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mercoledì 3 ottobre 2012

Una vita con la maschera

E' un racconto frutto di fantasia. Precisazione dovuta dato che in molti si stanno preoccupando.

Da dietro il giornale osservo il nuovo vicino di letto, d'altronde altro da vedere in una stanza da due posti non c'è. Da quando è arrivato è seduto sul letto con il volto nascosto nelle mani. Non piange e non geme, non si muove, è inerte. Dopo che l'infermiere lo ha lasciato gli ho chiesto se avesse bisogno di qualcosa ma non ho ottenuto alcuna risposta. E' rimasto vestito e seduto sul letto, chiuso nel suo mondo impenetrabile agli altri. Ogni tanto lo guardo sperando che non si accorga della mia curiosità, ma so che non corro rischi.
Ora sta muovendo le mani come se si massaggiasse il volto, come se volesse riprendersi dal suo torpore. Questo cenno di vita in parte mi tranquillizza, sembra un tornare alla vita. Riprendo la lettura del giornale ma non presto attenzione alle parole che mi scorrono sotto gli occhi. La curiosità è tanta. Dai miei tanti ricoveri ho imparato che in ospedale tutti parlano, tutti sono ansiosi di raccontarti la vita, i malanni, le soddisfazioni e le insoddisfazioni. Gli esseri umani in ospedale fanno quello che dovrebbero fare nella vita di tutti i giorni: parlare con il prossimo. Eppure il paziente che mi è di fronte sfugge a questa casistica. E' lì, zitto. Immobile come una statua.
Chiudo il giornale. Sarò anche padrone di stare in un letto d'ospedale senza fare nulla se non guardarmi intorno? Se non guardare lo strano malato che mi è di fronte? Continua a muovere le mani, a massaggiarsi il viso che diventa sempre più rosso per lo sfregamento, per l'irritazione. Cristo, quello è sangue!
Cerco il campanello e lo premo senza staccare il dito, chiamo aiuto, altro non posso fare, sono immobilizzato nel mio letto. Arriva sbraitando l'infermiere con un codazzo di colleghi e anche dottori. Non riesco a parlare ma indico l'uomo che mi è di fronte. Nel frattempo una giovane infermiera mi ha tolto il dito dal campanello. Uno dei dottori invoca una iniezione mentre due infermieri a malapena riescono a staccare le mani dal volto dell'uomo. Prima che mi aprano un paravento davanti sono riuscito a vedere la pelle della fronte staccata e le mani lorde del suo stesso sangue.
Le ombre mi fanno capire che i due paramedici lo tengono fermo mentre il dottore gli pratica l'iniezione, intanto gli tamponano le ferite. "Bloccalo, bloccalo" sento dire da una voce alterata. "Ci riprova, attendiamo che faccia effetto, poi lo medichiamo e lo portiamo in psichiatria".
Un faccino fa capolino dal paravento: "Come va? Si è preso un bello spavento. Comunque grazie per l'aiuto", "Di nulla dottoressa".
"Bloccategli le mani alla lettiga, sì lo so che non si fa ma non possiamo correre rischi. E anche i piedi. Poi a psichiatria faranno come vogliono loro". Vedo le ombre che si affannano intorno alla lettiga, lo stanno portando via. Tra pochi minuti, dopo aver pulito e rifatto il letto, riavrò il possesso della stanza.

Segue (?)

5 commenti:

Bastian Cuntrari ha detto...

Se ieri non fossi stata reduce dalla manovra di Semont per rimettere a posto i miei otoliti che se ne stanno nuovamente andando a spasso per l'orecchio - con vertigini inarrestabili - ti avrei telefonato... Meno male che è una fantasia! Vedevo il titolo del post sul reader - e lo leggevo - ma non sul blog! Che paura!

Ernest ha detto...

segue segue...

Gap ha detto...

Mi dispiace per te e le tue crisi vertiginose, cara. Non volevo spaventare nessuno, non sei stata la sola, ma solo fare un tentativo alla Stephen King de noantri. Mi verrebbe da dire che ci sono riuscito.

Cri ha detto...

E' vano strapparsi la pelle, quando la maschera è dentro l'anima. Te lo dice una che proprio ieri, giusto all'ora in cui tu hai tirato fuori questo post (che ha allarmato anche me, con conseguenti conciliaboli telefonici con comuni conoscenze XD), da un dettaglio insignificante ha ricevuto il dono improvviso e insperato di strapparsi finalmente le fette di prosciutto dagli occhi e vedere quello che c'era davvero dietro una maschera...

Gap ha detto...

Cri, purtroppo spesso si vedono più le maschere interiori che quelle palesi. E' trovare il coraggio di toglierle che è difficile.