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lunedì 16 settembre 2013

Irma la maestra

Non avendo nulla da dire e nemmeno voglia di scrivere, saccheggio le bozze. Questo post, che pubblico senza nemmeno correggere, giace da molti mesi. Verosimile, vero, falso? Scegliete voi.

La signora Irma si muoveva nel suo piccolo appartamento con agilità nonostante l'età avanzata. Certo, dire che si muoveva è un'esagerazione per i 50 metri quadrati scarsi di casa in cui si era ridotta. La vecchia bella grande casa l'aveva venduta tanti anni fa per aiutare l'unico nipote che aveva, rimasto solo al mondo, una tragedia che ancora non aveva superato. Per lei, sola, fu un sacrificio neanche troppo grande, per il nipote lontano fu una salvezza, per fortuna Giuseppe non si era dimenticato di lei. Sempre una telefonata e, nonostante la distanza una visita al mese. La portava fuori a pranzo dopo aver visitato un museo, una mostra. E in quelle poche ore che passava da lei riusciva anche a sistemare i piccoli danni dell'appartamento.
Giuseppe le aveva cambiato le lampadine vecchie con quelle nuove che consumavano di meno, le aveva fatto un nuovo abbonamento al telefono per farla risparmiare, insomma faceva di tutto per facilitarle la vita che con la crisi diventava sempre più difficile da vivere con la sua pensione di statale. Irma era stata maestra, Irma la maestra, come la conoscevano tutti nel suo vecchio quartiere. In quello nuovo era una delle tante pensionate deportate per lasciare le case ai figli o ai nipoti. Ma Irma non si lamentava, le andava bene così, aveva i suoi libri, la sua musica e il suo gatto.
Le difficoltà economiche, che nascondeva al nipote, l'avevano portata ad aprire la porta di casa al gatto in modo che anche lui si desse da fare, che cercasse un po' di cibo al di fuori delle mura domestiche, scatolette e croccantini, per quel mangione, non bastavano mai. Aveva dovuto scegliere se mantenere il gatto o mantenere se stessa. Giuseppe ogni tanto le lasciava un po' di soldi, mai tanti perché anche lui se la passava mica tanto bene con la cassa integrazione a singhiozzo come la moglie e poi aveva due figli da mantenere agli studi. Irma riusciva a nascondere le sue difficoltà alla famiglia di Giuseppe, non voleva caricarlo di altri pensieri.
L'anziana maestra girava per casa, spostava una sedia, metteva a posto un libro, perdeva tempo, in parole povere. Ogni tanto un'occhiata all'orologio in attesa che arrivassero le tredici. A quell'ora scendeva in strada e si avviava alla fermata dell'autobus che l'avrebbe portata, in poche fermate, in un quartiere vicino dove c'era il mercato rionale. Era diventata un'occupazione che ripeteva tre volte a settimana dopo il quindici del mese, quando i soldini iniziavano a scarseggiare. Arrivava al mercato e si posizionava in uno degli angoli della piazza rettangolare lasciata in eredità alla città dal Duce. Da quella posizione attendeva che i banchi iniziassero a chiudere e verso le quattordici, con la sporta al gomito come si usava un tempo, iniziava il suo percorso. Non rovistava, questo no, ancora non c'era arrivata, ma sapeva dove gli operatori del mercato lasciavano le cassette con la verdura e la frutta non più vendibili e lì si serviva, sceglieva anche con cura. Velocemente faceva il suo giro e velocemente spariva dal mercato senza mai prendere più di quello che le sarebbe potuto servire. Sapeva che dopo di lei sicuramente sarebbero passate altre persone bisognose.
Nonostante ripetesse questa operazione in un mercato di un quartiere a lei sconosciuto e dove lei stessa sarebbe dovuta essere una sconosciuta, non sapeva che era stata notata, casualmente, proprio da uno dei proprietari dei banchi di frutta e verdura. L'uomo aveva visto questa signora vestita dignitosamente, pettinata e pulita e all'inizio si era stupito che prendesse le cose che lui scartava ma che non buttava nei secchioni perché sapeva del "mercato" non ufficiale che si apriva quando loro chiudevano. Gli dispiaceva vedere che la crisi non risparmiava nessuno e che, anzi, sempre più pensionati riducevano le quantità di merce acquistata.
Irma, dopo la sua spesa, tornava a casa e pranzava, con calma, senza preoccupazioni di orario, in fin dei conti era l'ora in cui mangiava anche quando insegnava. Appena finito puliva la frutta, la metteva nei contenitori e la riponeva in frigorifero. Puliva la verdura, la lavava, la cuoceva e la divideva in due come per la frutta e anche la verdura andava in frigo. Ogni tanto rifletteva sul come si era ridotta, sul perché la sua pensione non le bastasse più dopo tutti i sacrifici che aveva fatto e faceva. Aveva anche messo da parte il cellulare che il nipote le aveva regalato, o meglio, lo aveva sempre con se ma non lo usava mai per chiamare ma solo per ricevere. Per risparmiare telefonava solo dal fisso a costo zero. Aveva anche preso l'abitudine di prendere i libri in biblioteca, anche se le costava un lungo viaggio in autobus. E proprio leggendo attendeva che arrivasse la sera. Alle diciannove apriva il frigo, prendeva metà della frutta e della verdura, metà del pane comperato la mattina e scendeva di un piano, tirava fuori le chiavi ed apriva la porta del pianterreno. Andava in cucina e metteva frutta e verdura nel frigorifero della vicina. Poi andava nella camera, l'unica a parte la cucina, da letto, prendeva il libro sul comodino e, dopo aver salutato con un bacio l'uomo sdraiato sul letto, iniziava a leggere riprendendo dal punto dove l'aveva lasciato il giorno prima e leggeva fino al ritorno della moglie dell'uomo.
Il fruttivendolo ormai aveva memorizzato i giorni e l'orario della spesa della signora Irma e non sapendo come fare per aiutarla senza recarle offesa, aveva iniziato a lasciare un sacchetto con frutta e verdura buona. Sapeva che lei sarebbe stata la prima visitatrice e che non correva il rischio che altri la prendessero al suo posto. L'uomo aveva l'idea di conoscere la signora delle due, come la chiamava parlando con la moglie. Era convinto che avesse avuto una parte nella sua vita ma non riusciva a focalizzare il dove e il quando. Forte di questa convinzione aveva deciso di scoprire chi fosse e quel giorno, chiuso il banco, si mise in macchina ad attenderla. La segui nel suo percorso verso casa e vide dove abitava. Attese qualche minuto e poi andò a controllare i nomi sui citofoni. Irma C. lesse e gli si affollarono nella mente molti ricordi. La Maestra Irma, ecco chi è, quella che mi diceva sempre che ero uno zuccone perché studiavo poco, che mi arruffava i capelli la mattina quando entravo e all'uscita. La Maestra Irma che mi ha insegnato a leggere e scrivere e far di conto. La Maestra Irma che non ha mai urlato con nessun bambino, nemmeno i più agitati. Con gli occhi lacrimosi, risalì in macchina e tornò a casa.

2 commenti:

il monticiano ha detto...

Credo sia molto vero, attuale e che commuove anhe se lascia molta rabbia in corpo per chi ha fatto arrivare Irma la maestra nell'amara situazione in cui si trova.

Cri ha detto...

La maestra Irma aveva seminato bene. E ora ha il suo piccolo raccolto.