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mercoledì 13 novembre 2013

Il futuro banale



"La seconda mezzanotte" di Antonio Scurati è un libro sospeso tra fantascienza e fantapolitica: troppo semplice perché sia una premonizione e troppo serio perché sia una divagazione
Leggendo “La seconda mezzanotte” di Antonio Scurati, Bompiani 2011 diverse edizioni e prezzi, si ha chiara e netta l’impressione di rileggere un libro, un fumetto o la sceneggiatura di un film già visto. D’altronde lo ammette lo stesso autore che la sua opera è piena di citazioni e di rimandi. E’ un gioco già fatto anche con “Una storia romantica” e gli riesce bene.

Nel 2092 non esisterà più la Venezia che conosciamo, quella dei canali, dei campielli, dei turisti colti e ignoranti che la calpestano e l’offendono,  ma ci sarà una Nova Venezia in mano ad una multinazionale cinese. Rimarranno però i turisti, di un genere nuovo ma non dissimile, in questo luogo che della città lagunare conserverà solo il nome e la struttura di una piccola parte di ciò che fu la Serenissima. Una Venezia luogo di perdizione e di già perduto smarrita in una landa acquitrinosa puzzolente. Una “città” chiusa votata al degrado, se sia possibile andare oltre la degradazione che Scurati ci propone fin dall’inizio. Una Venezia e una situazione mondiale che stranamente hanno molti, troppi, punti di contatto con la realtà dei nostri giorni.

Un mondo ancor più diviso, perverso, frantumato nella natura e dalla natura, dove non c’è ombra di riscatto e di futuro, specialmente tra i nativi a cui viene impedita la procreazione. Solo due persone e un oggetto rappresentano il miraggio, l’utopia, due gladiatori, il Maestro, Spartaco e una spada, ecco il visto e rivisto principale, che ancora sperano. Un libro non consolatorio, senza speranza (o forse sì?) e che, per chi vuole e ancora sa, ci fa guardare dentro. Certe scene, e parliamo di razzismo, donne, violenza, sesso, avidità, non sono altro che la riproposizione di una idea della vita che si perpetua nel corso dei secoli e che nessun buon senso sembra capace di curare. La battaglia campale, in un nuovo carnevale veneziano nell’arena di Piazza San Marco, ne è un esempio lampante.
L’autore ci accompagna nella Nova Venezia seguendo passo dopo passo il Maestro, il veterano che guida i gladiatori, e con lui ci fa toccare con mano la disperazione, la cattiveria e la mancanza di futuro. Buona l’idea di pubblicare la piantina della Nova Venezia che aiuta il lettore nel seguire gli spostamenti e lo svolgersi della storia.

Un libro impegnativo se lo si affronta pensando al futuro dell’uomo e della Terra e delle colpe che ci portiamo dentro e dietro in questa corsa verso l’autodistruzione, un buon libro d’evasione secondo una chiave di lettura diversa e se non ci si fa invischiare nella ricerca dei rimandi e delle citazioni.



Il dottore si aggiusta il cappello di paglia, quasi volesse sottrarsi alla prima sentenza del nuovo giorno, sebbene non sia ancora stata pronunciata.

antonio scurati"Avevo studiato medicina. Mi sono specializzato in biotecnologia, ma il dipartimento universitario dove facevo ricerca ha chiuso. Poi ha chiuso anche l'università. Alcuni accusavano le multinazionali di aver internalizzato la ricerca scientifica, le accusavano di puntare a un pericoloso monopolio del sapere tecnico. Ma i fatti hanno poi dimostrato che non era così. Era peggio. Eravamo in preda ad una decrescita selvaggia. Per la prima volta da secoli la produzione industriale e l’evoluzione tecnologica erano diminuite, la linea del progresso si era spezzata. Oltre ad alcune tecnologie belliche, si sviluppavano oramai soltanto le telecomunicazioni e gli psicofarmaci. Dosi massicce di spettacoli terrificanti, e ancora più massicce di antidepressivi. Televisione e benzodiazepine. In verità perfino l’apocalisse biologica, il virus mutante tanto temuto dai millenaristi della fantascienza è stata risucchiata nel gorgo generato dallo sprofondamento del livello di civiltà. Il secolo biotech si è rivelato una promessa non mantenuta. Anche come minaccia.

Allora, un giorno, abbiamo udito un boato, ci siamo voltati e abbiamo scoperto che l’argine aveva già ceduto più a monte, molto più a monte del punto in cui ci trovavamo. Quasi insensibilmente, il nostro mondo era già scivolato nell’abisso. Il salto involutivo si era prodotto, questo sì, ma nessuno se ne era accorto e sicuramente nessuno avrebbe saputo dire quando".

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