cosa anche da fare in fretta ché il sole li rovina.
-Agli ordini, Maresciallo –rispose sorridendo il sindaco. E dove li faccio mettere?
-Li lasci lì sulla piazza, per il momento, poi li farà portare in caserma.
-Che fa? Li arresta?
-Siamo tutti spiritosi stamattina?
Adam si tratteneva a stento, Gabriella, che aveva portato quattro calici di prosecco con stuzzichini vari e si era seduta al tavolo, invece rideva senza alcun ritegno e fu fatto oggetto dello sguardo cattivo del Maresciallo.
-Va bene, non ho capito nulla ma ora vediamo di fare qualcosa …
-Potremmo aprire una piccola biblioteca –disse Gabriella.
-Sono qui per questo –le fece eco il sindaco.
-E’ quello che ho pensato anche io stamattina –disse timidamente Guida che nel suo intimo si sentì defraudato di quella che pensava fosse una buona idea.
-Occorre solo trovare il posto adatto –aggiunse il sindaco- e qualche idea l’ho già.
Si lasciarono con l’impegno di non dare pubblicità alla cosa. Prima c’erano da trovare gli eredi e saggiare la loro eventuale disponibilità ad appoggiare il progetto. Guida e Adam si avviarono verso il ristorante per mantenere fede al loro impegno.

Il vino bianco bello freddo scendeva dando piacere ai due commensali. Entrambi attendevano il momento, ineludibile, di affrontare l’argomento per cui si erano visti.
-Allora, Adam, che mi dici?
-Tutto quello che vuole Maresciallo. Basta che non mi dica come Montalbano che mentre mangia non parla.
-Dai inizia, tanto devi parlare te, io mangio tranquillamente.
-Devo partire da lontano, molto lontano. Ci ho pensato tutta la notte, a me, a Filippo e non posso scindere, a questo punto, le nostre vite. Che sono polacco lo sa, sono arrivato in Italia tanti anni fa dopo la rivoluzione di Solidarnosc. Ero figlio di un onesto poliziotto morto durante gli scontri, questo ufficialmente. In realtà fu ucciso in quei giorni confusi a sangue freddo solo perché indossava la divisa e rappresentava il potere. Ero piccolo e ho un ricordo di mio padre come di un uomo buono che non faceva male a nessuno. Crescendo me lo dissero anche i miei concittadini, non meritava di essere ucciso solo perché poliziotto. Andai via come tanti che ero ragazzo, arrivai in Italia senza sapere dove andare e cosa fare ma c’era il Papa polacco e si era convinti che l’Italia sarebbe stata la nostra America. Come lo avrebbero pensato tanti altri che sono giunti qui dopo di me. Non avevo nulla e per molto tempo ho continuato a non avere nulla, un lavoro, un posto dove dormire. Ho lavato vetri, raccolto nocciole, pomodori, cocomeri, ho fatto il manovale, il lavapiatti, ho fatto la vita del migrante con i tanti lavori sempre a malapena tollerato. Nessuno mi ha insegnato una parola d’italiano, sapevo solo le solite parole cazzo, fica, vaffanculo e le altre che facilmente può immaginare. A Roma, bellissima città che mi è rimasta nel cuore e che non sono mai riuscito a far vedere a mia madre, non avevo possibilità, non avevo futuro. Più di qualche volta ho corso il rischio di essere menato solo per il fatto di essere polacco. Decisi di andare via e capitai in questo paesino con la raccolta delle nocciole. Con i risparmi cercai un posto dove stare e trovai la casa dove sono ancora oggi. Era un rudere, a malapena c’era l’acqua e la luce; ho dovuto rimettere perfino i vetri.

Il racconto di Adam fluiva piano e leggero tra un boccone e un sorso di vino. Guida mangiava rapito dalle parole del polacco. Nulla di nuovo ma Adam raccontava la sua vita con una semplicità e in un modo che lo coinvolgeva.

Piano piano stavo ricostruendo la mia vita, lavoravo continuativamente, il vecchio padrone di casa si trasferì vicino ai figli e mi propose di comperare la casa che all’esterno era ancora come quando me l’aveva affittata, mai si era peritato di vedere come potessi vivere in quel rudere e quindi non sapeva come avevo fatto diventare il tugurio. Riuscii a strappare un prezzo bassissimo che, comunque, sto ancora pagando.
Un giorno, una domenica per la precisione, sento suonare alla porta. Mi trovai davanti Filippo.
-Mi hanno detto che ha un appartamento da affittare.
-Sì, è vero, però è piccolo.
-Per me andrà benissimo.
Lo disse senza nemmeno vederlo, ci mettemmo d’accordo sul prezzo e sulle condizioni dopo averglielo fatto vedere quasi a forza . Mi dette appuntamento alla domenica successiva e andò via dopo avermi lasciato una caparra. Puntualmente tornò dopo una settimana, aveva detto alle nove di mattina e alle nove suonò alla porta. Davanti il portoncino, sulla strada, c’erano già delle scatole e pezzi di mobili. Come immagina, nella strada non c’entra una macchina, figuriamoci un furgone. Gli operai facevano avanti e dietro dalla piazzetta all’appartamento, portavano e montavano, lasciarono per ultime le scatole che poi avrebbe messo a posto Filippo. Io l’aiutai per sistemare le ultime cose. Passarono diverse settimane prima che tra di noi ci si incontrasse veramente. Mi invitò a cena un sabato sera. Una buona cena, semplice ma ben fatta. Alla fine mi regalò un libro, Metello di Pratolini. Da lì iniziò il nostro rapporto fatto di libri, di vino, di birra e di cibo. Non mi passava solo libri da leggere, mi regalò anche un vocabolario. Il più bel regalo che mi sia stato fatto. L’ultimo libro che mi ha regalato è un saggio di storia. Devo a lui se parlo bene l’italiano come lei ha notato. No, non so di donne, ma, come ho detto, esco la mattina e torno la sera, nel frattempo in casa sarebbe potuto accadere di tutto. Solo una volta rientrando ho sentito un profumo ma mi sono fatto i fatti miei. Così come mai ho chiesto dove andasse tutti i mesi nei due giorni che mancava. Sempre il primo fine settimana del mese. Partiva il sabato mattina e tornava la domenica sera. Sempre con un libro e una bottiglia di vino per me che poi, immancabilmente ci bevevamo insieme. Partiva con il borsone vuoto e tornava che era pieno, di libri, quei libri che ha regalato a tutto il paese. Tranne che a lei- aggiunse con un sorrisetto. Ecco, questo era il Filippo che ho conosciuto, un padre, un fratello, un amico. Tutto qui.

Guida rimase in silenzio. Guardava negli occhi il bell’uomo che aveva davanti: alto, moro, occhi chiari, pelle bruciata dal sole e dall’aria. Una bella storia, non c’era nulla da dire. Una vita riservata senza niente di particolarmente importante come quella di tanti immigrati. Niente da indagare, nulla da scoprire se non per propria curiosità, rifletteva il Maresciallo. Non gli restava altro da fare che cercare meglio nel piccolo appartamento per vedere se trovava traccia di qualche parente. Ma aveva già tutto il possibile per fare le piccole indagini di routine che avrebbero soddisfatto anche le sue piccole, umane curiosità.

Finirono il pranzo, offerto dal Maresciallo, quasi in silenzio, tornarono sull’argomento solo per piccoli particolari e poi tornarono in paese. Sulla piazza non c’era più nessuno, i libri erano stati messi su un tavolo protetto da un piccolo gazebo bianco. I fiori ormai appassiti erano stati tolti, erano rimasti solo i più freschi. Sul tavolo con i libri, sdraiato e dormiente, c’era il gatto della piazza. Aprì un occhio e squadrò i due senza prestare loro troppo attenzione. Il maresciallo e il polacco si salutarono dandosi appuntamento al giorno dopo per un caffè prima che Guida si immergesse nelle cose di Filippo. Prima di lasciarsi Guida prese in mano diversi volumi, non gli interessavano, in quel momento, i titoli o gli autori, li girò e noto che provenivano tutti da librerie e mercatini dell’usato, il costo non superava i 3€. Un sorriso e andarono ognuno per la sua strada dopo essersi dati appuntamento al bar per le nove.
-Domani è domenica, ce la possiamo prendere comoda.

Guida tornò in caserma con passo calmo sotto il sole che bruciava. Seduto alla sua scrivania iniziò una ricerca su Filippo ma non trovò nulla in Google, in Facebook, in nessun posto. Nemmeno nell’archivio dell’Arma. Una persona pulita che non aveva lasciato alcuna traccia nel mondo se non in banca, all’Inps e nel servizio sanitario. Non gli restava altro da fare che attendere lunedì per chiamare l’ufficio anagrafe del comune di nascita per sapere se ci fosse qualche parente da avvertire.

Adam si buttò sul letto come tutti i sabati pomeriggio, era il suo meritato riposo, ma prima fece una telefonata.
-Domani non vengo, sai, è morto Filippo. Sì, all’improvviso. L’ho trovato ieri pomeriggio al ritorno dal lavoro seduto sulla panchina della piazza. Sembrava che dormisse, tranquillo e con un sorriso sulle labbra come se fosse morto con un bel pensiero in testa. Tranquilla, sto bene, non c’è bisogno che vieni subito, ti avverto quando ci saranno i funerali. Se vuoi ti vengo a prendere io, va bene, ti aspetterò. Un bacio.
Poggiò la testa sul cuscino, chiuse gli occhi e attese il sonno del sabato pomeriggio.

Guida lasciò la caserma dopo essersi riposato. Vagò per il paese ancora quieto prima della vivacità che lo animava dopo il tramonto. Prese il caffè e andò a casa di Filippo. Entrò cercando di fare meno rumore possibile, voleva rimanere solo a cercare tracce della vita del morto e non voleva di mezzo Adam. Il polacco, invece, aveva sentito il portone che si apriva così come la porta di casa di Filippo. Sentiva il maresciallo, non poteva essere che lui, muoversi cautamente al piano di sotto ma decise di non scendere.

Il maresciallo sceglieva i libri a caso, li apriva, faceva scorrere velocemente le pagine alla ricerca di qualche foglio conservato all’interno senza comunque trovare nulla. Apriva i pochi cassetti che c’erano e rovistò negli indumenti anche dell’armadio. Nulla, niente che potesse fornire qualche elemento di approfondimento. Si sedette al computer sperando che non ci fosse una password per accedere ai documenti. Sul desktop si materializzarono diverse icone dei programmi e una cartella gialla con l’etichetta “In evidenza”. Poi null’altro. Ci cliccò sopra e all’interno trovo due soli file. Uno si chiamava “Lascito” e era fatto di poche righe. “Io sottoscritto Filippo … lascio tutto ciò che posseggo e che è raccolto in questa casa e nel conto corrente bancario aperto presso la banca …. al mio amico Adam … Non ho, per quanto di mia conoscenza, alcun parente in vita e non ci dovrebbero essere problemi di sorta. Nel caso dovessero essere scoperti altri che possano accampare diritti su ciò che lascio, non hanno diritto ad altro che non a quanto stabilito dalla legge”. Poche parole inequivocabili.  L’altro file recava scritto solo “Per Adam”. Guida ristette un po’, doveva, poteva leggere quella che sembrava una missiva privata? Ce n’era bisogno? Era giustificata la sua intromissione nella vita di due persone che non avevano, fino a prova contraria, commesso alcun reato e l’unica colpa di uno dei due era stata quella di morire su una panchina in una piazza di pietra antica sotto il sole impietoso dell’estate? Il maresciallo saltò a piè pari tutti i dubbi e premette con il mouse sulla cartella gialla.

Se stai leggendo queste righe vuol dire che o ti stai facendo i fatti miei mentre non sono in casa o sono morto. Conoscendoti, caro Adam, propendo per la seconda ipotesi. Pensa a quante volte la frase con cui ho iniziato questo scritto, in forme diverse ma con uguale sostanza, ci è capitata sotto gli occhi, nei libri o nelle lettere dei suicidi. L’ho sempre trovata una frase banale finché non ho dovuto affrontare l’inizio di questa lettera o testamento, non saprei come definirla. Forse  sarebbe meglio definirla confessione. Non credendo in un Dio di qualsiasi genere non potevo che confessarmi con un essere umano. Quando finirai di leggere sarai libero di fare di queste pagine ciò che reputi meglio. Dal distruggerlo al conservarlo a darlo, come si dice, a chi di dovere. Scusami Adam se ti lascio questa incombenza ma la vigliaccheria (?) ha dominato la mia vita e non si cambia con la facilità che si riscontra nelle pagine di un libro o nelle immagini di un film. La vita è un’altra cosa.
Rimpianti e rimorsi hanno dominato la mia esistenza sin dalla giovane età, gli errori ti si appiccicano addosso e non ti lasciano, ti seguono sempre, silenziosi ma presenti.  Quello che a sera, prima di prendere sonno, è un rimpianto la mattina dopo è nulla, dimenticato, perso nella memoria. Il rimorso è sempre lì, presente con i suoi denti ben dentro la carne. E a nulla valgono i tentativi di scrollarteli di dosso, hanno una presa ferrea. Non voglio annoiare te e chi in caso leggerà ciò che ho scritto con presunte spiegazioni o alibi auto-assolutori, meglio che passi direttamente ai fatti.
Sono qui, in questo buco di paese per scelta, per tagliare i ponti con il passato e una vita che non mi apparteneva più. Segnata negativamente in gioventù, un marchio che mi sono portato dentro in silenzio, che mi ha roso nel profondo. Un marchio che ho tentato di togliermi infliggendomi una pena senza fine e che ho interrotto solo morendo. Mi sono condannato ad una vita di solitudine fatta di rapporti fugaci e superficiali. Sono riuscito a lavorare senza mai instaurare un rapporto di amicizia o confidenziale con nessuno, mai nessun essere umano ha varcato la soglia delle mie case, al massimo qualche gatto che vi si è intrufolato e chissà cosa ha trovato di interessante nella mia compagnia. Dal fatto mi sono portato fino ad oggi, tutte le notti senza mai saltarne una, un incubo ad occhi aperti. E mi sono ben guardato dall’andare da uno psicanalista. Ho cercato di esorcizzare a mio modo il mio errore, ho letto tanto per non pensare, per tenere occupata la mente, per scacciare il mostro che si è intrufolato nel mio corpo , nel cervello e che ha condizionato la mia vita. Mi fanno ridere quelli che hanno paura di affrontare la notte perché “vedono i mostri”. Sono con me tutti i giorni con la luce e con il buio, con il caldo e con il freddo, al sole o sotto la pioggia. Arrivo al punto, quando sono sul punto di dormire, di evocarli, di dialogare con loro, di rimproverarli quando mi parlano senza che io riesca a capire cosa mi vogliono dire. Li chiamo, ci parlo da così tanto tempo che mi mancherebbero se solo mi abbandonassero. Li trascuro solo quando leggo, per colpa loro ho speso tanti soldi in libri e di certo ho fatto aumentare le statistiche sui lettori nel nostro paese. Non leggevo per piacere, forse anche quello. Leggevo per disperazione, per annullarmi, per non pensare al passato, al presente e al futuro che immaginavo così come poi si è realizzato. Ho iniziato a regalarli perché non sapevo più dove metterli, non me ne importava nulla di tentare di acculturare gente che se avessi potuto avrei sterminato. Ignoranti nel profondo, chiusi in se stessi, egoisti e stupidi. Poi è diventata un’abitudine. Un vizio dispendioso che mi ha portato a frequentare i mercati dell’usato per potermi mantenere quest’unico vizio che alla fin fine mi ha dato anche qualche soddisfazione. Sentirmi dire che qualcuno aveva messo piede finalmente in una libreria mi ha ripagato dei soldi spesi e forse ha aperto qualche spiraglio di speranza. Ma sto perdendo tempo e annoiandoti. Tu sei l’unica persona a cui mi sono affezionato forse perché nella tua storia ho trovato una traccia di ciò che ho fatto.
Eravamo giovani quando ci rovinammo la vita. Erano i tempi in cui pensavamo di cambiare il mondo, eravamo convinti di avere ragione e che la gente ci avrebbe seguito spontaneamente o per paura. Solo a vedere come è ridotta l’Italia in questi giorni si può capire quanto fossimo ingenui e anche patetici con i nostri sogni di rivoluzione, di uguaglianza e tutte le altre frescacce che ci giravano per la testa. Non che ci interessasse tanto la spontaneità, l’importante era che ci seguissero. Eravamo solo due, insospettabili al punto che non ci hanno mai scoperto e abbiamo vissuto liberamente, con la paura, perlomeno io, che prima o poi ci avrebbero scoperto. Ancora adesso che sto scrivendo mi immagino la casa circondata da agenti e carabinieri con il giubbotto antiproiettile, un graduato che suona il campanello e, appena apro, l’irruzione per immobilizzarmi. Eppure non troverebbero nulla, come non hanno trovato niente fino ad ora, se io non finissi di scrivere queste righe. L’amico, il complice, purtroppo è morto e, per quel che ne so, ha portato con se il suo segreto. Chissà se ha vissuto come me con il rimorso attaccato alle carni. A questo punto solo io posso dire come andarono le cose e, nonostante l’irrazionale paura, nessuno mi potrebbe venire ad arrestare, nessuno ci vide, all’epoca non c’erano tutte le telecamere di oggi, non ne avevamo parlato con nessuno e con nessuno ne abbiamo parlato dopo. Il tutto si risolse tra noi due bravi ragazzi e la vittima. Due bravi ragazzi con una vita normalissima, al punto che non avemmo bisogno di mimetizzarci, lo eravamo di natura.
Iniziò per caso. Avevamo preso l’abitudine di andare in quella piccola latteria perché era tranquilla, fuori mano ma vicina all’università e ci si poteva sedere senza dover pagare il servizio al tavolo, cosa non secondaria vista la perenne penuria di soldi. Era inverno, parlavamo sottovoce dei nostri rivoluzionari progetti davanti ad una cioccolata con panna fatta dal vecchio proprietario. Nel piccolo locale non c’era nessuno tranne noi. Squillò il telefono, era una conversazione familiare, quasi certamente la moglie che qualche volta avevamo vista dietro la cassa. Mentre parlava il barista volse lo sguardo alle mensole di vetro dietro il bancone, in particolare alla scatola di metallo del cacao che toccò con una mano mentre diceva nella cornetta “in banca ci vado domani”. Ci guardammo in viso e fummo certi che oltre al cacao nella scatola c’era anche l’incasso. Capimmo che il barista in banca non ci andava tutti i giorni, d’altronde a chi poteva venire in mente di rapinare una latteria di quartiere? Uscimmo e iniziammo a ragionare. Decidemmo di frequentarla la mattina per capire quando Mario, così si chiamava, fosse solito andare in banca. Fu molto facile e banale. Il lunedì mattina trovammo nella latteria solo la moglie e capimmo che era il giorno buono. Ma come si fa una rapina? Non ne sapevamo nulla se non quello che avevamo letto sui gialli Mondadori o nelle pagine di cronaca dei giornali. Ci voleva un’arma? E quale? Analizzammo tante possibilità e decidemmo che il mio amico avrebbe preso la pistola del padre sempre chiusa in un cassetto. L’avrebbe presa la sera e rimessa a posto dopo il colpo e le lezioni in facoltà, una parte di un eventuale alibi . Non pensavamo certo di usarla, Mario non ci sembrava il tipo da reazione.
Ci facemmo venire dubbi, ripensamenti ma i soldi ci servivano se avessimo voluto fare, nella nostra mente a dir poco malata, qualcosa di rivoluzionario che ci permettesse di sfruttare l’onda rivoluzionaria in atto nel Paese. Ci comprammo dei vestiti per essere sicuri di indossare abiti che Mario non ci avesse mai visto addosso, in un negozio di abbigliamento sportivo a poco prezzo e frequentatissimo trovammo dei passamontagna e per dare una logica comprammo anche sciarpe e guanti come se dovessimo andare realmente a goderci una giornata sulla neve. La mattina del lunedì ci alzammo presto, non avevamo bisogno di scuse particolari bastava dire che la prima lezione all’università era fissata per le nove e tutto era a posto. Ci cambiammo nei bagni della stazione Termini, indossammo sopra i vestiti con cui eravamo usciti di casa quelli comperati per la bisogna, prendemmo l’autobus e ci recammo sul posto. La latteria era aperta, all’interno si vedeva solo Mario intento a trafficare con la macchina del caffè. Era freddo, una di quelle giornate che promettono pioggia senza che poi accada, in strada non c’era nessuno. Ci guardammo in faccia, abbassammo il passamontagna ed entrammo. Il mio amico con la pistola in mano lungo la gamba destra. Solo lui avrebbe parlato, in bocca un grumo di gomma da masticare per falsare la voce.
“Dacci i soldi” disse con la pistola puntata verso il povero Mario che impallidì quando la vide.
“Ma non ho ancora incassato nulla” fu la risposta mentre si addossava alle mensole proprio davanti alla scatola del cacao. Il mio amico gli fece cenno con mano che impugnava l’arma di farsi da parte, stava per girare dietro il bancone quando una voce alle nostre spalle disse “Cosa state facendo?” con un tono interrogativo ma anche stupito.
“Mettete giù l’arma” ed estrasse la sua.
Non ebbe il tempo di terminare l’azione che un colpo risuonò all’interno del piccolo bar. Sul volto gli si dipinse, nell’attimo prima di cadere al suolo, lo stupore per quella reazione. Era accaduto ciò che non avevamo preso minimamente in considerazione nella nostra preparazione del colpo.
Fuggimmo senza prendere nulla. La strada era ancora deserta o quasi, nessuno fece caso a noi, tutti chiusi nel loro mondo e a tentare di ripararsi dal freddo. Ci togliemmo il passamontagna e tornammo a Termini per fare l’operazione inversa con i vestiti. Riassumemmo la nostra identità di studenti universitari. Mano a mano che camminavamo buttavamo qualcosa nei cestini che trovavamo per strada. Ci fermammo per fare colazione come avremmo fatto se fossimo usciti realmente per andare all’Università. Eravamo a dir poco agitati. L’amico in preda a un tremore inarrestabile che gli impediva di portare la tazza con il cappuccino alla bocca. “Sforzati di mangiare il cornetto e bere. Sforzati di comportarti come se non fosse successo nulla”.
Alla fine uscimmo dal bar ma percorse poche centinaia di metri vomitò tutto chinato su un albero. Una signora ci chiese cosa accadeva, allungò una mano e la mise sulla fronte dell’amico, “Ma scotta, deve andare a casa”. E così facemmo. La scusa era servita, un attacco di febbre.
Non ci vedemmo per qualche giorno, ci parlammo al telefono come se non fosse accaduto nulla, riuscivamo solo a dirci che nessuno si era fatto vivo a chiedere nulla. Pensavamo al nostro coetaneo o quasi e alla sua faccia stupefatta prima di cadere ucciso. Dai giornali sapemmo che era un poliziotto che andava a prendere servizio, era ancora in borghese, e che tutte le mattine passava al bar di Mario per fare colazione. Si propendeva per un episodio malavitoso dato che non c’erano elementi per ricondurre l’azione al terrorismo che ormai imperversava nel paese. Titoli e analisi sociologiche sull’imbarbarimento della società si sprecavano. I giornali romani ebbero giorni di gloria sviscerando la vita della vittima, quella di Mario e del quartiere popolare dove non accadeva mai niente. Pochi giorni dopo trovarono il cadavere di un piccolo delinquente in un campo, qualcuno azzardò l’ipotesi che potesse essere l’autore del mancato colpo della latteria punito dall’associazione criminale che andava per la maggiore.
Passarono i mesi e l’omicidio venne dimenticato, scalzato dalle pagine dagli scontri politici, da imprese criminali di ben altra portata. Rimase un caso insoluto anche per i familiari del giovane poliziotto che ancora oggi si staranno chiedendo il perché di quella morte. Alla fine tutto fu dimenticato anche il giovane poliziotto, nessuna lapide, targa o strada che lo ricordi, in fin dei conti era morto per una banale rapina mica per uno scontro a fuoco con i terroristi. Ai genitori non rimase altro che un attestato consegnato in occasione della festa della Polizia, nemmeno una medaglietta alla memoria. Noi ne parlavamo il meno possibile anche quando eravamo soli, facevamo finta che fosse realmente un caso di cronaca e che non ci riguardasse poi molto. Tornammo ai nostri studi, alle nostre vite normali che poi erano il nostro alibi. Continuammo a fare attività politica nei nostri partiti come se nulla fosse accaduto al punto che il mio amico salì la scala gerarchica fino a livello nazionale prima che un incidente stradale non lo tolse di mezzo ancor giovane facendolo rimpiangere da tutti. Quando accadde mi ritrovai a sorridere al pensiero di cosa avrebbero detto se avessero saputo la verità, se avessero saputo di quell’errore di gioventù che sembrava non avesse lasciato traccia.
Di certo fu più forte di me. Dopo poco abbandonai gli studi, trovai un lavoro lontano dalla capitale, iniziai come operaio deludendo i miei genitori che tanto avevano fatto per farmi studiare e per cui rappresentavo l’emancipazione. Non posso dimenticare lo sguardo di mio padre quando gli dissi che abbandonavo gli studi, nemmeno se lo avessi colpito con uno schiaffo avrebbe reagito in quel modo. Mi guardò fisso e poi andò in bagno a lavarsi le mani sporche del grasso dell’officina. E come potrei dimenticare le lacrime di mia madre che aveva interrotto gli studi molto presto ma che leggeva libri come se volesse recuperare ciò che la vita gli aveva tolto.
Poco a poco mi realizzai sul lavoro, senza amici e senza storie. Casa, lavoro, casa. Solo i libri a tenermi compagnia e qualche storia che non mi impegnasse in maniera definitiva. I costumi erano cambiati e la cosa si poteva fare. Qualcuna ci provò a chiedermi di più, senza ottenere nulla. Non che non mi sia innamorato mai, ma non potevo vivere una vita normale con un segreto di quel genere. Non ero come il mio amico che forte dell’errore si era ancor più impegnato in politica ma senza, peraltro, ottenere poi molti risultati se non sul piano personale. L’idea di vivere con una donna, di farmi una famiglia, dei figli e dover nascondere di aver ucciso una persona, anche se non ho premuto il grilletto, mi era impossibile.
Ecco, Adam, la mia storia. Anche io ho ucciso un uomo in divisa come tuo padre. Sarei ridicolo se ti chiedessi di perdonarmi, non sono responsabile del tuo lutto, ma forse la mia lontanissima formazione cattolica mi spinge a farlo anche dopo morto. Fai te. Tanto è una decisione che devi prendere con la tua coscienza.

Filippo

Il Maresciallo Guida era basito. Cercava un indizio su una donna che aveva scritto una poesia d’amore e aveva trovato la confessione di un assassino. Ora gli rimaneva solo da decidere cosa fare. E ciò che avrebbe deciso prevedeva solo due opzioni. Far sparire lo scritto e lasciare tutto immoto o rendere pubblica la scoperta riaprendo dolori mai sopiti, distruggere una famiglia e una memoria. Ma non poteva nascondersi il dovere verso la sua divisa e verso quella del giovane poliziotto ucciso tanti e tanti anni prima.  Avrebbe avuto molto da pensare.

Adam non sentiva alcun rumore provenire dall’appartamento di Filippo ma sapeva che il Maresciallo era ancora dentro la casa. Lo sapeva perché non aveva mai abbandonato il suo posto dietro le persiane accostate a capanna per far circolare l’aria.

Guida estrasse dalla tasca il mazzo di chiavi e tolse il cappuccio alla pennetta che fungeva anche da portachiavi. La inserì nell’alloggiamento del computer e trasferì il file, nella cartella gialla sul desktop del pc di Filippo lasciò solo “Lascito”. Controllò che la copia fosse leggibile e premette il tasto destro del mouse e poi la voce Elimina. Avrebbe pensato con calma a cosa fare, ne andava della sua etica e della vita di diverse persone. Spense tutto e uscì chiudendo a chiave la porta. Era ormai sera.

Domenica

Erano da poco passate le otto quando Adam sentì suonare alla porta. Sbirciò dalla finestra e vide Antonella che a sua volta lo guardava dal basso verso l’alto. Era la prima volta che la vedeva con gli occhiali da sole. Scese ad aprirle dopo essersi velocemente messo i pantaloni ma a torso nudo. Appena entrata la donna si girò verso la porta di Filippo e allungò la mano verso la maniglia, Adam la fermò “I carabinieri non vogliono che si entri” disse non sapendo che Guida aveva comunque chiuso a chiave. Si voltò e da dietro gli occhiali scendevano lacrime silenziose. L’uomo non la strinse a sé, non le asciugò le lacrime, non la baciò, non la sfiorò, le disse solo “Allora sei tu”. Per risposta ricevette un flebile “Sì”.
Salirono in casa in silenzio, come in silenzio il polacco preparò il caffè, scaldò anche del latte e tirò fuori dal frigo della marmellata fatta in casa che iniziò a spalmare su delle sottili fette di pane. Antonella era rimasta silenziosa sulla sedia, piangente. Dopo il sì ha detto solo “Dopo ti dico”.
Adam servì la colazione che consumarono in silenzio. Sparecchiò la tavola lasciando solo la macchinetta del caffè, le tazzine e prese un posacenere. Si accesero una sigaretta e il silenzio fu interrotto dalle parole di Antonella che iniziò a raccontare.

Era una sabato mattina e stavo in coda all’ufficio postale. Mi rigiravo tra le dita il foglietto numerato della coda. Mi sedeva accanto questo signore che leggeva un libro senza alzare mai lo sguardo. “Purtroppo il sistema si è bloccato”, la voce dell’impiegata blocco anche le piccole e futili attività di coloro che erano in fila. Qualcuno andò via, io rimasi e anche il signore accanto a me. Per la prima volta alzò la testa e disse: “Rimarremo in pochi” e si voltò verso di me. Mi sorrise e disse che tanto di tempo lui ne aveva da perdere. Sinceramente mi ero un po’ stranita all’eventualità di passare il sabato mattina chiusa in un ufficio postale, d’altronde se non avessi pagato le bollette quel sabato avrei dovuto attendere una settimana e avendo perso ormai mezza mattinata decisi di rimanere. Iniziammo a parlare del più e del meno come accade spesso nei momenti, lunghi, d’attesa negli uffici pubblici. Il tempo passava senza che il mitico sistema rientrasse in funzione e la piacevole chiacchierata non ci aveva fatto accorgere del tempo che passava.
Ad un certo punto mi disse che il suo autobus era ormai partito e che si sarebbe dovuto fermare anche il pomeriggio per attendere il prossimo e che comunque sarebbe tornato all’ufficio postale, si offrì di pagare anche le mie utenze dato che sarebbe stato inutile sprecare il tempo in due. L’offerta mi lasciò perplessa, in fin dei conti era uno sconosciuto. Forse lo pensò, forse lo lesse sul mio viso ma disse sono un pensionato e se vuole le faccio vedere i documenti e poi non è obbligata. Intanto uscivamo dall’ufficio e ci stavamo dirigendo verso la piazza. Mi offrì un caffè che accettai volentieri e parlando facevamo scorrere il tempo mentre mi accompagnava verso casa. Non volevo che vedesse dove abitavo e ad un certo punto gli dissi se voleva venire a pranzo. L’esatto contrario di quello che pensavo. Come se la mia bocca fosse un organo autonomo senza alcun contatto con il cervello.
Inizialmente rifiutò, sembrava sincero nel suo negarsi ma cedette abbastanza facilmente quando gli dissi: “ma dove va a quest’ora? Si siederà in piazza sotto il sole e solo dopo aver mangiato un panino? Rifiuta un piatto di pasta seduto, all’ombra e con la possibilità di riposare in attesa che l’ufficio riapra?”. Mi sorrise, con la bocca che piegava verso un ghigno più che un sorriso. Con gli occhi sorrideva meglio. Pranzammo mentre mi raccontava di sé e del perché fosse in paese. Parlammo di libri, gli feci vedere la mia libreria in camera da letto. Sì lo so, non ce ne era nessun bisogno ma lo feci. Mentre guardavamo i libri mi avvicinai a lui. Il resto lo puoi immaginare, risparmiami almeno questo, Adam.

Il polacco la guardava con gli occhi fiammeggianti, deluso, sconcertato e all’improvviso conscio che il profumo che aveva sentito un giorno tornando a casa era quello di Antonella. Stette zitto, non rispose nulla e la guardava mentre lei teneva bassa la testa. La rialzò con lo sguardo deciso come se avesse preso forza in quella pausa.

Cosa vuoi che ti dica. Ti ho conosciuto dopo, all’epoca nemmeno sapevo che fossi e nemmeno mi poteva interessare. Mi piaceva Filippo, mi piaceva la sua età, né vecchio, né giovane. Maturo. Mi piaceva e basta, non devo certo giustificarmi per ciò che ho fatto prima che ti conoscessi. E poi, se non ci fosse stato Filippo non ti avrei mai conosciuto. Non ha mai voluto che lo venissi a trovare. Lo costrinsi ad accettare un venerdì che mi ero presa di ferie. Arrivai presto in paese, molto presto, ti vidi andare via e mi fiondai verso casa. Filippo mi attendeva con la porta aperta. Volevo provare l’emozione di stare nel letto, così piccolo come lo descriveva lui, con lui, con il suo calore. Arrivai come una spia e come tale me ne andai. Preoccupandomi che non mi vedesse nessuno. Fu l’inizio della fine. Non potevo accettare di vivere, di essere , l’amante di una persona libera. Sono stata, lo sai, l’amante di un uomo che mi ha ingannata perché non ha mai lasciato il marito, di certo non potevo fare l’amante di un uomo libero. Inizia a chiedere di più ma lui non era in grado o non voleva darmi quel di più che mi avrebbe soddisfatto. E così la cosa finì, con suo grande rimpianto come lo fu il mio.
Poi ci incontrammo, noi, e ti ricollegai a quella figura che vidi andare al lavoro un venerdì mattina. Ecco, ora sai tutto e sai anche perché non sono mai voluto venire a casa tua. Non potevo fare questo a Filippo ma nemmeno a te.

Adam, la guardava e le sorrideva, allungò una mano e la tirò a sé. La strinse mentre lei gli poggiava il viso sulla spalla piangendo.

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