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lunedì 13 gennaio 2014

Magrelli, la morte dei critici letterari e i blogger

Valerio Magrelli, su la Repubblica di domenica 12 gennaio, ha lamentato l'estinzione dei critici letterari, come dei librai, addossando la colpa anche ai blogger e ai "consigli orizzontali". E lo fa alla sua maniera, con un dotto articolo piacevole da leggere ma non del tutto condivisibile. Mi sento chiamato in causa perché sul mio blog spesso parlo di libri, non oso chiamarle recensioni, quando lo faccio metto la parola incriminata tra virgolette, ma consigli di lettura.

Ammesso che la scomparsa dei critici sia vera, la colpa non può essere dei blogger più o meno anonimi. Una serie di concause hanno portato a questa prematura dipartita. Non è raro leggere commenti, sulla carta stampata, dove chi scrive fa sfoggio della propria cultura, riempendo l'articolo di citazioni, paragoni, sfaccettature letterarie che sembrano scritte più per il piacere di leggersi che per invogliare l'uomo qualunque ad avvicinarsi ad un libro e, per fortuna, esistono anche critici che pur facendo ricchi e dotti riferimenti alla storia della letteratura riescono a "prenderti". Sapere se due parole insieme le ha usate prima Leopardi di chissà chi altro, così per fare un esempio banale, non aggiunge nulla alla critica ma è solo un far vedere che io so più di te che leggi. Spesso, dopo aver letto certe recensioni ci si chiede di che libro stesse parlando il critico perché, come ci dicevano a scuola, è andato fuori tema.

"In tutto l'Occidente, da metà Ottocento, la stampa contemplava la presenza di una figura semi-sacrale, un professionista delle lettere chiamato a orientare il pubblico in base alle proprie  riconosciute competenze". Lungi da me, povero blogger, di ricoprire una figura semi-sacrale e di aver velleità di orientare chicchessia ma è con queste parole che Magrelli smentisce la categoria. Nel periodo precedente ha parlato dei best-sellers (o di "monnezza scala classifica" mutuando l'espressione di Andrea Cortellessa), la domanda sorge spontanea. Perché scagliarsi contro gli autori di questi libri che se sono diventati autori di culto e di grido è principalmente per lo spazio che è stato dato e viene ancora concesso dai giornali e dai critici da ben prima che questi fossero, ipoteticamente, scomparsi? Dove stava la semi-sacralità e il saper orientare quando questi autori sono diventati delle macchine da soldi per loro stessi e le case editrici?

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Un libro non è fatto solo di chicche da critica letteraria, è fatto di emozioni, sorrisi, ricordi strappati all'oblio, di una lacrima trattenuta e altro ancora. Spesso questo nelle recensioni non si trova e il lettore medio (ma poi chi è questo lettore medio?) si allontana dal libro. Teniamo conto che in Italia siamo dei pessimi lettori, piuttosto che in libri spendiamo in apparecchi tecnologici di ultima generazione per usarli poi come normalissimi telefoni cellulari. Siamo in recessione culturale, e anche da parecchio.

"Ecco quindi cantanti, attori, comici o semplici lettori pubblicizzare libri. Il risultato è ovvio; la verticalità gerarchica della rubrica letteraria si è trasformata nell'orizzontalità rizomatica del blog, ...". No Magrelli, non ci siamo. Se mi dovessi attenere al suo pensiero nemmeno avrei dovuto scrivere queste righe, non ho i titoli accademici per farlo. Così come non potrei scrivere e parlare di calcio, di musica, di politica, di cucina, ecc. Sarei condannato alla vita del vegetale. Mi ricorda tanto certe posizioni antiche, ma di molto. Così come non mi piace la citazione di Sainte-Beuve che nel 1839 "vedeva i rischi di una letteratura industriale", ovvero sembra di capire che per lei la materia deve restare confinata a pochi eletti e che il volgo vada tenuto a bada e non possa fruire e gioire del sapere o al massimo essere un "utilizzatore finale" passivo. Mi verrebbe da citare un tal Antonio Gramsci ma penso sia superfluo.
 
Mi sono chiesto, dopo aver letto Magrelli, se con i miei consigli di lettura abbia potuto causare qualche danno alla nobile categoria e aver fatto vendere meno libri. Mi auto assolvo da entrambe le ipotetiche accuse.

6 commenti:

il Russo ha detto...

L'ho letto anch'io ieri e ti ho pensato: la teoria di Magrelli non è la Verità assoluta ma un fondo di verità ce l'ha eccome.
In soldoni è la stessa cosa che accade fra la notizia da giornale (scoperta, verificata, sviscerata) e quella da Rete (riportata quando va bene, copiata senza verificarne le fonti spesso), oppure la prima e quella televisiva (che viene condensata in un minuto con un linguaggio basico e immagini che impigroscono pure il processo cognitivo di chi la riceve) che avvilito la notizia in sè sino a impigrirne lo spirito critico del fruitore che sempre più spesso non sa discernere l'autorevolezza di chi la da' dall'autorità di chi la pubblica (se lo scrive il giornalista Mirillo Mirilli sul tal giornale non me la filo, se lo dice Grillo via uebbe allora è vera!).
Non deve esserci elitarietà, concordo con te, ma la quantità quasi sempre va a scapito della qualità: è successo con le notizie, con i libri, con i giornalisti improvvisati (vedi pubblicisti, blogger, mediattivisti, masanielli ecc.) e forse non ha tutti i torti Magrelli quando teme sia accaduto anche in un campo dove tu te la cavi bene, ma non di tutti ciò che lo fanno si può dire altrettanto...

Gap ha detto...

Che abbia un fondo di verità lo riconosco quando dico che ci sono ottimi recensori che riescono ad intrattenere il lettore anche infarcendo le recensioni di dotti richiami letterari. Ma se il critico muore non è certo per i blogger.
Altro discorso, e lo abbiamo fatto spesso, è quello che richiami tu. Non tutti possono fare tutto, ma così come si è espresso Magrelli ha fatto di tutt'erba un fascio.
Ho risposto solo perché non mi riconosco nel suo ritratto di blogger che tratta libri quasi senza sapere di cosa parli.
Rispondo per me, sia chiaro.

Anacronista ha detto...

Ma davvero ha scritto questo? Che delusione, mi piaceva Magrelli. Neanche un cenno alle marchette ai grossi editori che fanno pubblicamente nei media di stato? Mah! Il problema non sono certo i blogger, semmai quelli sono un sintomo del fatto che il sistema è quasi del tutto privo di meritocrazia e tutto dipende dai grossi nomi, cioè dal chi, non dal cosa.

silvano ha detto...

Mi ritrovo in quello che ha detto il russo e aggiungerei però che c'è un problema ben sollevato da Gap: . "Teniamo conto che in Italia siamo dei pessimi lettori, piuttosto che in libri spendiamo in apparecchi tecnologici di ultima generazione per usarli poi come normalissimi telefoni cellulari. Siamo in recessione culturale, e anche da parecchio."

C'è un problema cioè anche dalla parte del pubblico che legge le recensioni, e non ha capacità piena di discernere criticamente la qualità delle stesse, tendendo di fatto a privilegiare la semplificazione e la banalità che sono così efficcaci saltando velocemente qui è là sul web.

ciao, silvano.

Bastian Cuntrari ha detto...

Dopo le dotte ed acute disquisizioni, dico la mia - da quisque de populo - sui critici letterari professionisti e non sui blogger che danno "consigli di lettura", Gap. Sono gli stessi che potresti darmi a voce davanti ad una pizza: due chiacchiere tra le tante.

L'ultima volta che ho acquistato un libro anche per le recensioni lette è stato nel 2002 e il libro era "Io uccido", di Faletti. Amo i thriller e ho sempre pensato che quelli che valesse la pena leggere fossero solo quelli scritti in inglese: d'Albione o d'America fa lo stesso. Mi ha incuriosito quindi l'entusiasmo della critica e del pubblico sulla fatica di Faletti (qualcuno ha paragonato la sua prosa a quella di Alessandro Manzoni...) e l'ho letto: per dirla con il rag. Fantozzi, "una cagata pazzesca!" La summa di quello che in un mistery non dovrebbe esserci: il gemello, il passaggio segreto e altre cavolate del genere...

Ora, se un poliziesco mi interessa, leggo solo dove si svolge, chi sono i personaggi e - a grandi linee - che "delitto" affronta: niente rapine miliardarie, niente spionaggio, niente fanta politica. Nulla meno di un sano omicidio! E mi va benissimo l'imbeccata dell'amico blogger che me lo suggerisce: mentre non saprei proprio che farmene del panegirico del professionista che mi orienta in base alle proprie "riconosciute" (da chi?) competenze.

Gap ha detto...

Eccome se ricordo quella recensione, Bastian. E mica si è fermato lì, ha continuato a magnificare personaggi che quello che scrive sembra sempre sia un'enorme marchetta.
E, comunque, ribadisco, mai detto che i critici letterari, teatrali, ecc. non servano, basta che sappiano fare il loro mestiere e parlare ai lettori e non ai loro colleghi.