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giovedì 15 maggio 2014

Noi, il comunismo e la Ddr



Una delle domande più frequenti quando cadde il Muro di Berlino, 9 novembre 1989, e Il Partito Comunista Italiano decise di cambiare nome, il 12 novembre Occhetto espose la propria proposta, non concordata con alcun organo dirigenziale del Pci, in una riunione di partito alla sezione Bolognina di Bologna, era che cosa avessimo noi comunisti italiani in comune con quelli della DDR e con il socialismo reale in generale. La domanda aveva un suo perché essendosi il Pci spesso distintosi per le posizioni critiche verso L’Urss e la scelte a dir poco contraddittorie del blocco dell’est. Tutto ciò in particolare era valido per coloro che erano nati dopo l’invasione dell’Ungheria, 1956, che porto all’abbandono del Pci da parte di molti esponenti politici ed intellettuali. Per quella generazione valeva la dissociazione dall’invasione della Cecoslovacchia e dalla repressione di quella che è passata alla storia come la Primavera di Praga. Non ci si nascondeva, comunque, che le cose nei paesi del socialismo reale non andavano per il verso giusto, e men che meno in quello che ci si aspettava nel campo delle libertà, dell’uguaglianza, ecc., nell’applicazione delle teorie marxiste.

Il cappello è necessario perché non si scopriva con la caduta del Muro un mondo a noi sconosciuto. Diciamo che era la conferma di ciò che sapevamo ma che non avremmo mai pensato avesse raggiunto livelli di “perfezione” così elevati. La Ddr o Germania dell’Est era un vero stato totalitario che non si accontentava di limitare anche le più banali libertà personali oltre a vietare qualsiasi attraversamento del Muro pena la morte ma si intrometteva nella vita privata, anche amorosa, dei cittadini. Ma fu comunque uno shock essere messi di fronte a una dura realtà magistralmente portata sul grande schermo dal regista Florian Henckel von Donnersmarck nel film Le vite degli altri. Vedendo quel film capimmo tutti la portata e la potenza (negativa) del controllo sulla vita privata dei tedeschi dell’est, ecco, forse Berlusconi dovrebbe vedere il film e leggere il saggio di Anna Funder C’era una volta la Ddr, Feltrinelli varie edizioni, prima di straparlare di comunismo di quel tipo in Italia.

Anna Funder, giornalista australiana studiosa della lingua tedesca, riesce, in forma narrativa coinvolgente, ad immergerci in situazioni persecutorie, claustrofobiche, assurde, kafkiane, orwelliane (tanto per abusare di luoghi comuni spesso citati a caso) dove i funzionari della Stasi, lo spionaggio tedesco orientale,  riuscivano a controllare capillarmente tutta la popolazione (“il più perfezionato stato di sorveglianza di tutti i tempi”) anche grazie all’arruolamento di un incredibile numero di spie reclutate tra i normali cittadini, un paese di spie insomma, dove tutti denunciavano tutti e dove non ci si poteva fidare dei vicini di casa, dei professori e, forse, nemmeno dei parenti più prossimi. Stiamo parlando di un regime che era riuscito a convincere la popolazione che loro erano tedeschi che non avevano alcun legame con il genocidio, con i campi di concentramento e che aveva cancellato dal vocabolario e dalla lingua parlata il termine  Führer (guida) e tutti i suoi derivati.

Colpiscono, e duro, le conversazioni, i soliloqui di alcune vittime del regime instaurato da Mielke, uno dei fondatori e capo della Stasi fino alla caduta del Muro. Bastavano un volantino, un fidanzato straniero, un libro proibito per incorrere nelle fitte maglie del controllo e cadere in un abisso che portava al carcere o a diventare a propria volta una delle tante innumerevoli spie che popolavano la Repubblica Democratica Tedesca. Cosa ci fosse di democratico forse un giorno lo capiremo. E sono altrettanto impressionanti le conversazioni con gli ex-agenti della Stasi come quello che aveva tracciato il percorso del Muro.

La storia è dura e non guarda in faccia a nessuno, nemmeno a coloro che pensavano bastasse una dissociazione, a parole e da lontano, da situazioni che non si conoscevano a fondo o, cosa più grave, si sapevano ma non si dicevano. Il libro è in ogni caso un pugno nello stomaco di chi era comunista, di chi dichiarava di esserlo perché in Italia era il momento d’oro del Pci e della sinistra in genere e di chi comunista lo è rimasto per scelta filosofica e politica. Va letto perché è bello, è vero e perché si legge bene anche se in alcuni punti l’autrice sembra comunque avere un pensiero preconcetto verso le teorie marxiste che non inficia la validità del lavoro.

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