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giovedì 22 settembre 2011

Il ritorno

Partì nel tardo pomeriggio. L'autunno era ormai arrivato con sue piogge, il freschetto e i colori che attiravano gli occhi e lasciavano un velo di malinconia. Ancora si chiedeva perché fosse partito. "Sicuramente sto facendo una stronzata, una delle tante" pensò. Prese una sigaretta dal pacchetto poggiato sul sedile del passeggero e l'accese, "No, non è una stronzata, è che è giunta l'ora di guardare in faccia la realtà". La statale non correva. E nemmeno la macchina. Nella poca luce della quasi sera, aiutato dai fari, guardava la strada per lui non sconosciuta ma dimenticata nel corso degli anni. Non la riconosceva. La ricordava verde e solitaria e la ritrovava edificata, snaturata e abbandonata. Non si riconosceva più nemmeno lui. Anche lui snaturato, dalla vita e dalla solitudine. O dalla solitudine e dalla vita? Non riusciva ancora a darsi una risposta.
"E' una cazzata andare a rimestare nel proprio passato". Andare all'origine del male perché l'assenza del bene non lasciava alternative. Riconosceva i paesi che attraversava solo dai cartelli indicatori, non certo dalle brutte e mal cresciute periferie. Il buio, che mano a mano prendeva possesso del cielo, non aiutava a rendere il panorama attraente. Forse, se ci fosse stato il sole sarebbe stato diverso. "Non è questione di sole e di luce, è questione del silenzio che ti circonda anche quando sei in compagnia". "In compagnia di chi? E quando? E dove?". Un dialogo impossibile dove ognuno difendeva le proprie idee senza recedere di un passo, senza nessun tentativo di mediazione.
Il paese che cercava era alle porte. Si fermò in una trattoria dove era sicuro nessuno lo avrebbe riconosciuto, non solo per mangiare ma per far passare il tempo. Tanto lui ne aveva da perdere. Seduto davanti ad un quarto di vino rosso e un piatto di pasta, guardava gli avventori, pochi per essere un venerdì sera, ma la crisi non risparmia nessuno. Come in un giro tondo, che devono giocare anche chi non ha voglia, siamo tutti giù per terra. E non si sa chi riuscirà ad alzarsi. Uscì all'aperto a fumare l'ennesima sigaretta della giornata. Dalla bocca usciva fumo bianco che non si distingueva dal fiato condensato dalle prime basse temperature. Ordinò un dolce, pagò e si rimise in macchina.
L'ora era ormai tarda quando parcheggiò nella prima periferia. Si incamminò a piedi verso il paese. Di certo non correva il rischio di incontrare qualche conoscente. L'età ormai aveva poco da avanzare, solo pochi passi per poi fermarsi per sempre anche lei. Molti erano stati fermati prima di lui e coloro che erano rimasti probabilmente erano addormentati davanti al televisore o davanti a un bicchiere di vino. I giovani non sapevano nemmeno che esistesse. Non aveva avuto molti parenti e non aveva avuto buoni rapporti. Non aveva. Pensieri che si rotolavano nella testa quasi seguissero la pendenza della strada. La salita era dura come l'età che portava con se. Qui c'era un'edicola, quattro quotidiani e quattrocento giornali porno. Una baracca di lamiera e legno su una basamento di cemento. E lì, a dieci metri, l'alimentari tabacchi quasi addossato alla chiesa che apriva le porte sulla provinciale. Il mese mariano, ma si farà ancora?, i frati, le bigotte beghine che recitavano il rosario in latino senza sapere e capire. Perché la chiesa le voleva succubi e ignoranti. La merenda. La lotta per il chierichettaggio. Le bambine troppo cresciute. E i bambini che avrebbero voluto. Il negozio di mangimi per animali, il mobilificio che si era sempre chiesto a chi vendesse i mobili. Un altro alimentari con annesso bar (senza la luisona, sarebbe stata un lusso inconcepibile) tenuto da un donnone con un nome da uomo il cui marito era vittima come una donna. Lo stagnaro, il barbiere e il lanificio.
Era di mio zio, quello con un antico nome romano. Si cardava la lana tosata alle pecore. Da ciuffi duri venivano fuori batuffoli morbidi e gonfi come zucchero filato, odorosi di lana. Di pecora. Entravano in due sacchi e uscivano in sei. La moltiplicazione della lana senza che intervenisse Gesù. I figli che giocavano a pallone con me. I palloni che il padre-zio tagliava per pura cattiveria. Lo infastidivano le grida dei bambini e dei ragazzi, che qualcuno potesse giocare, divertirsi, anche se una porta era in salita e una in discesa. Lì in alto abitava una zia, la sfigata della famiglia. Ricordi lontani dell'altro secolo, di un mondo che non c'è più solo a parole. Ricordi talmente lontani che si erano fissati nella mente anche in maniera distorta, forse. Era morta in povertà? Possibile che le avesse portato cibo per lei, il marito beone e i figli? Ricordi? Ricordi riportati? E la paura della scala buia. Due rampe che congiungevano la strada con la diramazione della provinciale che, girando intorno alle case, andava verso il centro. Il buio che copriva chi saliva e chi scendeva perché non c'erano lampadine e nemmeno i lampioni per strada. Sarebbero arrivati dopo. I sussulti, le grida di spavento che lasciavano il segno nei più piccoli. La casa di zio. La casa dei genitori. Anche la mia.
Per strada non c'è nessuno. O quasi. Qualche ubriaco torna a casa. Come sempre. Come in passato e come in futuro. Le macchine parcheggiate, tante. Ricordava la strada vuota e gli occhi che arrivavano fino all'orizzonte fatto di montagne spelacchiate, di agglomerati di case di contadini sparse e fino a mezza costa. Qualche luce in lontananza. Ora vedeva solo la cima coperta di alberi e le abitazioni cresciute come funghi dopo un'acquazzone. E i lampioni che disegnavano tortuose strade che si arrampicavano come scalatori verso vette che avevano avuto il loro fascino solo fin quando si era bambini e non si conosceva altro. Case e automobili. Se la civiltà si misurasse da questo, anche lì era arrivata. E non solo la civiltà. Anche gli immigrati in una terra d'emigrazione. Si sarebbe voluto fermare ma non era tempo e non era luogo. Si girò per vedere il cimitero in lontananza. Vide palazzi. Ma chi li abitava?
Continuò la salita fino ad una piazza, squallida e piena di macchine. Un parcheggio. Era stata periferia e ancora lo era. Chiuso il distributore e il bar non rimaneva più nessun segno di socializzazione. Sulla destra ancora vedeva la punta di una chiesa. Quando era piccolo non si spiegava perché l'avessero costruita al di sotto della strada. Non poteva sapere e pensare che era la strada che era stata costruita più in alto sostituendo quella vecchia. Tutte le mattine ci passava davanti per andare a scuola e si segnava. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Si toccava la fronte, il petto, quasi le spalle e finiva per portare la mano alla bocca, dicendo Amen, che la baciava. Antichi riti pagani mai decaduti e presto abbandonati. Poco più avanti il monumento ai Caduti, morti in guerra, in fondo non è difficile da dire. Cazzo, un paese con poco senso dell'equilibrio. La battuta non lo fece sorridere. La guerra del '15-18. Mio nonno, il Carso e il Piave e Vittorio Veneto. La corona d'alloro con la striscia bianco-rosso-verde. Il 4 novembre. Festa a scuola. La Canzone del Piave a scuola. E mio nonno che rompeva le palle con Vittorio Veneto e la Croce di Guerra. C'era stato un tempo che conosceva tutto a memoria, la canzone e i racconti. Del 25 Aprile non c'erano segni. Nemmeno nella topografia, come non c'erano, e non ci sono, una Via Gramsci o una Via Labriola, Berlinguer, Nenni. In compenso c'erano, e sarebbero venute in seguito, Via Alcide de Gasperi e Via Aldo Moro. Un secolo e passa cancellato. Anzi mai conosciuto. Figurarsi qualche anarchico. In compenso l'immancabile Via dei Martiri ungheresi.
Mio nonno, uno dei due, che passeggiava e che ci riservava un saluto tutto suo. La scafetta. Ci prendeva le guance tra l'indice e il medio piegati e ce le stringeva. Per non parlare di quando mi metteva la "cravatta". Fate conto che qualcuno vi misuri la circonferenza del collo ma, giunto al pomo d'Adamo, vi stringesse la tenera carnuccia tra le dita facendovi un male cane. Chissà se si è mai chiesto perché a un certo punto, se lo vedevo, svicolavo senza nemmeno salutarlo. E ci rimaneva anche male. E si lamentava pure con i genitori dei nipoti perché lo fuggivano tutti. Lo ricordava alto, con il testone grosso e quasi rasato dei suoi pochi capelli bianchi. Mani da muratore, anzi, da capomastro. Si alzava di notte e andava a letto alle cinque o le sei di pomeriggio. Cenava alle tre e mezzo, si faceva una passeggiata e poi a dormire. Anche quando era andato in pensione.
"Stai mentendo a te stesso, se tutto si risolve in un giro turistico hai perso tempo".
"Cosa ne vuoi sapere dei luoghi della mia infanzia? Ogni luogo è un'emozione che ritorna, una paura principalmente".
"Appunto, ti accontenti di quella paura per trovare la scusa e non andare più a fondo del problema. Fuggi, fuggi da una vita e la tua è quasi giunta al capolinea".
"Zitto. Zitto, iettatore maledetto"
"Ti ricordi quando gli adulti dicevano che la verità fa male? Ecco tu reagisci come quando eri piccolo. Male".
"Non ti voglio sentire".
E continuò a camminare lungo lo stradone che portava al centro. Aveva deviato per non immergersi subito nel paese. Ancora presto per evitare incontri non desiderati. Anche se la la salita si era fatta più morbida, l'affanno aumentò. Un misto di fatica e di emozione. Un misto di malattia e di speranza. "Dillo, confessalo a te stesso che vorresti incontrare qualcuno", "Ma non dire cazzate. E poi non saprei cosa dire". Un bar per riposarsi. Era lì a pochi passi dove ricordava fosse sempre stato. Il bar e nel garage vicino il furgone funebre. Tutto dello stesso padrone. Entrò con titubanza e in preda ad una forte emozione. Il cuore che batteva e il  respiro che mancava. Un rapido sguardo. Nessuno conosciuto, o così gli parve. Dalle voci capì che non c'erano italiani. Forse rumeni? Si acquietarono tutti e tutti lo guardarono, muti. Si avvicinò al banco e chiese un amaro, avutolo chiese ancora se poteva sedersi. Il barista, un giovane nerboruto e gentile, lo invitò ad accomodarsi e gli portò l'amaro con delle patatine fritte e noccioline. Non una donna nel locale. Eppure non era così tardi come aveva pensato che fosse. "Dimmi, se superassi la tua incapacità di comunicare, saresti contento di trovare qualcuno con cui parlare?", "Perché non mi lasci in pace con i miei pensieri e stai zitto?". "Ma io sono i tuoi pensieri!".

5 commenti:

Anonimo ha detto...

Bello!Semplicemente bello!
Aspetto di conoscere il seguito, se c'è...
Riccioli Neri

il monticiano ha detto...

Mi freno altrimenti poi ti e mi poni la domanda "possibile che non c'è qualcosa che non ti piace?".
Allora qualcosa c'è ed è una sollecitazione: non ti puoi fermare, seguita così finchè ne hai da raccontare, vere o di fantasia.

Cri ha detto...

La scafetta! Mio padre me la faceva sempre; anche nella sua variante originale e sofisticata presumo brevettata da lui, la "scafetta a martelletto" (indice e anulare, e il medio a battere sulla ciccetta tirata)

(Bello tanto davvero. Pare di starci dentro)

Ernest ha detto...

Ti avevo già ringraziato prima e lo rifaccio ora!

Marte ha detto...

chissa (se) (e) dove andrai a parare :)