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venerdì 24 dicembre 2010

Correre

Il ragazzino mulinava le gambette, bianche e secche, che spuntavano dai pantaloncini corti. I suoi piedi chiusi nei sandaletti, erano gli ultimi giorni di vacanza, poggiavano e si alzavano da terra in un movimento continuo. Correva, correva sempre. Correva con la pagnotta di pane, per lui enorme, nelle braccia, correva con la bottiglia di vetro del latte, correva con le sigarette strette nella mano piccola, correva con il fiasco di vino, per suo padre, retto per il collo. Correva, la sua era una lunga, interminabile corsa per le salite e le discese del paese. Correva sui prati dietro ad un pallone mezzo sgonfio, correva sull'asfalto della provinciale in lunghe estenuanti  sfide con i piccoli amici, correva anche quando andava a scuola.
Correva verso la vita finché un giorno la vita non corse verso di lui e lo bloccò. Da allora la sua andatura divenne normale, arrancante verso una perenne salita.
La vita gli andò incontro con le parole di un altro ragazzino, un suo compagno di scuola con cui non aveva molti rapporti. In una delle sue lunghe corse lo incontrò fuori dal barbiere dove già faceva qualche lavoretto, ovvero spazzava i capelli appena tagliati. Lo fermò e senza tanti giri di parole gli disse: "Tuo padre beve, se non mi passi i compiti lo dico a tutta la scuola".
Era inutile continuare a correre per sfuggire la realtà, essa era più veloce. Avesse saputo che la cosa era nota ai più, non si sarebbe fatto problemi e non avrebbe corso tanto per precedere la vita.

La natura morta era la stessa, un tavolo, il vino e un bicchiere. Differivano solo colui che era seduto davanti al vino e il contenitore. In una un fiasco con la paglia intorno, nell'altro una bottiglia. Anche un altro elemento era sempre lo stesso, un bambino all'altro capo del tavolo, in piedi, che guardava, silenzioso e con lo sguardo corrucciato. Una mano si allunga verso il vino e lo versa nel bicchiere per poi portarlo alle labbra e berlo in un unico sorso. Il ragazzino con le gambette bianche e secche si gira, apre la porta, esce e inizia a correre. L'uomo ripete meccanicamente l'operazione appena conclusa e beve un altro bicchiere di vino.

L’uomo si riscosse. La bottiglia era ormai quasi vuota. Il liquido giallino rimasto lo fissava con l’intento di sfida. Si alzò dichiarandosi battuto. Il pensiero di suo padre, seduto davanti al fiasco, gli era tornata alla mente con prepotenza. Aveva ricordato quando lui, piccolo come suo figlio, apriva la porta e iniziava a correre. Suo padre non smetteva finché non crollava intontito e rabbioso, rarissime volte la sbornia lo rendeva allegro. Più spesso la sua era violenta e finiva con accuse alla moglie e al figlio. Non di rado muoveva anche le mani. Questo l’uomo non lo avrebbe mai fatto. Già il bere era per suo figlio una punizione non meritata e sicuramente eccessiva. Nella sua lucidità ritrovata, nella vergogna per come il figlio lo aveva visto, nell’umiliazione di come vedeva il padre e di come lo guardavano nel paese e dell’umiliazione del figlio, prese la bottiglia con il poco vino rimasto e la versò nel lavello. Dalla dispensa prese le poche patate rimaste e iniziò a sbucciarle. Doveva fare qualcosa per “far felice” il bambino. Per troppo tempo non aveva pensato a lui e nemmeno a se stesso, non aveva pensato in assoluto. Lasciò le patate tagliate nella ciotola con l’acqua e, dalla dispensa, prese una scatola di pomodoro e una di tonno. Mise su il sugo. Mentre la pentolina andava, si fece la barba, erano giorni che non faceva nulla per curarsi se non lavarsi. Apparecchiò la tavola, era presto ma doveva tenersi occupato. Spense sotto il sugo e uscì. Con i pochi soldi rimasti comprò due fettine di carne, del pan grattato e una bottiglia di Coca Cola al supermercato. Tornato a casa, con il sole che iniziava a tramontare, impanò la carne e la mise in padella con l’ultimo olio rimasto. Pasta al tonno, fettine panate e patate fritte con coca cola, non certo una cena dietetica, ma era una cena come da tempo in quella piccola casa non si vedeva.

Aveva corso a lungo verso il bosco, dove nessuno lo avrebbe visto e dove lui non avrebbe visto nessuno. Nella sua piccola testa si ripeteva sempre perché suo padre era diventato così, non bastava che la mamma fosse morta? Si fermò a pensare e piangere come faceva spesso. Non poteva farne a meno. Spesso aveva pensato di non tornare a casa, ma nella sua piccola età sapeva bene che non sarebbe stato possibile e nemmeno giusto per suo padre che tanto soffriva. Il tramonto era imminente, senza correre si avviò verso la piccola casa del piccolo paese. Non era più la bella casa della bella città.

Il fiasco era quasi sempre di vino rosso, un vino che lasciava dei depositi nel bicchiere. A volte nel bicchiere giaceva anche una fetta di limone. Lo vedeva bere un bicchiere dietro l’altro mentre nel posacenere la sigaretta consumava ancor più inutilmente la sua breve vita. Alcool e fumo. Fumo e alcool. Giorno dopo giorno. E la sera scenate e parole pesanti. Non era bastato non bere per non cadere anche lui nel vizio. La vita cambia la vita stessa in un continuo aggrovigliarsi che non risparmia nessuno, nemmeno quelli che hanno le migliori idee. Aveva visto suo padre declinare verso il nulla senza poter fare niente per arrestare la caduta. Era arrivato anche al punto di pregare che la caduta accelerasse fino all’estrema conseguenza. Non poteva portare il suo bimbo a percorrere la sua stessa strada arrancando verso la vita. Voleva che suo figlio potesse continuare a correre incontro alla vita e non scontrarsi con essa.

Il bambino arrivò a casa e sgranò gli occhi davanti alla tavola apparecchiata, erano mesi che non la vedeva così. Di solito uno straccio, un bicchiere e qualcosa da mangiare. Tovaglia, bicchiere, posate e perfino la coca cola. Il padre sbarbato era ai fornelli: “Vai a lavarti le mani che è pronto”. Il bambino corse in bagno, non si lavò solo le mani ma anche il viso per nascondere le lacrime. La pasta al tonno era buona, quasi come quella di mamma, così come la fettina e le patatine. Anche il padre bevve coca cola.


‘Na botta d’ottimismo.

7 commenti:

Zio Scriba ha detto...

Bella fiaba: quando ci vuole ci vuole.
Tanti auguri di vita lunga e serena, e un caloroso abbraccio, caro amico.

il Russo ha detto...

'na botta e basta, direi...

SCHIAVI O LIBERI? ha detto...

Certo che proprio la coca cola? Scherzo.
Un abbraccio grande.

elena ha detto...

non voglio fare la guastafeste (ma lo sono!)... io alla "redenzione" di un alcolista ci credo gran poco. Mi farebbe piacere per il bambino, per tutti i bambini coinvolti ingiustamente, ma... l'esperienza mi insegna altro. Purtroppo.
Ciao Gap, un abbraccio a te ed ai tuoi lettori. Non temere: il fatto che ieri fosse natale non mi ha resa più buona... son sempre io! :)

Marte ha detto...

è proprio Natale eh?
scritto bene, con una piega insolita.
Tanti auguri!

listener-mgneros ha detto...

ho letto tutto ora..sorry ero altrove...

"Aveva visto suo padre declinare verso il nulla senza poter fare niente per arrestare la caduta."

colpisce il luoghi intimi...thanks

il Russo ha detto...

Basta Harry Fotter, vediamo di tornare a "produrre" sfaticato...