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martedì 13 novembre 2012

Il ritorno 14

Deviò per la campagna per risalire verso le colline, sapeva già dove andare anche se con qualche dubbio. Certo non era la tanto decantata campagna toscana ma aveva un suo fascino. L'attrattiva che era, in qualche modo, la sua giovinezza. O meglio, era stata la campagna della sua giovinezza. Ora era altro. A dispetto della crisi vedeva crescere capannoni artigianal-industriali che si sarebbero aggiunti a quelli lasciati liberi da industrie e attività chiuse. Cattedrali di cemento prefabbricato che si sarebbero allineate, affiancate ad altre cattedrali, non in un deserto ma una città industriale fantasma, strutture destinate a marcire, a essere preda della vegetazione e degli sbandati di ogni paese in cerca di rifugio dalle intemperie o dove poter vivere. Con il tempo torneranno ad essere polvere nella polvere. A meno di miracolosi interventi che possano riportare a nuovo splendore la vita della provincia stretta nella morsa della crisi.
In anni ormai lontani queste campagne furono devastate dal sogno di una industrializzazione che poteva dare un futuro diverso dall'essere contadini e allevatori. Produttori di beni di prima necessità trasformati in operai più o meno qualificati. L'illusione di un benessere visto solo in televisione alla portata di tanti o di tutti. E tanti costruivano imprese più o meno piccole con i soldi della Cassa per il Mezzogiorno, soldi che non si negavano a nessuno, bastava essere legati al carrozzone giusto, se era quello democristiano sicuramente si riusciva a strappare più finanziamenti. E così tra progetti seri si intrufolavano, non senza complicità di chi elargiva i fondi, malfattori di vecchio e nuovo pelo. Gente che mirava al sodo: prendi i soldi e scappa. In provincia si contavano già negli anni '60 centinaia di imprese mai aperte o funzionanti per pochi mesi e poi abbandonate al loro destino con tutti gli operai e gli impiegati a confrontarsi per la prima volta con gli effetti deleteri di una industrializzazione selvaggia e fittizia. E la campagna deperiva. Quella terra che aveva dato da mangiare a generazioni da millenni veniva abbandonata per il sogno di una industrializzazione, di un progresso nato già vecchio e malato. Non si può cavar sangue dalle rape, ma sembrava, allora come ora, che tutti se ne fossero dimenticati. A questo pensava Marco attraversando la terra ciociara mentre risaliva verso la città dello schiaffo al Papa. E come era decaduta, la cittadina, dopo l'abbandono della corte papale fino a diventare un piccolo paese di campagna era tornata a nuovi splendori con l'industrializzazione forzata di cui aveva ancora tracce. Ma anche questo nuovo Risorgimento era andato mano a mano scemando fino allo stato attuale. La crisi attanagliava le poche industrie rimaste in quello che era stato un polo industriale di una certa importanza, tutto è relativo.
E che schiaffo gli aveva riservato un ex sindaco. Il paese, che si stava lasciando alle spalle, era tornato agli onori della cronaca per uno scandalo di soldi rubati da un suo ex sindaco al suo stesso partito. Soldi, della comunità, dati con leggerezza per far svolgere l'attività politica e con altrettanta leggerezza gestiti da maneggioni egoisti miranti solo al proprio tornaconto piuttosto che al bene della cittadinanza come dovrebbe essere. D'altronde tutto il Paese era pervaso da corruzione e malaffare, egoismo e menefreghismo, inettitudine e infingardaggine. Accusare la classe politica, a ragione, era diventato lo sfogo di tutte le repressioni della società cosiddetta civile come se i politici fossero andati ad occupare le poltrone autonomamente e non fossero stati votati dai cittadini, dalla gente, dal popolo. Ormai la rabbia lo aveva invaso. Era alle porte del paese dove avrebbe cercato una pensione per dormire. Seguì un cartello che indicava la pensione "Buon riposo". Quando la raggiunse gli balenò nella testa che se si fosse chiamata "L'eterno riposo" non sarebbe cambiato nulla.
Era posta in alto, mezza collina come si usa dire, e volgeva lo sguardo al cimitero che si intravvedeva tra i rami degli alberi ormai quasi spogli. Nel parcheggio altre due macchine. Non sì stupì. D'altronde chi si sarebbe andato a seppellire in quel paese che viveva, ormai a stento, solo l'estate?
Non si presentava male, sicuramente era stata ridipinta da poco, parcheggio ben tenuto delimitato da aiuole, ormai prive di fiori, e alberi ancora piccoli. A terra non c'erano foglie, sicuramente qualcuno aveva fatto pulizia da poco. Entrò sperando che anche lì non ci fosse qualcuno che lo potesse conoscere, come se avesse qualcosa da nascondere. Al banco c'era un giovane e nel salottino, a guardare un inutile programma pomeridiano in tv, una donna, a prima vista di mezz'età.  Il giovane, cordiale e disponibile, gli spiegò le condizioni ed il prezzo. Dato che c'erano solo due ospiti, con la chiave della camera gli consegnò anche quella della porta d'ingresso così da avere libertà di movimento senza dipendere da nessuno: "Pagare un portiere di notte a vuoto non è nelle nostre possibilità", aggiunse come scusante il ragazzo-proprietario che si chiamava Luca. Marco accettò volentieri il caffè che gli fu offerto da una giovane donna, sicuramente la moglie di Luca, e andò in camera.

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