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mercoledì 3 aprile 2013

La croce

Vorrei chiudermi. Sigillarmi. Come le tombe che i miei occhi vedono, antiche, vecchie, recenti e nuove ma tutte inesorabilmente chiuse alla vita. E non basta un fiore, una luce, una foto per dare parvenza alcuna di realtà. Sono ormai storia. Personale e pubblica. Anche coloro che hanno vissuto senza mai mostrarsi agli altri, ora, da morti, sono alla mercé di tutti. Si salvano quelli che hanno abbandonato e sono stati abbandonati dalla vita ormai troppi anni or sono. Come quella croce di legno sbilenca che ancora resiste al tempo. Povera, grigia, senza colore e senza essere tornata legno. Priva di un nome, di una data, come a preservare l'identità di colui che non è più dalla curiosità dei visitatori. Eppure un fiore, secco, anch'esso sbiadito, testimonia il passaggio, breve, lungo, chissà, di qualcuno che comunque il fiore ha poggiato tra i bracci della croce uniti da un pietoso fil di ferro anche esso recante il segno dei tempi rugginosi. Chi sei, chi sei stato? Uomo, donna, fanciullo, bimba? Dimmi chi fosti e perché qui finisti. Perché nella nuda terra. Fu una scelta, una necessità. L'ennesimo sgarbo della vita? Chi hai lasciato a piangerti? Ti piansero almeno gli occhi di qualcuno? Chi ti accompagnò nell'ultimo viaggio? Hai lasciato una tua traccia oppure non ti sei mai posto il problema? Eri troppo impegnato a sopravvivere per gravare la tua vita di  preoccupazioni che non ti potevi permettere. Chissà se sei sceso nella tomba con il vestito della festa o ti hanno gettato nella bara con gli stracci di tutti i giorni. E che ti hanno messo vicino per tenerti compagnia? Una moneta, un giocattolo, una foto? O ti hanno lasciato solo con il tempo?
Ti guardo e capisco che sei un rimasuglio di un tempo marcito come il fiore e la croce che segnano la tua casa. Sei rimasto solo. Intorno solo marmo, cemento, bronzo, ferro, ceramica, plastica, elettricità. Tu resisti indifferente agli anni che passano. Ma ti avverto se già non lo sai. Prima o poi anche tu perderai l'ultimo appiglio con la vita terrena. Sta per scadere il tempo. Sei già un miracolato, tumulo di terra, che non ti abbiano divelto, scavato, rimosso e gettato, ciò che di te resta, in una fossa comune o nell'immondezzaio per fare prima. Eppure qualcuno che ti viene a trovare ci deve essere. Qualcuno che toglie le erbacce dalla tua coperta marrone, umida o secca a seconda delle stagioni. Chissà se ti parla o se la sua visita è breve e frettolosa come un piacere o lunga e persistente come un dolore.
No, non riesco a leggere il tuo nome, quando nascesti e quando, purtroppo, lasciasti la vita. Non so nulla di te anche se forse potrei saperlo andando a cercare in qualche vecchio documento. Ma che ne ricaverei? Sapere chi fosti, se eri sposato o meno, se eri giovane, vecchio, uomo o donna per me non cambia nulla.

Io ti parlo ma non rispondi, ignori le mie parole indifferente come al sole che picchia o alla pioggia che batte. Al gelo, meteorologico e no, che tutta ti racchiude. Quanti vivi hai visto passare davanti a te e quanti di quei vivi li hai visti entrare da morti. Chissà, se decidessi di parlare, quante cose avresti da dire. Ma forse puoi dirle a chi ti sa ascoltare. E forse quell'attento ascoltatore non sono io. Sai, ora si parla sempre anche quando non si ha nulla da dire. Basta che si dica qualcosa come se sentire la propria voce ci dia il segno della nostra esistenza. E se io sono qui a parlarti è forse perché sento l'esigenza di poter parlare liberamente, senza qualcuno che interrompa. E' difficile trovare qualcuno che sappia ascoltare e non solo sentire. Tu sei perfetto, o perfetta? Hai superato il problema di affermare la tua esistenza in vita gridando più forte.

1 commento:

Cri ha detto...

Tutto vero così.