Pagine

giovedì 21 agosto 2014

Barboni

I barboni, così a memoria li ho conosciuti intorno al 1974/75, quando per motivi di studio iniziai a venire a Roma con una certa regolarità. Prima conoscevo i clochard e la favoletta che fossero tali per propria scelta. Al paese non c'erano né barboni né clochard però c'erano i poveri con il loro odore, meglio puzza perché il politicamente corretto spesso non rende l'idea di ciò di cui si sta parlando. Era una puzza che ti prendeva alla gola, ancora sono in grado di risentirla ma non saprei descriverla, quando andavi per la Salita del Colle e passavi davanti al loro basso, definiamolo così, per chiamare, insieme ad altri bambini, il nostro coetaneo. Era dura far finta di nulla. Si può essere dignitosi quanto si vuole ma la povertà lascia segni inequivocabili che è difficile ignorare. A meno di non essere provvisti di enorme pelo sullo stomaco e non solo. In paese c'erano, quindi, i poveri o gli ubriaconi e o tipi strani come il ragazzo che si diceva fosse andato di testa per il troppo studiare, cosa che a me non sarebbe mai potuta accadere perché mi limitavo a studiare solo ciò che mi piaceva, ma non i senza tetto.

Quest'ultimi, come detto, ho iniziato a vederli nella Capitale. Sia che venissi in autobus, con capolinea a Castro Pretorio, vicino alla stazione Termini, o con il treno e di conseguenza comunque sempre a Termini. Mi turbavano come mi turbano tutt'ora. Non c'era e non c'è nulla di romantico nel loro essere clochard. Erano e sono lo specchio del fallimento della nostra società fondato sull'accumulo, sulla prevaricazione, sull'interesse personale a scapito di quello di tutti. Eppure, in quegli anni, ho conosciuto un senzatetto che aveva scelto quella vita. Si chiamava Antonio, se non ricordo male era di Modena dove si diceva avesse dei figli e che ogni tanto andava a trovare. Stazionava tra Piazza Vittorio e Santa Maria Maggiore, intorno all'edicola e alla chiesa dei Russi. Era gentile, a volte pulito a volte no, tirava avanti facendo piccole cose per i commercianti della zona tipo fare le code all'ufficio postale e altre piccole faccende. Ricordo benissimo il suo "Buonaseeera" con una "e" molto aperta. Non amava parlare molto di sé e, nella sua dignità, accettava di buon grado quello che gli veniva offerto. Ma penso che sia un'eccezione.

I senzatetto che si vedevano erano tutti avanti con gli anni, non c'erano giovani, o perlomeno non me li ricordo. Andare in giro per Roma di questi tempi è deprimente. Sarà perché in estate si notano ancora di più ma vedere tutte queste Persone di ogni età e sesso ridotte alla miseria alla povertà segna l'animo e ci fa capire come questa società abbia fallito. Ai Castelli Romani non c'erano barboni, e uso il termine non in maniera spregiativa ma solo per non ripetere clochard o introdurre homeless, fino a pochi anni fa. Ogni tanto se ne vedeva qualcuno che scompariva dopo pochi giorni, forse tornava nella Capitale. Negli ultimi tempi queste apparizioni di fantasmi che rappresentano la cattiva coscienza, il fallimento, sono in aumento.

Al giornale, in segreteria, arrivavano lettere di un signore toscano, eravamo negli anni '90, che ci aggiornava della sua discesa dal benessere alla povertà. Dalla perdita del lavoro, alla separazione. Dall'andar via di casa fino al dormitorio pubblico passando per le pensioncine fino allo scomparire definitivamente perché non arrivarono più lettere, non abbiamo mai saputo il suo nome. Per un po' di tempo, al giornale, abbiamo avuto una donna, Carmela, che stazionava davanti all'ingresso. Ogni tanto diventava cattiva e anche lei come era apparsa svanì inghiottita dalla città e dalla miseria.

Ieri notte, tornando a casa, ho visto quella che sembrava una giovane donna seduta per terra a selezionare vestiti che aveva tirato fuori da uno di quegli aggeggi gialli dove si buttano le cose dismesse. Che tristezza.

1 commento:

Cri ha detto...

Ah, all'edicola, sulle scale della chiesa dei russi, quanti ne ho visti. E anche all'incrocio tra piazza Esquilino e Via Cavour. Ho lavorato vent'anni in fondo alla piazza, chiamata piazza quando in realtà è un viale, all'angolo con Via Urbana, in fondo alla discesa che tornando a risalire diventava via Agostino Depretis. Anche lì, quanti, negli anni ottanta e novanta. Negli anni ottanta anche tanti eroinomani, ancora, devo dire. Più di qualcuno trovato morto per overdose.
Ma il ricordo più vivido e insostenibile per me rimane quello della barbona forse ubriaca, forse delirante, che vidi un pomeriggio dei primi anni ottanta sulle scale della chiesa di Via della Maddalena: stava accasciata a gambe larghe, mostrando, sotto le calze sporche e rotte, la "natura" nuda, spoglia anche della peluria. Quella vulva aperta, offerta al ludibrio della gente senza più residuo di pudore, di intimità del proprio giardino, di umanità, mi sembrò davvero oscena, nel senso proprio del termine: qualcosa di metafisico, impossibile da guardare. Ebbi insieme pietà e paura, di quella mia sorella, mia consimile e al contempo totalmente aliena da me proprio per l'esibizione di quel solco di vita distorto, deformato, simile a un buco nero. Forse ero troppo giovane e ingenua, ma in quella visione mi parve di comprendere fin quasi a toccarla con mano la degradazione di un essere umano, e di straziarmene nel modo più perfetto e definitivo.