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mercoledì 30 luglio 2014

l'Unità, una malattia



E’ stata una malattia. Una di quelle subdole che si insinuano nel tuo corpo senza che tu te ne accorga. E quando la scopri è troppo tardi per le contromisure, per gli antidoti e le medicine che possano fartela passare, la malattia. 

Entrare nel palazzo di via dei Taurini fu un’emozione grandissima, avevo la segreta speranza di diventare giornalista, di trovare il modo di esprimere tutte le idee che mi ero costruito per anni su testi allora considerati sacri e ora ignorati se non irrisi e sminuiti da giovani politici incolti.

Eppure ci entrai casualmente, solo perché essendo andato via di casa avevo bisogno di un lavoro per mantenermi, per sopravvivere e così diventai fattorino de l’Unità e poi, piano piano, ho fatto la trafila che mi ha portato ad uscire dal giornale da Segretario di Redazione, lo scrivo in maiuscolo per rispetto delle persone che mi hanno preceduto. Se poi sono stato alla loro altezza lo devono dire altri.

Non posso che ringraziare le persone che ho conosciuto, anche quelle con cui non sono andato d’accordo, con cui ho litigato nel vero senso della parola. Nel blog ho raccontato diversi episodi della vita all’interno della redazione, leggeri e seri come poteva essere la vita di un giornale.

Oggi, mentre gli ex colleghi lavorano a quello che per il momento sarà l’ultimo numero, è morto Fausto Ibba, grande persona, grande giornalista. Qualcuno vede un tratto comune tra la sua dipartita e la chiusura dell’ex organo del Pci. E se la vedessimo come un sacrificio per la vita del suo giornale? Se ci attaccassimo anche a questa sorta di esoterismo pur di vedere ancora in vita quella che un giornalista ex Unità ha chiamato Zia?

Eppure negli ultimi tempi non avevo quasi più nulla da condividere con la linea politica, ma con le malattie non si condivide nulla, si subiscono, ci si arrende con la speranza di guarire o di sconfiggerle. L’Unita non l’ho sconfitta e non sono guarito. Piuttosto mi ci sono incazzato e spero di continuare a farlo. A dispetto dei gufi al governo e sparsi nella società incivile dei nostri tempi.
Noi c’eravamo quando l’Unità tirava un milione di copie, voi no, non eravate nati o eravate parcheggiati in altri lidi più comodi  e protetti. Noi abbiamo conosciuto gente che voi nemmeno immaginate. Noi dicevamo dove lavoravamo a voce alta e stentorea: 
All’Unità.
E in quella risposta c’era tutto un mondo, una cultura, una speranza.

Tenete duro.

4 commenti:

Bastian Cuntrari ha detto...

Ti voglio bene, Capo.

Ernest ha detto...

Non ci sono davvero parole... ti abbraccio forte!

silvia ha detto...

Per fortuna mio padre ė morto pochi mesi prima del SUO giornale, sarebbe stato un dispiacere enorme per lui;
La comprava da quando aveva 20 anni e suo padre gliela stracciava, la comprava anche in quegli ultimi tempi quando non riusciva più a leggerla.

Gap ha detto...

Non consola ma almeno si è risparmiato quest'ultimo sfregio ad un'idea e una speranza.