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domenica 1 settembre 2013

L’amica geniale e Storia del nuovo cognome



Per anni non ho letto libri appena usciti per due motivi, uno intellettualoide perché non volevo essere influenzato dalle recensioni e uno più prosaico perché attendevo l’uscita in versione economica. Sia come sia, non mi sono mai pentito della scelta. La breve introduzione è dovuta al fatto che parlo di due libri, uno del 2011 e l’altro del 2012, in attesa del terzo volume della trilogia.
Elena Ferrante mi ha conquistato fin da “L’amore molesto”, ma con “L’amica geniale” e “Storia del nuovo cognome” è entrata nel mio personale Pantheon letterario italiano. La facilità di scrittura, di comunicare sensazioni, far rivivere cose dimenticate e perse nei meandri della memoria sono sensazionali.
Inizia piano piano con la storia di due bambine nemiche-amiche ma anche l’una il completamento dell’altra fin dalle elementari e si sviluppa e ci avviluppa fino all’età adulta in un crescendo di emozioni. Ci sembra di vivere, anzi di essere nati, nella periferia della Napoli del dopoguerra, nella Napoli di Lauro e della camorra, della violenza insita nella vita di tutti i giorni e nei pochi momenti belli che essa riserva. Ancor più forte è l’attrazione per chi non ha vissuto in quell’ambiente ma che ne è stato comunque contiguo per diversi motivi. In un paese, grande più o meno come un rione di Napoli o di Roma, si è comunque vicini per forza se non per scelta. Si è vicini al povero come al ricco, al proletariato come alla borghesia, e nei paesi non è mai illuminata. Si scoprono cose che non si immaginano, l’odore acre e fastidioso della povertà, quello che ti prende alla gola e ti provoca un senso di nausea che sei costretto a nascondere per non ferire il piccolo amico. Si scopre la cattiveria del figlio del dottore o della figlia della professoressa di francese. E si scopre come il mondo, anche in piccolo, sia diviso rigidamente in classi. Sperimenti sulla tua stessa propria pelle, o di chi ti è vicino,  che “scalare” la società è più difficile di quello che si creda. Non basta studiare o fare i soldi, bisogna riuscire a comprendere i meccanismi per potersi integrare. E non è vero ciò che dice Erri De Luca sulla scuola pubblica: “… Non aboliva la miseria, però tra le sue mura permetteva il pari. Il dispari cominciava fuori", il dispari c’era e si vedeva dalla qualità dei grembiuli, dalla foggia dei fiocchi, dall’occhio di riguardo che gli insegnanti avevano verso i figli dei maggiorenti del paese/rione, dai libri nuovi e profumati rispetto a quelli avuti in eredità dai fratelli maggiori o rimediati in chi sa quale modo dai genitori meno abbienti.
E quindi ancor più forte è il coinvolgimento per chi nelle strade del rione rivede e ripercorre le strade della propria infanzia, adolescenza e gioventù. Quelle vie calcate in un perenne andare e venire perché altro non c’era da fare. Rione come un microcosmo che contiene già da subito tutte le sfaccettature della vita. Dalla rassegnazione al sapere che non si potrà mai andare via, alla voglia di fuggire verso un nuovo mondo che si pensa e si intravede al di là del tunnel. E, comunque, se ci si riesce ti lascia dentro sempre un senso di inadeguatezza, di insoddisfazione a cui non sai dare spiegazione. Di un qualcosa di cui dovrai sempre rendere conto anche se pensi che il tuo passato sia realmente passato.
Ed Elena Ferrante non ce la fornisce questa spiegazione, è all’interno di noi. E’ un po’ come la battuta di Corrado Guzzanti: la risposta è dentro di te e comunque è sbagliata. E’ sbagliata perché non c’è risposta univoca alla vita e alle scelte, libere (se esistono) o indotte. Ognuno sa il perché di certe scelte, oppure crede di non saperle.
Problemi insormontabili per chiunque, figuriamoci per le piccole donne che crescono della periferia napoletana, strette nella morsa dell’ignoranza, della violenza, dei luoghi comuni. Nel maschilismo imperante, nella violenza giornaliera, quasi naturale, ereditata da migliaia di anni di persecuzione. Sì, è molto più difficile per una donna uscire dal proprio mondo per cercarne un altro non dico migliore ma semplicemente diverso.
Bei libri, che danno il piacere della lettura e del pensare. Personaggi tratteggiati con nitore, senza sbavature, che il lettore capisce in ogni loro intima piega e può immedesimarsi in ognuno di loro perché tutti hanno ragione e tutti, qualcuno molto più degli altri, hanno torto nell’affrontare la vita. La difficoltà dell’accettare i condizionamenti, le soperchierie, il già trovato fatto, gli errori generazionali e il lasciarsi vivere perché tanto è inutile schierasi contro chi è più forte. E poi Napoli nel suo divenire sempre uguale a se stesso. Con problemi antichi che non si risolvono ma si incistano, diventano purulenti e si trasmettono anche ai napoletani stessi come un marchio indelebile. Napoli come paradigma di situazioni che si riscontrano ovunque, che viviamo tutti i giorni.

1 commento:

Ernest ha detto...

allora prendo il consiglio :-)