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domenica 6 luglio 2014

La stampa nostrana, la Palestina, il Pd e Scalfari

In diversi TG e radio giornali, anche di emittenti private, ho sentito raccontare (uso il verbo raccontare di proposito) dei fatti israelo-palestinesi con un eccesso di forme verbali dubitative per quel che riguarda l'assassinio del giovane Mohammad Abu Khdeir, qualcuno ha anche buttato lì, tra le righe, che fosse stato rapito dagli stessi palestinesi per punirlo della sua presunta omosessualità tentando di screditare sia la vittima (vogliamo parlare di omofobia?) che gli Arabi in generale, così come le   stesse forme verbali dubitative sono state usate per il pestaggio del cugino americano. Dubbi talmente sfacciati che vorrebbero smentire anche le immagini del filmato che testimonia il pestaggio da parte di due militari israeliani. Però quando si parla del tragico e altrettanto barbaro rapimento dei tre ragazzi israeliani dubbi non ce ne sono. E neanche mi voglio appellare al fatto che in quella terra si rivendichi anche l'aver sputato o urinato (per fare un esempio banale) su una macchina o territorio israeliano. Non è questo il punto, perlomeno oggi e per le parole che scrivo. E' sulla nostra stampa, sulla sua qualità e sul suo schierarsi apertamente instillando dubbi in chi ascolta distrattamente producendo poi il fatidico "l'ha detto la televisione". E mentre l'aviazione israeliana continua la sua azione nella striscia di Gaza è tutto un fiorire di razzi sulle colonie che oscurano i raid. Nessuno dice che i razzi sono i mitici quassam di cui mi sono, purtroppo, occupato in altre occasioni.

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Percorrendo la Cristoforo Colombo (importante arteria stradale di Roma) mi sono imbattuto in cartelli che indicavano il parcheggio per una manifestazione. Se dico che non ho capito subito a cosa si riferissero direi una bugia, ma se dico che in base a quei cartelli non si capisce che il parcheggio è della festa dell'Unità dico una verità che rasenta il banale. Purtroppo non ho la documentazione fotografica e quindi vi dovete fidare delle mie parole. E la cosa mi ha fatto tornare indietro nel tempo, al 2000,  precisamente quando l'Unità chiuse la prima volta. In quell'anno la festa non si fece a nome dell'ex giornale del Partito Comunista, ci si inventò la festa del Mediterraneo che aveva, se non ricordo male, un delfino per simbolo. Un delfino sulle rive del vicino Tevere, sarebbe da ridere se all'epoca non fosse stato più facile piangere per la rabbia e direi la disperazione, politica, lavorativa ed umana. Anche in questa estate l'Unità corre il rischio di chiudere e come allora i miei ex colleghi sono andati a difendere la storia, la funzione e la vita dello storico quotidiano. A loro va la mia non rituale solidarietà.

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"Non mi sembra che per il governo italiano le cose vadano così bene come ci aspettava e come Renzi e la banda di musicanti che accompagnano il suo piffero ci avevano fatto intedere. Non sembra a Bruxelles e neppure a Roma, tanto che lo stesso nostro presidente del Consiglio ha detto: "Attenzione. O le riforme andranno a buon fine nel tempo e nei modi giusti oppure io me neandrò". 
Non è un bel modo di ragionare perché potrebbe darsi che sia la tempistica che le riforme volute da Renzi siano sbagliate e in quel caso sarebbe positivo avere qualcuno che le corregga nel modo più appropriato. Dopodiché Renzi può ringraziare e restare dov'è oppure ringraziare e andarsene; un sostituto si trova sempre e non è una catastrofe".

Non l'ha detto quell'estremista che gestisce il blog ma Eugenio Scalfari. E mo come la mettiamo?

2 commenti:

Cri ha detto...

A dire il vero ho letto anche - ovviamente non sulla stampa "di regime", diciamo - commenti o stralci di articoli allusivi alla soddisfazione del governo israeliano per il rapimento e la morte dei tre ragazzi che avrebbe alimentato ad hoc l'odio verso i palestinesi: in un paio di casi anche affermazioni esplicite ad una messinscena montata dal Mossad. Per "rimettere l'onore", diciamo così, anche ai complottisti della parte "buona".

Gap ha detto...

Cri, hai ragione, faccio ammenda, è uno dei punti che mi è rimasto nella tastiera.