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venerdì 14 febbraio 2014

La piccola piazza bianca di pietra e di sole. La luce si riverbera in ogni dove come se le pietre della pavimentazione e dei muri la respingessero. Sole, luce e caldo asfissiante come è giusto che sia d'agosto. Non un uccello, un'ape, una mosca. Non un albero, una siepe, un vaso di fiori a mitigare il tutto. Tutte le porte e le finestre sono sprangate per resistere all'assalto portato dall'astro.  Solo una macchia di verde brillante si staglia nella luce. Una panchina. Se non si dubitasse del buon gusto di molti amministratori locali si potrebbe pensare ad una installazione d'arte moderna. E' deserta nell'ora pomeridiana, anzi no. Una piazza di un piccolo paese in un pomeriggio estivo.

Dalla porta ritagliata nelle antiche mura si vede un mondo diverso.Vecchi seduti all'ombra che fumano, bambini che giocano o mangiano il gelato, automobili che passano, qualcuna si ferma, un vigile urbano, un bus di linea che scarica poca gente. E' tutto chiuso, tranne il bar, nella canicola pomeridiana.

All'interno del vecchio borgo tutto rimane immobile, anche l'aria e la luce. Solo la panchina verde si anima. Un movimento, uno solo, appena percettibile, una testa che si gira verso l'unica strada, contrapposta alla porta d'ingresso, per vedere un altro movimento lento, silenzioso, felpato. Un gatto che subito scompare in un buco nel muro. E tutto torna immoto.

Negli occhi del vecchio c'è un velo, ma non è la cataratta, e nemmeno lacrime. Forse un ricordo.

Sotto il sole cocente, riposiziona lo sguardo sulla antica porta giusto in tempo per vedere due persone che entrano in quel mondo apparentemente abitato solo da lui. Un uomo e una donna, lui tiene una mano sulle spalle seminude di lei. E' rigido, volge il capo a destra e sinistra, guarda, controlla. Lei è più sciolta ma ha nel viso un qualcosa che non la rende tranquilla, è indispettita. Sicuramente sono una coppia non coppia. Una volta si sarebbe detto clandestini. Lui più di lei e forse è proprio questo che urta la donna.

Si baciano, parlano, lui più di lei, gira lo sguardo sulle antiche pietre e parla. Forse per intuito, forse perché sa, forse per riempire il vuoto della piazza. Camminano chiusi nel loro mondo, nemmeno si accorgono della presenza dell'uomo seduto sulla panchina. Si avviano verso l'unica strada che si inoltra nel borgo. Il vecchio rimane solo con i suoi pensieri e con quelli della coppia. Sa già cosa diranno, quali saranno i loro commenti. Vedi, dirà uno dei due, sono quasi tutti stranieri, stanno ripopolando ciò che noi italiani abbiamo abbandonato. In effetti è così il vecchio lo sa. Sui campanelli delle case è un fiorire di nomi slavi e africani e lì dove non ci sono ci saranno appena saranno finiti i lavori di ristrutturazione. Immagina, il vecchio, le mani di lui scendere verso le grazie di lei e la reazione tra l'infastidito e il piacere della donna. Si baceranno ancora, non possono fare altro.

Alla fine della breve strada c'è una terrazza con vista sulla valle. E' lì che tutti si fermano, a guardare il panorama che non offre nulla di particolare. Qualche casa, qualche capannone, un boschetto ma tutti a guardare forse perché il paese non è che offra molto altro. Ci si arriva quasi per sbaglio, senza un motivo particolare. E lì, sulla piccola terrazza, la coppia si bacia, il vecchio lo sa con certezza. Gli sembra di sentire l'ansimare, il frusciare delle stoffe sotto le mani. Le parole sussurrate.

La voglia di entrambi. Si sono visti per questo, per conoscersi anche carnalmente. Avranno già consumato l'antico rito? Ecco questo il vecchio non lo sa e non potrà saperlo mai. Non gli resta che la fantasia per potersi figurare l'urgenza del desiderio di entrambi.

Un sorriso sulle labbra del vecchio. Il braccio destro abbandonato al di fuori della panchina, la sigaretta che si consuma. Chiude gli occhi, non sente il ticchettare delle scarpe di lei sulla via del ritorno. Non sente il loro chiacchiericcio e nemmeno una risata. Non li vede passare. Forse perché non c'è nessuno. I ricordi non fanno rumore e nemmeno si fanno vedere.

Lo trovarono dopo un paio d'ore. Un polacco al ritorno dal lavoro. Erano solito bersi un bianco ghiacciato al bar fuori porta. Era ancora lì, con il sorriso sulle labbra. I carabinieri trovarono nel suo portafogli un foglio scritto al computer. Vecchio, con i segni delle piegature marcati. Era quasi strappato. C'erano dei versi.

Perché dovrei ricordarti?

Forse
per i tuoi occhi,
con cui non vedrò più il mondo.
Forse
per le tue mani,
che non esploreranno più il mio corpo.
Forse
per le tue gambe,
che non cammineranno più con me.
Forse
per le tue labbra,
con cui non mi bacerai più.
Forse
per il tuo corpo,
da cui non trarrò più piacere.

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