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lunedì 27 gennaio 2014

Inclusi gli ebrei

Identità e inclusione: erano (e sono) questi i fondamenti della cultura ebraica. E questi due valori furono combattuti con il sangue dall'idiozia nazista e fascista. Come racconta un vecchio libro di Amos Elon

Non passa giorno che non si debbano prendere in considerazione notizie di carattere antisemita, braccia tese, quenelle, scritte sui muri o sulle bacheche dei social network, il ripetersi di triti e tristi luoghi comuni sullo strapotere economico ebraico e altre stupidaggini ripetute spesso senza sapere di cosa si parli. Qualcuno la chiama intolleranza, alcuni atteggiamenti pericolosi e altri ancora minimizzano. Oltre che politico e di ordine pubblico, è anche un problema culturale e, forse, qualche libro potrebbe aiutare.

Amos Elon è stato un intellettuale di religione ebraica che ebbe il coraggio di criticare la politica dello Stato di Israele dopo la guerra del 1967. Una vita interessante che si può conoscere nelle tante pagine che si trovano in rete. Un personaggio sicuramente scomodo per i politici del suo paese che scelse di vivere in Italia nel 2004 quando abbandonò anche la cittadinanza israeliana. Mori nel maggio 2009 nella sua amata Toscana.

Non si può partire che da una considerazione, cosa comune a coloro che hanno affrontato il libro più importante di questo autore. Tanto si è scritto sui tedeschi di religione ebraica durante il nazismo: le angherie dei primi anni, le persecuzioni fino ad arrivare allo sterminio. In pratica è come se iniziassimo a leggere un libro dalla fine sapendo già chi è la vittima e chi il colpevole; Elon nel suo Requiem tedesco. Storia degli ebrei in Germania 1743/1933, (Mondadori, attualmente fuori catalogo ma rintracciabile nelle librerie dell’usato), ci fornisce gli strumenti per conoscere il pezzo di storia mancante. E attraverso la narrazione, ricca di personaggi conosciuti o meno, si arrivano a comprendere anche certi atteggiamenti e decisioni che gli ebrei presero, o non presero, all’avvento del nazismo.

Un ruolo fondamentale nella trama lo ricopre il filosofo Moses Mendelssohn che, «giovane, promettente talmudista», decide di trasferirsi a Berlino, chiamato dal suo maestro divenuto rabbino nella capitale prussiana. Attraverso la sua esperienza scopriamo l’arretratezza culturale, il razzismo esistente negli stati e staterelli tedeschi dell’epoca e comunque condiviso in tutta Europa. Scopriamo le vessazioni a cui erano sottoposti gli ebrei tedeschi. Colpisce una frase, già all’inizio del libro, tratta da un registro di guardia della porta Rosenthal: «Oggi sono passati sei buoi, otto maiali e un ebreo». L’ebreo considerato alla stregua di un animale, forse anche meno utile.
Attraverso la vita del Socrate tedesco, Moses Mendelssohn, seguiamo lo svilupparsi dell’influenza degli ebrei tedeschi sulla cultura germanica. Partiti dal basso, molto basso, e vittime di pregiudizi anche da parte di esponenti di spicco, vedasi Goethe, Kant per esempio, riuscirono a farsi largo e nel libro così troviamo nomi noti come Heinrich Heine, Marx, Rosa Luxemburg, Albert Einstein, Kurt Weill e Bertolt Brecht e altri ancora. Ma non è importante chi si incontra nelle pagine, è la lotta per «porre fine all’isolamento sociale e intellettuale degli ebrei» che conta.

È fondamentale capire l’identificazione dell’ebreo tedesco con la Germania per capire l’assurdità, la miopia degli anti-semiti. Il non aver compreso la modernità del pensiero dell’inclusione che era il fine ultimo degli ebrei tedeschi, e non solo. Elon sintetizza il pensiero con le parole del filologo e scrittore Victor Klemperer: «Io sono tedesco, sono gli altri che non lo sono…». È per questo, forse, che gli ebrei non fuggirono, che a molti sembrava impossibile che i nazisti potessero loro far del male. Erano tedeschi, quindi, a rigor di logica, non potevano e dovevano temere nulla. Ernst Kantorowicz, importante medievalista, accusato di comunismo in America all’epoca del maccartismo, si difese dicendo: «Mi sono presentato due volte volontario per combattere attivamente, con fucile e baionetta, i radicali di sinistra in Germania; ma so anche che, unendomi ai battaglioni dei Bianchi, ho preparato, sia pure indirettamente e contro le mie intenzioni, la strada che ha portato al Nazionalsocialismo e alla sua ascesa al potere». Ecco, non avevano messo in conto la follia di Hitler e dei seguaci. È stato un massacro non solo fisico ma anche intellettuale e culturale.
Insomma, si tratta di un libro denso, ricco; che passo dopo passo ci guida nella storia della crescita sociale e culturale degli ebrei tedeschi. «Tre generazioni dopo Moses Mendelssohn, gli ebrei erano tedeschi nella lingua, nel modo di vestire e nel sentimento nazionale». Peccato che tedeschi non lo fossero i tedeschi. Eppure, leggendo Elon non si può fare a meno di pensare ad Abraham Berliner e il suo Storia degli ebrei di Roma

Quindi, nella bella ricostruzione di Amos Elon, abbiamo un tedesco di religione ebraica, Moses Mendelssohn ormai riconosciuto come un’autorità anche da molti gentili, che vorrebbe una religione che abbandoni certi atteggiamenti, come l’abbigliamento, per integrarsi funzionalmente nella società tedesca. Altri si spingono oltre fino ad arrivare all’ipotesi di conversioni di massa per “sciogliersi” nella società prussiana. Ma molti vedono in questa remissività il tentativo di inquinare la cultura germanica. Così ci troviamo  di fronte a posizioni estremistiche come quelle di «Karl Wilhelm Grattenauer, insigne giurista berlinese» che, in un pamphlet che susciterà molte polemiche, scrive: «Perché tollerare fra noi un’orda di persone il cui carattere è una mescolanza di tutti i mali e difetti presenti nell’umanità, e che si riproducono come cavallette?».

Nello stesso tempo anche sul fronte del “revisionismo” ebraico si toccano punte estremistiche come quelle dei giovani Eduard Gans, Leopold Zunz e Moses Moser che stilano un manifesto, precisamente Zunz, per accelerare l’integrazione e neutralizzare «l’isolamento culturale e sociale dei correligionari» nella nazione e nella cultura tedesca. Si spingono talmente oltre che fanno propri anche diversi luoghi comuni dell’antisemitismo suscitando nuove e dure polemiche. I tedeschi erano principalmente spaventati dalla voglia di integrazione che porterà Heine a dire «che la sua vera patria era la lingua tedesca» e ad aggiungere «… il nostro possesso più sacro … una patria perfino per coloro cui perfidia e follia ne negano una».

Insomma un cammino duro e lungo che si interromperà con l’avvento del nazismo.  Nazismo che riproporrà eventi già visti ma che riuscirà a toccare punte che nemmeno la fantasia più malata sarebbe riuscita a prevedere.

3 commenti:

il Russo ha detto...

Tanta roba per il lettore medio di internet, tanta roba davvero.

Ernest ha detto...

complimenti Gap.

Bastian Cuntrari ha detto...

Veramente molto istruttivo, Capo!
E - onestamente - non credevo che le cose fossero in questi termini: ho sempre pensato (evidentemente sbagliando) che per gli ebrei fosse "secondario" il tema dell'inclusione identitaria nella cultura del paese che li ospita rispetto al loro "primario" senso di appartenenza religiosa.

Ma io sono un "lettore medio di internet...", non acculturata come altri, anche se ho riconosciuto la citazione che ci hai propinato come indovinello su FB.

Grazie.