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sabato 24 aprile 2010

Ancora sulla Liberazione

Per la Liberazione, oltre al precedente post, ho rispolverato un mio pezzo uscito sul giornale nel 2007. Ho iniziato ad andare in giro per blog amici per fare gli auguri, sono troppi e io troppo pigro.
CHE LO SPIRITO DELLA LIBERAZIONE SIA SEMPRE CON NOI.

LA STORIA
A Vedegheto, sulle colline bolognesi, ogni anno la piccola comunità si ritrova per tenere viva la memoria della lotta al nazifascismo «Noi partigiani, la “festa dei giovani” e quelle Ss nascoste nella melma»

Vedegheto, frazione di Savigno, colline bolognesi. Se non hai un motivo per andarci resterebbe, come si dice, solo un punto sulla carta geografica. Non ci sono centri commerciali, non ci sono banche né cinema, nemmeno un bar o un negozio d'alimentari. Una natura ancora viva ed accogliente, dove si possono incontrare tassi e cinghiali, upupe e caprioli, volpi che mangiano i pulcini e dove ancora si coltiva la terra. Ci vive anche chi ha deciso di uscire da Bologna, raggiungibile in trenta minuti, e chi si giova della vicinanza con Marzabotto e Sasso Marconi. Perché per «un cittadino» allora tornare a Vedegheto in una domenica d'agosto dal tempo incerto? Per la «Festa dei Giovani», una volta «Festa dei reduci». E qui occorre fare un salto nel passato, agli anni della Seconda Guerra Mondiale. Ricordare che a pochi metri da Vedegheto passava la linea Gotica, la sua vicinanza a Marzabotto e a Monte Sole diventati tristemente noti per gli eccidi dei nazifascisti. Anche la piccola frazione di Vedegheto ha dato il suo tributo di sangue, tre militari e quattordici civili come riportato sulla lapide incastonata nel muro della chiesa come quella per la guerra del ‘15-‘18. Alle porte del piccolo borgo, poco più di duecento abitanti compresi gli immigrati, come benvenuto si trova la lapide per un giovane partigiano, Francesco Calzolari di diciotto anni, torturato e ucciso dai tedeschi. Come ci ha detto Dino Rossi, nato il primo gennaio 1923 e ultimo dei reduci ancora in vita, la festa si tiene ininterrottamente dal 1947. «Era organizzata di volta in volta da due reduci (priori) dei circa trenta tornati a casa». «Dopo l'8 settembre qualcuno è finito in Germania nei campi di concentramento come me, qualcuno andò con i partigiani e qualcun altro tornò subito a casa e attese la fine della guerra». «Facemmo fare la lapide in ricordo dei caduti, comprammo - continua Rossi - con una sottoscrizione la statua di Don Bosco che tutti gli anni è portata in processione. Partecipavano tutti i reduci anche delle zone limitrofe senza pensare a chi era democristiano e chi comunista, non si parlava di politica ma si festeggiava il ritorno a casa». «La festa fu voluta dal parroco dell'epoca don Alfredo Calzolari e da Roberto Suppini che era stato in seminario con don Bosco - aggiunge Ferruccio Suppini, giovane di settantacinque anni ancora attivo sui campi - per celebrare il ritorno dei ragazzi dalla guerra, oggi di quei ragazzi ne resta solo uno ma la festa rimane e la piccola comunità si impegna ogni anno per realizzarla». E tra una tigella e una crescentina, Ferruccio, all'epoca aveva undici anni, racconta di «partigiani che tesero un'imboscata ad un mezzo tedesco e ne uccisero i tre occupanti, tre graduati. Della cosa fu informato il parroco che si rese subito conto delle conseguenze dell'azione militare degli antifascisti. Don Samuele pensò allora di far nascondere i tre corpi sotto un mucchio di letame pronto per la concimatura dei campi, il cattivo odore avrebbe messo in difficoltà i cani sguinzagliati alla ricerca dei corpi. Si fece sparire la camionetta nel bosco di Monte Pastore coperta di rami e foglie e nonostante le ricerche nessuno e nulla fu ritrovato e si evitò la prevedibile rappresaglia che con solita ferocia erano usi attuare i nazisti». Ferruccio è una miniera di ricordi. «Mio padre non fu richiamato perché aveva cinque figli, ma ai tedeschi non importava nulla e perciò per evitare sorprese si dette alla macchia e si nascose vicino a Castellara. Ma alla fine si stancò e tornò a casa lo stesso giorno in cui uccisero due fratelli carabinieri a poche centinaia di metri da Vedegheto». «Si chiamavano Dante e Gino Vignudelli, il più giovane aveva sedici anni. L'8 settembre disertano e tornano a casa ma il 29 giugno del 1944 vengono presi in un rastrellamento e caricati sui treni diretti in Germania. A Domodossola riescono a fuggire e tornano ancora a casa e si danno alla macchia ma sfortunatamente sono presi e uccisi a Vedegheto». La festa va avanti, come i ricordi di Ferruccio: «Per sei mesi a Vedegheto veniva a dir messa don Giovanni Fornasini, a cui ho fatto da chierichetto, e che fu ucciso dai tedeschi nel 1945». A don Fornasini è stata conferita la medaglia d'oro al valor militare. È arrivato il momento dei fuochi d'artificio che concludono la festa, piccoli fiori blu, oro e verde che sbocciano nel cielo, poi il ritorno nel casale di pietra di Ferruccio, a ricordare i reduci, a sperare nella pace, per salire di nuovo a Monte Sole, un giorno, lì dove la leggenda racconta che il vento perenne è la voce dei partigiani, a dire loro di riposare in pace.

18 agosto 2007 pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 8) nella sezione "Interni"

14 commenti:

Marte ha detto...

C'è anche questo nell'essere partigiani e nel credere al valore della resistenza: non smettere di raccontare.
Se nessuno mi avesse raccontato io non avrei saputo. E il 25 aprile sarebbe rimasta una festa vuota in fila alle altre consumate con abitudine e distacco.

Anonimo ha detto...

Un grazie particolare per aver ripubblicato il tuo articolo, a distanza di anni ricorda ancora vivamente e profondamente certi luoghi e persone legati alla resistenza.

Un abbraccio forte
Melo

viola ha detto...

sono commossa e giuro che voglio cantare a squarciagola " Bella Ciao" , in faccia a chi la vuole eliminare dalle celebrazioni del 25 aprile perchè è una canzone rossa.
sono grata ai partigiani e a tutti coloro che lottarono e morirono per la mia libertà di ora, oltre a quella di tutti, conquistata allora.

teniamoci stretta Bella Ciao e la Libertà.


ciao e grazie per il ricordo
viola (scusa,solo viola,perchè non ho un blog)

Daniela ha detto...

Sempre, continuare a dire, non fare dimenticare mai.

il monticiano ha detto...

e anche lo spirito della RESISTENZA sia sempre con noi.
Buona festa della Liberazione.

Ho letto da qualche parte questa frase, penso che la conoscerai: NON SONO I POPOLI A DOVER AVER PAURA DEI PROPRI GOVERNI, MA I GOVERNI CHE DEVONO AVER PAURA DEI PROPRI POPOLI.
Thomas Jefferson.

il Russo ha detto...

Buon 25 aprile caro vecchio amico, che sia splendido e Libero come non mai anche per un testone come te!

Harmonica ha detto...

Buon 25 Aprile, che i Partigiani ci illuminino il cammino !

listener ha detto...

beh grazie a te, a loro.

Martina Di Renzo ha detto...

Buon 25 aprile caro Gap. Grazie per i racconti che hai pubblicato. La memoria va tenuta viva ed ormai e' sempre piu' difficile, come sai l'amnesia collettiva in Italia e' sempre piu' cronica.
Passate una buona giornata, di festa, come dovrebbe essere.
Un abbraccio

silvano ha detto...

Ciao Gap, buon 25 aprile. Prima o poi sarebbe bello trovarsi per festeggiarlo.
ciao, silvano.

Gap ha detto...

Cara Viola,
mi commuove la tua commozione, canta finchè puoi e fatti sentire da tutti. Miglior modo di onorare coloro che si sono sacrificati per la libertà di TUTTI non esiste. Tenere alto e vivo il valore della memoria è uno dei compiti che i più giovani dovranno portare avanti con impegno e convinzione.
VIVA LA LIBERAZIONE.

SCHIAVI O LIBERI? ha detto...

Buon 25 aprile caro Gap.
Un abbraccio.

Punzy ha detto...

Buona resistenza, brontolone!!!!

speradisole ha detto...

Forse è tardi, ma provo a risponderti, perchè conosco bene quei posti. Io per il 25 aprile ho ricordato la 63esima brigata partigiana "Bolero", quella di cui hanno fatto parte molti miei famigliari. Il centro della loro attività partigiana era Monte San Pietro (nolto vicino a Monte Pastore). Don Fornasini è sempre stato ricordato ed anche don Giuseppe,(che è sopravvissuto), l'allora parroco di Monte Maggiore.
Il racconto più drammatico di mio nonno, su quel periodo, riguardava la cattura di 13 giovani partigiani, avvenuta a Rasiglio (vicino a Sasso Marconi) in seguito ai rastrellamenti.
Questi ragazzi furono torturati ed uccisi im modo crudele legati col fil di ferro alle sbarre del cancello di una villa a Casalecchio di Reno. Furono sparati contro di loro, colpi di rivoltella, ma solo alle gambe e lasciati agonizzare per giorni. Neppure il parroco di Casalecchio poteva soccorrerli.
Il luogo, era vicino al ponte della ferrovia di Casalecchio di Reno, ma non esiste nessuna targa a ricordo di quei poveri giovani che sono morti.
Come loro tanti sono stati dimenticati.
Con i vecchi se ne va la memoria e credo che questo non sia un bene.
Un saluto di cuore.