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mercoledì 5 dicembre 2012

La moglie che voleva apparire

Il bar è piccolo come la saletta con quattro tavolini. Sono seduto con una cioccolata calda davanti, con la mano sinistra la giro per evitare che si formi la "pellicina" e con la destra reggo, ripiegato, il Corriere dello Sport, ogni tanto una lettura impegnata ci sta bene. Nel tavolo che mi è di fronte una ragazza è china su un libro, a quello di fianco ci sono due signori di mezza età. Mentre giro e leggo la mia attenzione viene attratta dal discorso dei due uomini.
-Ma tu te lo ricordi Gianni?
-Come no, ci ho lavorato insieme per poco tempo prima che andasse via, che finaccia!
-Ma tutta la storia la sai?
-Sì, penso di sì.
-Invece no, non puoi saperla. Te la racconto io.
Ecco, penso, ora costringe il pover'uomo a sorbirsi una tirata sui tempi in cui anche lui lavorava.
-Gianni fu il primo con cui, sorso di cappuccino, uscii a fare il giro con il motorino. Lui in moto, era uno dei pochi a cui era permesso, io con un Benelli tre marce. Mi fece vedere i diversi posti dove sarei dovuto andare e fece in tempo a vedermi cadere, sulle rotaie del tram, per evitare una comitiva di giapponesi davanti al teatro dell'Opera. Si sbellicava dalle risa ma si preoccupava che non mi fossi fatto nulla. Non era cattivo, solo ignorante, nel senso che non sapeva e subiva le conseguenze del non aver studiato abbastanza. I primi tempi pensavo che fosse un lavativo senza eguali, anzi no, che se la battesse con il reatino, invece era un lavoratore. Ma l'avrei capito solo in seguito.
-Il reatino?
-Sì, quello grosso, spaccone che vendeva anche le macchine di straforo.
-Sì,sì, non ci avevo pensato.
-Insomma, per non tirarla tanto per le lunghe. Gianni faceva almeno due lavori, portava il pane la mattina presto e il pomeriggio faceva il fattorino. Era per quello che faceva a gara con il reatino a chi non rispondeva mai ai campanelli. (Nel giornale i campanelli, negli anni '70, suonavano quando c'era da portare un articolo da una stanza all'altra, mandarlo in tipografia o altro ancora. N.d. Gap). Insomma, sembrava di stare al Musichiere all'incontrario. Più suonavano più loro stavano fermi, immobili. Anche gli altri stavano fermi e immobili in attesa che almeno una volta si alzasse uno dei due, con il risultato che spesso si sentivano le urla belluine di qualche giornalista che si chiedeva "Dove cazzo sono finiti i fattorini?". E noi a ridere, del giornalista incazzato di turno e della quasi rissa che si scatenava ogni volta tra i due soggetti. E comunque Gianni lavorava, non per il giornale ma lavorava, a volte tra un trasporto di pane e un turno al giornale ci metteva in mezzo anche qualche altro lavoretto straordinario. E non lo faceva perché fosse in difficoltà, lo faceva per accontentare i capricci della moglie.
La cosa diventa interessante, peccato non avere un registratore.
-Eh sì, qualche cosa mi era stata detta. Mi dissero anche che era bella.
-Ma che stai a di'? Bella non era e poi, se mi ricordo bene, c'aveva 'na nasca che c'andava a pesca. Comunque era una donna pretenziosa. Voleva andare per locali, voleva sempre comprarsi qualcosa di nuovo, se non ricordo male anche gioielli e la pelliccia e poi voleva, per l'apparenza, che avessero sempre la macchina nuova. E lui lavorava come una bestia. C'ha fatto piagne a tutti almeno una volta, chi poco chi tanto ma tutti abbiamo versato a fondo perduto nelle tasche di Gianni soldi che servivano per soddisfare l'ingordigia di apparire di Clara. S'indebitava, Gianni, anche con la piccola mutua che avevamo fatto tra noi fattorini, non gli bastavano nemmeno i prestiti in banca che ogni tanto gli facevano avere per ripianare la sua situazione. Era come una malattia. Ricordo che una volta chiese ad un altro fattorino, non certo uno stinco di santo, che gli prestasse la sua macchina, una Fiat Argenta, per andare ad un matrimonio, "Sai, con la 131 sono andato ad una comunione pochi mesi fa". A me sembrava una storia da pazzi.
-Beh, certe cose non le sapevo.
-E sto tagliando al massimo altrimenti ci vorrebbe un libro. L'ultima che aveva fatto era grossa, si era comprato una casa sul litorale dove era andato a vivere vendendosi la casa popolare. Alla fine, cambiati i tempi, fu costretto a licenziarsi con l'impegno che gli avrebbero risanato tutti i debiti, meno che la casa, ma a patto che non si facesse vedere più al giornale.  E lui accettò, senza dire niente a nessuno, accettò e perse il lavoro. Furono talmente canaglie che avvertirono i portieri di non farlo nemmeno salire ai piani. Iniziò a fare altri lavoretti compreso piccoli traslochi. Una volta l'ho anche chiamato, si presentò con un Fiat 615, un camion uscito di produzione da un sacco di anni, chissà dove l'aveva rimediato. Era il 1991 e stavo traslocando, lo chiamai perché ne avevo bisogno e lui aveva bisogno di lavorare, gli diedi più del pattuito e mi incollai più del dovuto. Era un uomo distrutto. Morì esattamente due anni dopo. Ucciso dal lavoro e dalla moglie.

Ciò che avete letto è per il 95% tutto vero tranne i nomi, se errori ci sono è perché il tempo cancella o perché mi sono preso qualche libertà. Il tutto nasce da un sogno.
E' notte, io e Gianni dobbiamo entrare in un garage per fare un furto. Appena entrati vediamo decine di macchine dei vigili urbani, scappiamo convinti di averla fatta franca ma nel momento in cui ce lo stiamo dicendo ci prendono. Ci condannano a cinque anni di galera pur non avendo rubato nulla. Ci condannano solo per l'intenzione.
Che dire? Povero Gianni, sfigato anche nel sogno.

2 commenti:

mod ha detto...

prediligo gli sfigati.
sanno essere grati per cose che non si possono comprare coi soldi.

love, mod

Cri ha detto...

Mah, non mi pare sfiga, non direi.