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martedì 11 gennaio 2011

La mia Unità

Qualcuno avrà letto il mio primo post scritto quando ho aperto il blog, chi non lo ha fatto e ne sente la mancanza lo trova qui, ciò che vado a raccontare è un possibile seguito.

All'epoca, parliamo del 1976, l'Unità ancora macinava strada e vendeva copie, forte anche della insostituibile azione dei diffusori domenicali. Era un giornale con redazioni in tutta Italia, quasi ogni provincia. Un giornale grande come storia, idee, diffusioni e dipendenti. Molti, già allora, erano inutili ma era un dazio da pagare al partito padrone. Per tornare nel mio piccolo, ovvero il reparto fattorini, devo dire che eravamo tanti, se non ricordo male 13, e solo i più giovani avevano un diploma o studiavano addirittura all'università. Dopo la mia generazione si è tornati a fattorini spesso poco qualificati culturalmente, forse di pari passo con il declino del partito.
 Eravamo divisi in diversi turni che andavano dalle sette di mattina fino alle cinque della mattina seguente. Alle sette arrivavano il caposervizio di turno e i due fattorini che facevano il primo turno. Il lavoro era strutturato su due giri cittadini, si dovevano portare i giornali al direttore, alla Camera, al Senato, alla Cgil, alla Camera del Lavoro e alla direzione del Pci. Si passava poi all'Ansa e in altri uffici che ora non ricordo e c'erano sempre le varie ed eventuali. Dato che Roma è abbastanza grande, tutti questi posti si visitavano con due percorsi distinti, un fattorino per macchina. Le automobili erano due Fiat Seicento color cacarella (marrone chiaro) di cui, forse, parlerò un'altra volta. Ma il giro diviso si faceva di rado, solo quando c'erano troppe cose da fare e in posti troppo distanti da quelli abituali, avevano trovato il modo di farli in due con una unica macchina, uno guidava e l'altro scendeva. Il primo giorno di lavoro per imparare i giri sarei dovuto uscire solo con uno dei due compagni che non avevano nessuna voglia di cambiare le abitudini per me. Si parte allora in tre, i mie colleghi erano Wladimiro e Luigi, due tipi niente male di poco più grandi di me. Si sfrecciava per Roma con quel rottame che mi stupiva che ancora andasse veloce. Fin qui sarebbe stato tutto normale, ma mai fidarsi delle apparenze. Su uno dei tanti ponti sul Tevere ci fermammo al semaforo affiancati ad un tram, allo scattare del verde quasi entriamo in rotta di collisione con il mezzo costretto sui binari. Inchiodata la Seicento, Wladimiro, a cui toccava il turno di guida, inizia ad inveire contro il tranviere. In un primo tempo non capii il motivo dell'incazzatura, mi fu chiaro solo quando senti Wladimiro dire: "Mi hai stretto". Iniziai a ridere come un matto, cosa che Luigi d'altronde stava già facendo tirando per un braccio Wladimiro. Si riparte ridendo come matti e si arriva dopo poche centinaia di metri a Piazzale Flaminio. Ennesimo stop all'ennesimo semaforo e, non contenti della precedente sceneggiata, uno dei due mi disse: "Ora facciamo tamponare qualcuno". Poco prima che scattasse il verde, piccola accelerata e piccolo scatto in avanti della vecchia 600, la signora di fianco, senza riflettere, non ci pensò due volte, accelerò e inevitabilmente tamponò chi la precedeva. Scattato il verde partimmo tranquilli e indifferenti per iniziare a ridere di nuovo a crepapelle. Una delle tappe fisse era via Boncompagni in un piccolo ufficio della Cgil con annesso "baretto" proprio davanti l'ingresso di servizio dell'ambasciata americana. Questo era il luogo deputato alla prima colazione che consisteva in cappuccino e un paio di cornetti o bombe con la crema a testa. Il fatto era che in cassa pagavamo sempre un cappuccino e un cornetto per uno, quando ci girava bene. Si tornava al giornale verso le otto e mezza/nove dopo essere passati alla posta e aver ritirato due sacchi di juta colmi di corrispondenza. Arrivati al giornale si distribuiva tutto quello che avevamo raccolto nei nostri giri per i vari uffici e poi ci si dedicava alle due cose che odiavamo di più, smaltire la posta e fare le "stecche" dei giornali. Su un tavolo si rovesciava la posta e si iniziavano a fare i mucchi per i vari uffici, amministrazione, segreteria e si metteva nelle caselle quella con indirizzo certo, ovvero quella nominativa o destinata ad un particolare servizio (politica, sindacale, sport, ecc.), mentre uno si sorbiva questo lavoro il collega di turno faceva le stecche.  Ancora si usano e qualche volta si trovano anche nei bar. Erano, come vedete nella foto, due pezzi di legno tenuti insieme da due farfalle di ferro che si svitano e avvitano. Fare questo lavoro per uno o due giornali è niente, farlo per venti o più ti rovinava il pollice e l'indice. Si toglievano i giornali del giorno prima, che si mettevano da parte, e si inserivano quelli nuovi per facilitare la consultazioni delle notizie. Mica come adesso che basta un clic di mouse per risolvere il problema. Comunque finito questo lavoro si andava a fare la colazione, quella vera. Vicino al giornale c'era una pizzeria di una signora abbastanza robusta ma con una vocina squillante che ti accoglieva sempre, tutti i giorni a tutte le ore, con la solita frase: "La pizza calda, calda". Ed era vero. C'era sempre la fila perché oltre noi, nelle vicinanze c'era il Ministero dell'Aeronautica e l'Università la Sapienza. Immancabile, quando era stagione, la pizza bianca con i fichi, ma non disdegnavamo nulla e la mandavamo giù con un peroncino, quel formato un po' più piccolo della mezza birra che ho ritrovato  di nuovo in qualche bar.

Di tempo ne è passato tanto, qualche ricordo può aver assunto un connotato diverso ma simile al vero. Il titolo di questo post dovrebbe lasciar intendere che ne seguiranno altri, state tranquilli non farò la storia giorno per giorno. Non so quello che scriverò, se mi limiterò ad aneddoti o mi addentrerò in racconti più impegnativi.

10 commenti:

Zio Scriba ha detto...

Accidenti, questa sì che è una storia interessante, amico Gap. (Ma non ti credere che ci siamo dimenticati, almeno non io, del tuo rapitore e del tuo rapito. Resto in attesa anche di quel seguito, anche se adesso questa storia vera mi prende assai di più)

Gap ha detto...

Caro Zio, la storia del rapitore si chiude con il sesto capitolo. Chissà che un domani non la riprenda, ma come ho già detto , mi manca la costanza dello scrittore. Non sono nemmeno un artigiano della parola.

Chica ha detto...

il ministero dell'aereonautica e l'università ancora ci sono, li vicino...:D
e la "tua" Unità, io l'andavo a vendere (più o meno avevo un 10 anni) porta a porta la domenica mattina, su e giù per le scale, chè mica c'erano gli ascensori nelle case popolari di borgata.....la cosa straordinaria?? che a pensarci ora che una ragazzina di 10-11 anni se ne andasse a suonare tranquillamente in ogni casa come fosse (e lo era) la cosa più normale del mondo mi sembra di sentire questa frase "si, vallo a fare ora...con tutti i matti che ci sono in giro"....

Rouge ha detto...

Ma eri un vandalo!!!!

Gap ha detto...

No Rouge, era il mio primo giorno di lavoro, diciamo che subivo con colpevole accondiscendenza.
Chica, "vallo a fare adesso" sarebbe il minimo da dire, ma trovare qualcuno che ancora lo volesse fare è molto difficile. Sembra che qualche intrepido, poche volte l'anno, ci sia in Toscana e in Emilia, tanto per cambiare. Sono encomiabili per diversi motivi, non ultimo che si presentano con un giornale che non è più quello di una volta.

il Russo ha detto...

Quella dei bomboloni che alla cassa si riducono mi ricordano un Tognazzi senior e junior ne i mostri, ti era mai venuto in mente?
Aspetto quella dei freni che non fungono...

la Volpe ha detto...

@Russo

Anche a me è subito venuta in mente quella scena!!!


@gap

Ancora! Ancora!

Gap ha detto...

@ Russo e Volpe, no non mi è mai venuta in mente. Però posso dire di averlo continuato a fare in diverse occasioni, in special modo nelle manifestazioni.

Marte ha detto...

Penso a molte cose dopo averti letto e aver letto i commenti. A qualcosa che si è perso, al primo giorno di lavoro, alla passione, ai ricordi.
Non so a cosa pensi esattamente mentre scrivi queste cose, ma seppur non hai la "costanza dello scrittore", lo fai bene

listener-mgneros ha detto...

queste parole...belle anche quelle scritte sopra sulla rabbia