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domenica 11 novembre 2012

Arminio Savioli

Che anno era? Dovrei cercare, ma tanto la data non è importante nel contesto del discorso.
Via dei Taurini 19, sede de l'Unità, terzo piano, sala delle riunioni stracolma, solo posti in piedi. L'occasione è importante, l'assemblea della cellula del giornale deve decidere dell'espulsione o meno di una giornalista coinvolta nel caso Cirillo. Al tavolo della presidenza siede Alessandro Natta. 
Gli interventi si susseguono fino a che non tocca ad Arminio Savioli. Non che si possa dire che la sala fosse disattenta, ma il silenzio si fece ancora più pesante e nel contempo, qualcuno scuoteva la testa, quasi rassegnato. Fu un lungo intervento, per me, epico. Partì dall'impero Ottomano passando per i dervisci fino ad arrivare alla netta e chiara presa di posizione che l'espulsione era il minimo che si potesse comminare. Una lezione di storia.
Foto Archivio l'Unità
Quando entrai a l'Unità ancora studiavo, "facevo" sociologia al Magistero di Roma. Essendo un fattorino aggiunto in prova (come mi amo definire), mi toccavano spesso i turni semi-notturni. In particolare quello dalle 18 all'una di notte al secondo piano dove c'erano le redazioni della Cronaca di Roma, della Terza Pagina, l'archivio foto e quello notizie. In una rientranza del corridoio c'era una scrivania, quella del fattorino di turno, dove appena arrivavo aprivo i miei libri per riuscire a ricavare qualcosa da quello che leggevo tra un campanello e l'altro. Il campanello suonava quando era pronto un pezzo da mandare ai grafici, in tipografia, o altro ancora. Insomma, suonava spesso. Ogni tanto passava qualche giornalista che mi chiedeva cosa stessi studiando. In particolare lo facevano quelli della Terza Pagina, mai i miei coetanei che avevano la fortuna di provare a fare i giornalisti. Meno che meno l'allora vice-capo cronista ora corrispondente della Rai da una capitale europea. Uno che si fermava spesso era Arminio Savioli, si informava della materia, di chi fossero i professori e se riuscissi a studiare. Sì, era la mia risposta. Ma mentivo alla grande. L'ansia per l'esame di Sociologia del Lavoro mi assaliva solo a prendere in mano i libri. Non per l'argomento ma per il fatto che da quell'esame sarebbe dipeso il mio rinvio del servizio militare. Mi rimanevano però le chiacchierate con Arminio, solo ora lo chiamo per nome, il suo modo gentile di apprezzare le mie idee e il modo altrettanto gentile in cui dissentiva e mi esponeva il suo punto di vista.
Poi andò in pensione, con un lungo salto temporale dei ricordi, e diradò le sue visite a l'Unità come i suoi articoli. Ma istituì un nuovo modo di mantenersi in contatto con il giornale. La telefonata delle ore 14. Arminio era una macchinetta, Mentana è solo un pallido imitatore. Eppure quando  la telefonata la prendevo io mi mettevo comodo, mi accendevo la sigaretta e ascoltavo e dibattevo con lui i fatti della giornata.
Grazie Arminio.

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