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sabato 21 agosto 2010

Rabbia


La rabbia si infiltrava nella sua vita come l'acqua negli interstizi della terra. Filtrava e rodeva. Si allargava invadendo ogni posto e ogni idea. A volte diventava tanto forte che dallo stomaco risaliva verso la bocca come lava che fuoriesce da un vulcano. Rabbia che arrivava alla bocca con un sapore acido che stravolgeva il suo volto e lasciava nello stomaco un dolore lancinante che lo faceva piegare su se stesso. Una rabbia talmente forte che sentiva il suo sangue ribollire dolorosamente nelle vene che si gonfiavano sulle braccia, sulle mani e nel collo. Una rabbia immensa, che non dominava, che gli esplodeva nella testa con un dolore che lo costringeva al silenzio e al buio totale per ore, quelle che gli servivano per riacquistare la calma. La rabbia era la sua ossessione e la sua ragione di vita. Non avrebbe saputo più vivere senza di lei. Era la spinta ad andare avanti finché non avesse trovato il modo di incanalarla come un fiume a cui si costruiscono nuovi argini e che, prima o poi, sono destinati a essere distrutti o scavalcati dalla furia devastatrice dell'acqua. E in quel momento la Rabbia sarebbe esplosa in tutta la sua devastante potenza, non avrebbe avuto pensieri e riguardo per nessuno.
La sua nuova compagna si manifestava senza che lui potesse farci nulla, preferiva la notte, quando era più indifeso, quando abbassava la guardia come un pugile stanco di boxare, e lo colpiva con ferocia, con crudeltà. Lo teneva sveglio e si alimentava dei suoi pensieri come lui si alimentava della rabbia stessa. Un rapporto vittima/carnefice da manuale. Erano diventati indissolubili di notte come di giorno. Infatti anche con la luce del sole lei non lo lasciava mai, anzi, sembrava riacquistare forza con il suo risveglio. Bastava che uscisse di casa per sentirla presente, vicina, talmente vicina che sembrava essere dentro di sé, anzi, era in sé, era lui stesso, ormai, la Rabbia.
Era una rabbia antica che veniva dalla sua infanzia con cui si era nutrita, che si era formata con l'adolescenza, cresciuta con la giovinezza e infine fortificata con la maturità fino ad esplodere in maniera incontrollata. Una rabbia che lo seguiva come un'ombra senza lasciarlo mai alimentata dalla famiglia, dalla scuola, dal lavoro, dalla società tutta fino in ogni sua intima cellula vivente. A nulla erano serviti e servivano i suoi sforzi per mitigarla, per ridurla al silenzio. Lei si nutriva anche dei suoi propositi. Tutto ciò che faceva era cibo di ottima qualità con cui la Rabbia banchettava lautamente. I miliardi di parole lette e scritte, i milioni di concetti ascoltati ed espressi, le note musicali come le voci più disparate, tutto cibo che alimentava la bestia che portava in se.
Eppure ci doveva essere un modo per neutralizzarla e mentre rifletteva sentiva le vene ribollire e gonfiarsi, il dolore come se dentro di esse scorressero fiamme liquide e più pensava più bruciavano, più bruciavano più si ostinava in una vana battaglia alla ricerca di una soluzione. Alternativa. Perché la soluzione lui l'aveva in mente da tempo, da tanto tempo anche se non sapeva dire da quanto. Ma ci voleva coraggio per metterla in pratica. Tanto, troppo, non alla sua portata.
Ma quella notte di quel caldo mese di agosto il dolore fu troppo anche per lui. Non resse più. Al mattino busso all'inquilina di fianco.
"Buongiorno Maria".
"Buongiorno Marco, entra ho appena fatto il caffè".
La signora Maria era un'ancora piacente signora cinquantenne sempre cordiale e con una spiccata simpatia verso Marco che lui, pur con i suoi problemi, ricambiava.
"Niente lavoro oggi?"
"No, mi sono preso un paio di giorni di ferie. Ho dei giri che ho sempre rimandato ed è ora che li faccia prima che le cose si complichino ulteriormente. Appunto per questo sono venuto da te. Ti volevo chiedere se potevi dare un 'occhiata a Giacinta. Tanto lo sai che è una gatta tranquilla, cibo e qualche carezza per pochi giorni".
"Ma figurati per me non è un problema".
Continuarono a chiacchierare per un po' di tempo prima di finire nella camera da letto come succedeva almeno una volta al mese. Un rapporto senza problemi che andava bene ad entrambi e che ormai durava da qualche anno.
Tornato a casa mise su della musica, aveva bisogno di ispirazione per quello che si apprestava a fare, ispirazione e calma. Anche la Rabbia, capendo il momento, si era placata. Marco era calmo, preciso e metodico come non gli succedeva da anni.
Dopo un paio d'ore aveva terminato il suo lavoro. Si fece una doccia e si cambiò vestendosi nella maniera più borghese possibile che gli permettevano i suoi abiti. Mise da mangiare a Giacinta e la coccolò ricevendo in cambio una sonora dose di ronfate. Riempi il suo zaino, si accertò di aver lasciato aperta la finestra del balconcino per la micia e di aver spento la luce. Si chiuse la porta alle spalle e si avviò alla fermata dell'autobus. Il centro era lontano, ci avrebbe messo almeno un'ora anche in un giorno di fine agosto romano.
Il resto diventò storia.


9 commenti:

Rouge ha detto...

Bello. Multimediale direi :)

Marte ha detto...

Come racconto è molto bello, ma se fosse anche uno splendido spunto per qualcos'altro?

in ogni caso, da lettrice ti ringrazio.

Gap ha detto...

Marte, io mi limito a scrivere. "Ci voleva coraggio per metterla in pratica. Tanto, troppo, non alla sua portata."
Si aprirebbe poi un dibattito sull'utilità degli attentati anarchici.

il Russo ha detto...

Marco, Marco, Marco...

Gap ha detto...

Russo, le vacanze ti hanno fatto male al cervello, se ma lo hai avuto.

il Russo ha detto...

Vacanze?

listener ha detto...

io vengo a restituirti
un po' del tuo terrore
del tuo disordine del tuo rumore
e poi che giunga il manto
della grande consolatrice.

Legano bene.

la Volpe ha detto...

ci vuole più coraggio a stringere i denti e a tirare avanti giorno dopo giorno, continuando a lottare per quei centimetri di terreno che ci sfuggono da sotto i piedi. il resto è solo tagliare la corda, in una maniera o nell'altra... ;)

silvano ha detto...

Ha un fascino malato e decadente la cosa, ma mi trovo d'accordo con Volpe: ci vuole più coraggio a resistere, magari sapendo di perdere.

Il fatto è che è difficile essere sempre forti mentre per la debolezza basta un attimo.