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venerdì 23 aprile 2010

Roma liberata

(4 giugno 1944)

Il giorno stesso della liberazione di Roma apriamo la sezione comunista del quartiere (San Saba), in via Annia Faustina. Il locale è bello, ampio, sulla strada; l'avevamo già adocchiato da tempo. Si riempie subito di gente; regna una confusione indesrivibile, un'allegria sfrenata. I compagni anziani, con al braccio la fascia del Comitato di liberazione nazionale, vanno e vengono con il camioncino. Nello spazio di poche ore ci sono tavoli, sedie, attrezzature e "roba" sequestrata ai borsari neri: un ben di Dio da mangiare.
Assieme ai compagni conosciuti da tempo, ci sono anche tante facce nuove. L'avvocato Martino, un caro compagno, colto e pieno di umanità, di cui diventerò grande amico; le signorine (così le abbiamo sempre chiamate) Gennari, Ida e Iole -due gentili, discrete compagne già avanti con gli anni- sorelle di Egidio Gennari(1), di cui non hanno più notizie da dieci anni; un colonnello in pensione con una bella figlia dagli occhi verdi e tanti altri volti sconosciuti.
Siamo una banda di ragazzi e i nove mesi di occupazione tedesca li abbiamo passati nel quartiere, sempre affamati rifiutando di arruolarci nelle brigate nere. Quando fu emesso il bando Graziani, che imponeva l'arruolamento obbligatorio nell'esercito della Repubblica di Salò, un gruppo di nostri amici si "arruolò" nelle brigate nere. Scelta ideale? Spirito di avventura? No, solo fame e paura. Noi abbiamo retto, forse, per un più solido antifascismo di famiglia. Diversi di loro sono poi tornati con il fazzoletto rosso dei partigiani garibaldini. Hanno saputo trovare la strada giusta.
Ci arrangiamo a campare andando nella campagna romana a racimolare nei terreni abbandonati verdure, patate e rape; tante, tante rape insipide che vendiamo ai collegi e alle case signorili del quartiere Aventino e, ogni tanto, con il ricavato riusciamo a fare una buona cena in osteria. Mio padre, falegname e lucidatore di mobili, ci aveva costruito un carretto a mano che si dimostrò prezioso, ma ogni sera, per timore che ce lo rubassero, dovevamo smontarlo per farlo entrare nelle strette scale dello scantinato dove abitavo con la mia famiglia.
Durante l'occupazione nazista facevamo le staffette per i partigiani, andavamo in giro tutto il giorno rendendoci utili ma eravamo insoddisfatti, pensavamo di far troppo poco. Ma i compagni anziani si rifiutavano di affidarci compiti più impagnativi oltre che per settarismo e per boria anche perché, alcuni di loro, trafficavano con la carne del Mattatoio mischiando la politica con la borsa nera e non volevano intrusi tra i piedi. Dopo la Liberazione i nodi vennero al pettine. Uno dei caporioni fu espulso dal partito con una decisione presa, con voto consultivo, dal comitato direttivo della sezione della quale faceva parte come dirigente del circolo giovanile. Venne, in quella occasione, il compagno Enrico Minio, che aveva passato più di dieci anni in galera e, pistola ben in vista, smascherò il borsaro nero e ricattatore che aveva "sputtanato" il partito nel quartiere e ora voleva fare il martire.
Tentammo, una volta, esasperati dalle chiacchiere inconcludenti degli anziani, di raggiungere Genzano dove sapevamo che operava una banda di "ribelli", ma dopo ore di cammino, sfiancati dalla fatica e non riuscendo a prendere contatto perché alle nostre ingenue domande nessuno rispondeva, abbandonammo l'impresa e ce ne tornammo a Roma di notte, dopo il coprifuoco.
Durante lo sbarco di Anzio, i dirigenti clandestini del settore ci affidano una missione "importante". Segnalare tutte le macchine civili che si allontanano da Roma insieme ai tedeschi da via Ardeatina per dirigersi sull'Appia. Ci piazziamo in un punto strategico, all'inizio di via Appia antica e con taccuino alla mano scriviamo centinaia di numeri, targhe, ecc. Arrivati alla sera, soddisfatti e fieri, ci rechiamo dal responsabile militare del settore per informarlo. "Non serve più a niente -ci dice- i tedeschi non se ne vanno!"

(1) Egidio Gennari, professore di matematica, dopo aver militato nel Psi svolgendovi un ruolo di primo piano, aderì, nel 1921, al Pci di cui fu membro del comitato centrale fino alla morte. deputato e direttore del quotidiano comunista triestino, Il Lavoratore, subì vari arresti. Rifugiatosi a Mosca, gli fu inflitta, in contumacia, una condanna a 12 anni. Dirigente del segretariato latino della III Internazionale, lavorò anche al centro parigino del Pci. Nel 1940, a Mosca, fu colpito da una paralisi e morì a Gorkij l'8 aprile 1942.

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La cellula delle prostitute

Subito dopo la Liberazione di Roma, nella più importante sezione comunista del centro, con sede in via Tomacelli, affluiscono centinaia di intellettuali, impiegati di banca, tipografi dei quotidiani più popolari, artigiani noti nel quartiere (ricordo due "personaggi": Benedetto, un barbiere che aveva la bottega vicino al senato, e Pio Taticchi, fabbro, vecchio comunista che per anni dirigerà con il pugno di ferro la sezione) e diverse prostitute, che vanno regolarmente ad ascoltare i dibattiti e organizzano una loro cellula. La sera andavano a lavorare senza la tessera del partito che era custodita dal segretario di sezione. Evitavano così, in caso di retate o di arresto, di compromettere il partito nelle loro vicende private.


Brani tratti da:
Leo Canullo Taccuino di un militante
Quarant'anni di lotta politica a Roma
Editori Riuniti, 1981


Non ho volutamente pubblicato pagine, per così dire, più epiche. Ho preferito due pagine "normali". Canullo, Roma, 3 settembre 1923 - 12 giugno 1997, è stato anche deputato, sulla sua scheda c'era scritto: operaio tipografo.

3 commenti:

il monticiano ha detto...

Uomini questi che hanno lottato a prezzo di grandi sacrifici per fare di questa nostra Italia un grande Paese.
Altri miserandi individui lo stanno distruggendo.
Corriamo ai ripari più presto che si può.

SCHIAVI O LIBERI? ha detto...

Penso caro Monticiano, che prima di correre ai ripari sia utile iniziare a fare qualcosa.
Mi ripeto, ma forse il guaio di questo nostro tempo, è che non esistono più persone con quello spessore umano.
Questa naturalmente, resta una forte critica ai giovani come me.
Ti abbraccio Gap, e grazie per questo pezo.

Pierprandi ha detto...

Bel pezzo Gap... Schiavi ha ragione purtroppo non esistono più persone con quello spessore umano...Siamo alla deriva...