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lunedì 22 luglio 2013

Processi sommari e social network



Sì, non ci sono dubbi, stiamo tornando indietro nel tempo. A dispetto di ciò che molti dicono, l’avvento dei social network, delle moderne tecnologie in genere, della voglia e della possibilità di comunicazione in alcune cose ci fa regredire. Rende inutili millenni di studi, di leggi, di codici, di garanzie per l’accusato e anche per chi accusa. Stiamo tornando al processo sommario da bar, da pubblica piazza, da uomo qualunque. Di esempi ce ne sono tanti e ogni giorno ce ne vengono forniti di nuovi.

Questo tipo di processo, senza implicazioni legali ma “solo” di diffamazione, di lesione della dignità di chi lo subisce, ha il suo luogo deputato nella rete attraverso Facebook, Twitter, Blog e, spiace dirlo, giornali on line. In quest’ultima categoria vanno incluse anche le versioni elettroniche dei titolati giornali su carta che a loro volta vengono condizionati dalle versioni elettroniche che hanno “sparato” quasi in tempo reale le notizie. Tralasciamo, per ora, i processi sommari da bar, questi sono immutabili.

Prendiamo Matteo Renzi che va da Silvio Berlusconi ad Arcore. Chi sa realmente cosa si sono detti? Chi sa quali accordi segreti siano stati stipulati? E poi, questi fantomatici accordi ci sono realmente stati? Ecco, nessuno di noi sa realmente come sono andate le cose ma Renzi, in quanto rappresentante del Pd, non doveva incontrare Berlusconi e meno che meno ad Arcore. Di conseguenza il reale svolgimento e i relativi contenuti passano automaticamente in secondo piano perché per una, diciamocelo chiaramente, visione ormai distorta della lotta politica il solo fatto che Renzi abbia incontrato Berlusconi lo scredita, lo rende addirittura complice del nemico. E giù con le contumelie, dagli al traditore, al venduto.
Ricordate la foto di Bersani che mette una mano sulla spalla di Alfano? Ebbene nessuno ha interpretato quel gesto per quel che forse era realmente, un gesto carino di due persone che si conoscono che non sono d’accordo su quasi nulla ma che comunque intrattengono rapporti civili. No, per tutti quella foto è diventata il sinonimo dell’essersi venduti, come se per fare la porcata che poi è stata fatta bastasse una mano sulla spalla. E’ l’apparire, sia in forma attiva che passiva, che condiziona la vita.

Ora pensate a tutti i tweet, ai post su Fb e nei blog sui due argomenti e riflettiamo su come si possa influenzare la vita politica. Più commenti si ricevono e più una notizia, non verificata il più delle volte, diventa una verità. La versione moderna del “parlatene male purché ne parliate” o una bugia gridata a più voci diventa una realtà.

Ora, è inutile girarci intorno, il caso eclatante di questi giorni è la presunta violenza del cantante Massimo Di Cataldo nei confronti della sua donna denunciata da lei su Facebook. Il social network come una pubblica piazza, come il balcone di casa da cui ci si affaccia per chiedere aiuto. Ma la piazza, o il balcone, sono posti geograficamente e geometricamente delimitati e delimitabili, Fb no. Facebook diventa il mondo. Una notizia, una foto su Fb, o Twitter, sono di tutti, non ci sono confini geografici e nemmeno geometrici. Cosa ha prodotto la denuncia della donna? Intanto sapere che Di Cataldo avrebbe (il condizionale è d’obbligo non essendoci verità accertate come purtroppo in molti altri casi) picchiato la moglie quattro o cinque volte, se fosse vero l’esecrazione non potrebbe essere che massima, come anche se l’avesse malmenata una sola volta. La confessione di Anna Laura Millacci aggiunge particolari (sono suoi? sono aggiunte di altri?) a dir poco raccapriccianti, avrebbe abortito per le percosse del suo uomo ma lei stessa dice che la gravidanza era a rischio e non spiega (nel caso lo avesse detto lei) la connessione tra gli schiaffi e l’aborto. E comunque anche se l’aborto non fosse collegabile alle botte queste restano in tutta la loro gravità. Non si picchia una donna, meno che meno in gravidanza e ancor meno se la gravidanza è a rischio. Quindi, se vero, Di Cataldo ha sbagliato in ogni caso.

Ma al di là di queste pur gravi cose, la denuncia della donna ha ottenuto effetti di pari consistenza mediatica. Una parte del popolo dell’etere si è schierata con lei e una parte contro, entrambi i “contendenti” si sono presa la loro parte di solidarietà come la parte di contumelie più o meno gravi. Sembra di assistere ad un reality che potrebbe essere reale e non sceneggiato a tavolino. E, come in tutti i reality, c’è chi si schiera per questo o quel concorrente. E dà giudizi, esprime voti basandosi solo su impressioni e notizie masticate, rimasticate e digerite da altri, un bolo in continua evoluzione.

E un pensierino alle ipotesi più maliziose, di una totale messa in scena da parte della donna per vendicarsi di un amore finito o per farsi pubblicità ne vogliamo parlare? Manca solo chi dica che hanno architettato tutto tutti e due insieme e abbiamo quadrato il cerchio.

Ma c’è anche un altro risvolto nella vicenda. L’intervento della magistratura che ha aperto l’inchiesta sui fatti denunciati su Facebook. E’ l’ennesima consacrazione dei social network al grado di agorà dei giorni moderni. Ovvero, ciò che la donna non ha avuto il coraggio di fare di persona lo ha demandato ad altri gridando dal balcone. Ma resta da chiedersi perché Anna Laura Millacci non sia andata direttamente alla Polizia o i Carabinieri. Paura? Pudore? Malinteso senso dell’Amore? Non so. Se trovi il coraggio di dire certe cose nella pubblica piazza non vedo perché non avere il coraggio di denunciarle direttamente alle Forze dell’Ordine.

Certo l’argomento è spinoso. Si corre il rischio di essere fraintesi. Resta il fatto che chi commette una violenza va condannato senza se e senza ma. Se la violenza è di un uomo su una donna ancora di più.

3 commenti:

Bastian Cuntrari ha detto...

Questa mattina, sul solito Omnibus su La7, è venuta fuori la vicenda di Dolce e Gabbana e i commentatori hanno aggiunto altri elementi di valutazione a quella vicenda che non emergevano nel momento in cui la "bolla mediatica" è esplosa.

Mi sono letta "le carte", come si dice tra i legulei, e davvero la questione è intricata.
Ma io, per prima, commentando su un blog amico, li ho condannati qualche giorno fa senza appello, nella totale ignoranza dei fatti.

Hai ragione, Gap, e ti prego: la prossima volta che mi metto a sputare sentenze sull'onda emotiva dei titoli dei giornali, cazziami senza pietà.

Cri ha detto...

Facebook, i social, il web, purtroppo ormai pilotano le nostre emozioni, e soprattutto le nostre reazioni "de panza". Non c'è spazio per la riflessione, per l'approfondimento, per un tentativo di comprensione di quello che sta al di là dell'apparenza sbattuta sul video. Uno sbatacchiamento che porta allo smarrimento e al malessere. Spero solo sia vero che sia in declino, come pare.

Lola ha detto...

Il nostro nordico comune amico mi aveva mandato il link appena uscita la "denuncia". Ho riflettuto a lungo se scriverne anche io.
Le tue riflessioni sono quelle che avrei voluto scrivere io.