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mercoledì 2 gennaio 2008

uomo in mare 1

7 novembre martedì

Cameriere si lambiccava il cervello per trovare un modo, un motivo, una occasione per abbordare Uomo. Fare finta che l'incontro fosse dovuto alla casualità? L'eventualità era solo il piccolo spaccio di alimentari che lui non frequentava mai, alla spesa pensava la sua donna e non era proponibile, lo avrebbe maltrattato, lei così riservata. La soluzione gli apparve all'improvviso, senza che lui avesse fatto nulla di concreto per cercarla, una mattina di tenue sole novembrino. Cameriere si era recato al bar per il controllo quindicinale, come sempre aveva acceso la macchina del caffè, l’aveva mandata in pressione e si stava concedendo un ricco caffè. Una tazzina del liquido nero che spandeva il suo profumo all'interno del locale e nelle immediate vicinanze. Mentre era intento a gustarsi il suo caffè senti una voce, anzi, la voce dire: "Buongiorno, non è che ci sarebbe la possibilità di un buon caffè anche per me?". Cameriere per poco non si strozzò, girandosi aveva visto Uomo sulla soglia del bar che gli sorrideva. Lo invitò ad entrare e tornò dietro il bancone per preparargli il caffè.
Nel silenzio totale del bar si sentiva solo il cucchiaino battere con cadenza regolare contro la ceramica della tazzina. Non una parola usciva dalla bocca dei due strani avventori di un bar chiuso per il riposo invernale. Terminato il caffè, Uomo ringraziò Cameriere e si lasciò andare compitando un piccolo discorso, il più lungo che cameriere avesse sentito uscire dalla sua bocca mentre aspirava e sbuffava il fumo della sigaretta con intimo piacere.
"Grazie -disse con un sospiro di godimento- era quello che ci voleva dopo le tante "cicorie" che ho bevuto in questi ultimi giorni. Sa, non è che il caffè in casa mi venga tanto bene. Sarà la caffettiera, sarà l'acqua o il caffè ma il suo mi ha riconciliato con questo rito mattutino".
Per nulla intenzionato a zittirsi, Uomo continuò con il suo soliloquio come se Cameriere non gli fosse seduto dinanzi.
"Ecco, stare qui mi piace, anche l'inverno, ma il piacere di un caffè al bar non si può togliere a nessuno e, senza offendere nessuno, il bar piccolo non è cosa", prima che continuasse Cameriere si introdusse nella conversazione: "Vede, vengo al bar una volta ogni 15 giorni a controllare i frigoriferi, metto in pressione la macchina e curo le poche piante rimaste nel giardino sul retro. Se vuole, se non la disturba, possiamo vederci una volta a settimana per prendere un buon caffè".
Uomo lo guardava quasi con occhi interrogativi come a chiedersi il perché di tanta generosità e gentilezza, in fin dei conti lui era solo un cliente del bar e non avevano mai fraternizzato più di tanto. Ma senza farsi troppi problemi e senza riflettere oltre accettò la proposta e si dettero appuntamento per il martedì successivo. Salutò con una stretta di mano calorosa Uomo che usciva dal bar, torno alla macchina e si fece un altro caffè. Era quasi gioioso a causa di ciò che era accaduto.
Raggiunta la macchina, Uomo si accomodò alla guida, posò i giornali sul sedile del passeggero, si accese un’altra sigaretta, mise in moto e, come tutti i giorni, partì.

***
Cameriere finiva di sorbire il caffè pensando a come sorprendere Uomo la settimana successiva, a come stupirlo per farlo aprire a lui. Restò ancora un po' seduto all'aperto, in quella tiepidissima mattina di novembre, a respirare salsedine e fumo di sigaretta prima di chiudere il bar.
La macchina procedeva lungo la litoranea con andatura regolare, niente accelerazioni né rallentamenti superflui, una passeggiata, insomma. Uomo si godeva il panorama in attesa di giungere sul posto che aveva scelto negli ultimi mesi per passare le sue giornate. E' bello il mare d'inverno, senza turisti, senza ombrelloni che macchiano il panorama con i loro assurdi colori, con il vociare che disturba gli animali. E' bello il mare d'inverno con le sue onde che si infrangono sulla spiaggia, ora piano ora più forte, sembrano le emozioni della vita, a volte sono come i cavalloni, a cui si tenta di resistere senza andare a fondo. Alcuni li cavalcano come fanno con la vita, in attesa di un'onda che prima o poi li travolgerà comunque.
Il faro era alla sua portata, solo i locali sapevano dove era e qualche turista messo a parte del “segreto”, ma tanto loro erano andati già tutti via. Parcheggiò la vecchia auto. Raccolse le sue cose, i giornali, le sigarette, una sedia e un piccolo tavolo pieghevole, una busta di plastica con il pranzo e, aperto il bagagliaio, un computer portatile. Si incamminò verso il faro, carico come un barbone con i suoi tanti tesori che non interessano i normali, e si sistemò in faccia al mare.
Il suo agire era metodico, sulla roccia alla sua destra poggiò le cose e aprì il tavolo. Sul lato destro mise il computer, sulla sinistra sistemò i giornali con le sigarette e un telefono cellulare, vecchio di qualche anno, che accese in quel momento. Sulla pietra lascio la busta con il pranzo da cui tolse solo la bottiglia di acqua minerale leggermente frizzante e un bicchiere di plastica rigida, come quelli che si usano per i bimbi piccoli. Aprì la sedia e, per la seconda volta nella giornata, sospirò di soddisfazione e si mise seduto.
Come d'abitudine iniziò scorrendo velocemente i titoli del quotidiano d'informazione, poi passò ad una attenta lettura del giornale sportivo inframmezzata da lunghe e particolareggiate occhiate al panorama che godeva da poco sopra il faro. Terminato con lo sport, scelse pochi articoli dall'altro quotidiano e li lesse attentamente. Qualche sorso d'acqua, poi portò il computer al centro del tavolo e lo aprì. Attese che il mezzo elettronico facesse il suo lavoro e aprì la cartella sul desktop recante il nome MARA.doc.
Ogni volta che faceva quella operazione non poteva fare a meno di ripensare all'inizio della storia.

***
Eppure nel piccolo agglomerato di case, un vecchio villaggio di pescatori, c'era qualcuno che di Uomo conosceva o, se avesse voluto, poteva conoscere di più. Mentre i due uomini erano seduti al bar, una donna, costretta e svilita in un vestitino nero di poco prezzo e alquanto vecchiotto, si avvicinava a quella che era la piazza principale. Tutte le mattine partiva dall'estrema periferia, ogni piccolo gruppo di case ha un centro e una periferia anche i più poveri e i più piccoli, costeggiando la pineta che nascondeva il mare per recarsi sulla piazza, dove ancora si vedeva qualche segno di vita. Il grande bar chiuso che ogni quindici giorni, ora una settimana, sembrava rianimarsi, l'alimentari-tabacchi-macelleria-merceria-edicola e se possibile altro ancora, e poco più in là il piccolo bar aperto tutto l'anno.
La donna avanzava con passo sicuro e a busto eretto, anche da lontano si capiva che era giovane pur con indosso il modesto vestito che la penalizzava oltre misura. In paese veniva chiamata La Vedovella, con quel particolare gusto della maldicenza e della cattiveria che caratterizza le piccole comunità. La sua non era stata e non era una vita facile, povera da famiglia povera aveva sempre portato su di sé questo marchio, anche nella scuola che aveva dovuto lasciare in anticipo e a malincuore. In fondo le piaceva studiare, scoprire cose nuove, leggere di cavalieri e donzelle, di re e regine, di amori infranti o non corrisposti. Rimpiangeva il tempo andato senza per questo adagiarsi nel lamentarsi della sua triste condizione.
Ricordava sempre quando la sua ingenuità la portò a fidarsi del ragazzo che incontrava sul bus che la portava a scuola nel paese più grande, per lei tanto grande da spaventarla al punto che scendeva e si recava a scuola senza mai inoltrasi in qualche strada diversa dal solito percorso, mai che avesse fatto un giro, che avesse preso un gelato, la paura e la timidezza la bloccavano. D'altronde non aveva nemmeno i soldi per poterlo fare. I suoi genitori, lui pescatore e lei donna delle pulizie, si sacrificavano per farla studiare e il suo impegno era tutto nel farli contenti. Ma si fidò del ragazzo, della sua gentilezza e del suo sorriso. Non conosceva la malignità e la cattiveria del genere umano.
Accadde tutto insieme, era proprio un novembre di quasi quindici anni prima. Il padre, Pescatore, era uscito in mare con la sua barchetta per rientrare a pomeriggio inoltrato come tutti i giorni. Quando andava bene si cenava con un po' di pesce che non vendeva alla pescheria del paese grande e teneva per loro. Quando andava male, niente pesce e solo qualche verdura con un piatto di pasta. Quella sera non si cenò, né con il pesce né con le verdure, Pescatore non tornò più né vivo né morto.
Lavandaia continuò a tirare avanti la carretta, ma il suo cuore cedette di schianto pochi mesi dopo senza che a loro e al loro amore fossero dedicate pagine e pagine sui giornali e sui libri. I poveri quando muoiono non fanno rumore e non interessano a nessuno. E Vedovella si ritrovò sola.
Era giunta ormai sotto la casa di Uomo dove, perpetuando il lavoro della madre, andava a fare le pulizie tre volte a settimana. Spesso si chiedeva il perché dato che non c'era nulla da pulire. L'appartamento era piccolo, giusto per una persona, al massimo due, posto al primo piano con un ampio balcone d’angolo che si affacciava sul lungomare e sulla piazza. Una camera d'ingresso che funzionava anche da sala da pranzo-salotto, una cucina abitabile e una camera da letto arredata rigorosamente solo con letto, armadio e libreria. Quest'ultima era la cosa che Vedovella accudiva come fosse cosa propria, l'essere povera non va per forza di pari passo con l'ignoranza, anzi. Terminate le pulizie, e ci voleva poco essendo Uomo pulito, preciso e ordinato, la ragazza si concedeva una lunga pausa seduta sul letto, che rassettava prima di andare via, a leggere. Da settembre aveva divorato già diversi libri e ormai leggeva regolarmente anche il giornale del giorno prima che Uomo portava a casa tutte le sere. Vedovella aveva preso servizio il 15 di settembre e aveva trovato l'appartamento in buone condizioni, ma, nonostante tutto, aveva rivoltato ogni cosa per una pulizia approfondita, doveva pur giustificare a se stessa il salario. Aveva fatto andare la lavatrice che era uno spettacolo, il ferro da stiro sbuffava vapore come una vecchia locomotiva, si ritenne soddisfatta solo dopo aver pulito a fondo anche il pavimento del terrazzo, esagerò passandoci ammoniaca e candeggina, lo aveva lasciato così pulito che non lo era stato mai, neanche appena posato. Al termine della grande pulizia, impiegò un paio di giorni, ricevette i complimenti di Uomo e una lauta mancia, non ce ne sarebbe stato bisogno visto il congruo mensile che già le passava, ma Uomo era uomo di mondo, anche se non era stato mia a Cuneo, e, oltre ad essersi informato, aveva capito che Vedovella non navigava in acque tranquille.
La giovane non era stupida, lo abbiamo capito noi e anche Uomo, e aveva notato che di settimana in settimana apparivano dei libri nuovi, quelli che gli uomini colti chiamano classici e che lei non aveva mai letto, se non alcuni brani quando andava a scuola. Quella scuola che tanto le piaceva ma che dovette abbandonare dopo le tragedie familiari e l'inganno del ragazzo che aveva abusato di lei sfruttando la sua ingenuità e ignoranza.
Non disse mai il suo nome, mai lo chiamò in causa anche se nel borgo e nel paese grande tutti sapessero chi era stato a metterla incinta. Dalla sua bocca non trapelò nulla. Il piccolo, non le fu detto nemmeno il sesso, venne dato in adozione e lei, esteriormente, non versò una lacrima, tenne per sé tutto il dolore del mondo, si ritrovò sola senza Pescatore e Lavandaia, senza Bambino e con un marchio che già le avevano dato e che si sarebbe portato dietro vita natural durante. Vedovella. Un misto di denigratorio e sarcastico che solo chi ti conosce può pensare, solo chi sa dove e come farti male può farsi venire in mente. Ma lei sopportò pazientemente, Vedovella in fondo le si addiceva, senza più nessuno al mondo era il concentrato della disgrazia, orfana, senza uomo, senza figlio, in quel nomignolo vedeva anzi una certa forma di benevolenza. In fondo non l'avevano chiamata puttana o vedova nera e nemmeno strega, solo Vedovella, ci vedeva un certo non so che di affettuoso.

***
Il file si aprì come uno scrigno pieno di monete d'oro, sullo schermo si composero tante parole che Uomo già conosceva, forse, se avesse provato, avrebbe saputo declamare il testo scritto. Tanto che ormai non lo leggeva più, lo teneva aperto davanti a sé e si perdeva con la memoria dietro alla storia che ben conosceva.
Era gennaio. Solo dieci mesi prima. Ormai giovane pensionato, da anni divorziato senza legami impegnativi se non quello amichevole con la ex moglie, aveva cercato una nuova casa, più piccola, in un quartiere centrale di Roma, un quartiere che lo portasse fuori dalla periferia dove aveva vissuto fino ad allora. Non perché avesse qualcosa contro i quartieri popolari, anzi, ma voleva togliersi lo sfizio di abitare vicino a qualche rudere dell'antica Roma che gli tenesse compagnia. Aveva trovato un bilocale vicino al Colosseo, ai Fori Imperiali, gli era piaciuto a prima vista ma era in condizioni disastrose, necessitava di una ristrutturazione estrema e perciò costava relativamente poco. Con i risparmi e la liquidazione fece l'acquisto della sua vita e dette il via ai lavori. Il costruttore pose come condizione che l'appartamento fosse completamente vuoto, non voleva intralci di alcun genere. Trovò la richiesta normale, l'appartamento era pieno di cose che la precedente inquilina aveva lasciato. Vecchi mobili, stoviglie, biancheria e anche libri. Cose che aveva accumulato in una vita e che aveva ereditato dai genitori. Cambiando città aveva portato con sé solo cose, a suo dire, indispensabili per una nuova vita e per mantenere vivi ricordi fondamentali.
Armatosi di pazienza Uomo iniziò la pulizia dei locali per vedere se ancora fosse possibile salvare qualcosa. Cose da dare ai poveri, cose da vendere perché qualche soldo in più non fa mai male e cose da tenere. Non salvò quasi nulla che potesse tenere, rimediò solo oggetti, sicuramente appartenuti ai genitori di Mara, così si chiamava l'ultima proprietaria, da vendere come un servizio di bicchieri inizio Novecento e altre anticaglie varie. Per sé tenne solo diversi libri, molte prime edizioni e libri ormai fuori catalogo e introvabili. Dalla qualità e varietà dei testi si fece l'idea che le persone che avevano abitato lì fossero state di buona se non ottima cultura. Conservò anche una libreria antica che consegnò subito ad un amico falegname per farla restaurare e nella quale trovò una cartella con l'elastico contenente parecchi fogli scritti a mano, con una grafia scomposta, a volte più piana a volte diversa, chiaramente femminile e molti fogli vergati da mano maschile. Il giorno del ritrovamento, in un momento di pausa, con una birra in mano e seduto su un vecchio divano tra la polvere, lesse qualche riga a caso dello scritto.
"Cara, carissima Ottavia,
il tempo è passato veloce lasciando offese indelebili sui nostri corpi e sulle nostre menti, ed anche nei nostri cuori". Oh cazzo, borbottò, questo è un diario o un epistolario di due amanti. Saltò avanti: "... per i nostri corpi che mai gioirono insieme come ti chiesi con amore; per i nostri cuori che mai pulsarono all'unisono...", "... nessun dottore era riuscito a capire quale trauma avesse provocato il guasto...", "Si era dovuto accontentare di un pacchetto di caramelle. L'acqua gli lambiva le scarpe, si fermò con il viso rivolto al mare, fissava quelle acque in quel momento torbide ...". I fogli non erano in ordine, non capiva la sequenzialità degli avvenimenti. Richiuse la cartella, non aveva tempo ora di riordinarli e men che meno di leggerli. Doveva liberare l'appartamento nel più breve tempo possibile per non ritardare l'inizio dei lavori. Uomo si riscosse dai suoi pensieri, una folata di vento freddo lo aveva fatto rabbrividire, il tempo stava cambiando velocemente e dense nubi si avvicinavano. Forse era meglio tornare a casa.

Cameriere aveva chiuso le imposte della villa, anche lì era tutto a posto. Poteva andare a casa a pranzo anche perché il tempo si stava mettendo al brutto.

Vedovella, seduta sul letto, era persa tra le pagine di Metello, che bello che era, che bella storia d'amore.
***
Uomo tornò in paese prima del solito, era la prima volta da settembre, il tempo era proprio cambiato, ora doveva cambiare anche le sue abitudini. Arrivò nel piccolo borgo che grandi goccioloni scendevano copiosi dal cielo, posteggiò la macchina quasi davanti la porta di casa, scese di corsa e salì l'unica rampa di scale che lo portava all'appartamento. Entrò con i suoi giornali e il suo computer sottobraccio, posò il tutto sul un mobile con l'aggiunta delle chiavi, del portafoglio, del cellulare e le sigarette.
Aveva già notato che la porta d'ingresso non era chiusa a chiave come di solito faceva Vedovella e infatti la vide seduta sul letto intenta nella lettura. Fece un po' di rumore per non spaventarla e lei alzò gli occhi e divenne rossa in volto. Un rossore bello che diede colore a quel viso che aveva sempre un velo di mestizia. Chiuse in fretta il librò mentre si alzava e iniziava a scusarsi con Uomo per la sua impertinenza. "Vado via subito" e con passo veloce si avviò verso la porta camminando come un gambero, all'indietro e di traverso. Uomo si affretto a dire che non c'era bisogno che andasse via in fretta e che forse era meglio se si fermava visto che il temporale aveva aumentato la sua intensità. Se voleva potevano mangiare insieme e poi lui l'avrebbe accompagnata a casa. Il tono e le parole dell'uomo accrebbero il suo rossore e le tolsero argomenti di replica, in fondo lui la metteva in soggezione. Non era bello, ma si portava bene, sempre a posto, con un filo di barba lunga e vestito in maniera informale. Nei pochi mesi che era lì aveva già accumulato un discreto numero di libri, di dischi e lei sapeva che la sua cultura era nettamente superiore, in fondo non era che una povera servetta. L'invito a rimanere l'aveva colta di sorpresa e mentre lei rifletteva, Uomo era già in cucina che preparava il sugo. Non poteva far altro che apparecchiare la tavola.
Era strano, per lei, mettere in tavola tutto doppio, due piatti, due bicchieri, posate per due, era strano perché dalla morte dei genitori aveva sempre mangiato da sola. In fin dei conti era Vedovella, perché avrebbe dovuto avere compagnia? Se avesse voluto dei corteggiatori con cui mangiare le occasioni non sarebbero mancate, ma non si fidava più, era convinta che la cercassero solo per avere una facile avventura. Come il bolognese da cui era stata a servizio prima di Uomo. Anche lui cortese e gentile, quando era solo in casa, ma freddo e scostante quando c'erano anche la moglie e i figli piccoli. Aveva capito che Bolognese era il solito uomo da cui guardarsi, di cui non fidarsi. Infatti quando il pizzicagnolo-tabaccaio e altro ancora le aveva detto che c'era la possibilità di lavorare per Uomo, che a suo dire era una persona a modo, gentile e colta, non aveva avuto dubbi nel lasciare Bolognese.
Meccanicamente aveva acconciato la tavola, preso la bottiglia di minerale dal frigo, in paese l'acqua scendeva sempre calda e aveva un retrogusto amarognolo che a Uomo non piaceva mentre lei era abituata, di certo lei non si poteva permettere sempre quella spesa, aveva tirato fuori anche la birra. Mentre il sugo sobbolliva sui fornelli schizzando piccole gocce rosse sulla superficie smaltata da lei pulita poche ore prima, Uomo aveva messo un cd di musica classica che faceva da sottofondo ai suoi pensieri. In quei pochi mesi aveva scoperto un tipo di musica che per radio ascoltava poco, era abituata a canzonette leggere, ai successi del momento, Uomo, non volendo le aveva aperto un orizzonte nuovo, mai udito prima. Sapeva che era Mozart, lo aveva già ascoltato quando Uomo non c'era, aveva letto che era il concerto per piano n 12 K414. Aveva imparato subito, come a scuola. Alcune cose si apprendono meccanicamente senza troppo sforzo, comprenderle è diverso e più difficoltoso.
Uomo la riscosse portando a tavola un insalatiera colma di pasta al sugo che profumava tutta la casa, spruzzata abbondantemente di parmigiano e abbellita con due foglie di basilico, le ultime che ancora resistevano al cambio di stagione. Il sorriso di lui valeva più di qualsiasi parola, la servì di un piatto abbondante, le versò l'acqua e, preso un altro bicchiere, le versò anche la birra. Vedovella si stava convincendo che il colore del suo viso sarebbe rimasto perennemente rosso. Che emozione essere servita a tavola e trattata come una pari e non come una servetta come erano soliti fare con lei i villeggianti. I primi minuti passarono in religioso silenzio, dopo il "Buon appetito", non si sentiva altro che Mozart e il rumore delle forchette e dei bicchieri che venivano alzati e poi posati sul tavolo di legno coperto da una leggera tovaglia a fiori di sapore estivo.
"Stai tranquilla, mangia con calma. Se hai paura di ciò che potrà pensare la gente che ti vedrà uscire ad un orario insolito, farò in modo di far sapere che sei rimasta perché pioveva", "Non mi preoccupo, lo sa che mi chiamano Vedovella e che non ho una buona reputazione per i miei concittadini, una chiacchiera in più o in meno non mi cambierà la vita". Con queste due frasi iniziò un lungo dialogo che durò il tempo del formaggio, un Asiago comperato chissà dove visto che il piccolo alimentari probabilmente non sapeva nemmeno che venisse prodotto, dei pomodori secchi sott'olio, l'uva, dolcissima, una coppetta di gelato che Uomo, evidentemente goloso, teneva sempre nel freezer, il caffè, preparato da Vedovella e migliore delsuo, la pulizia della cucina.
La ragazza sintetizzò la sua vita in un'ora e mezza, dall'infanzia ai trenta anni scarsi, con in sottofondo sempre Mozart con i suoi allegri, allegretti, andanti, allegri ma non troppo, andantini e allegri vivaci. Era ora di andare a casa, il crepuscolo era prossimo e uscire ancor più tardi avrebbe dato il via a chiacchiere ancora più piccanti. Vedovella era contenta, era felice, per una volta si era sentita trattata come una donna per bene, cosa che i suoi concittadini non avevano fatto mai.

***
Salirono in macchina sotto una pioggia battente, le strade erano deserte più del solito, se mai una cosa del genere fosse possibile, l'alimentari era ancora aperto così come il piccolo bar che uomo non frequentava. Facevano un caffè di pessima qualità e nonostante fosse il più vicino a casa non lo bazzicava mai nemmeno ora che era l'unico aperto. L'automobile percorreva a velocità moderata le poche centinaia di metri per arrivare a casa di Vedovella, nessuna altra auto era in strada, non si vedevano, giustamente, nemmeno i due cani semi randagi del paese. Uomo, invece, era convinto che qualcuno aveva visto e registrato nella mente loro due che uscivano e salivano in macchina, ma non poteva sapere che chi li aveva visti era Cameriere, in fondo la cosa lo lasciava indifferente.
Lasciata la piccola piazza si diresse verso il lungomare, costeggiò la pineta, sotto la cui ombra l'estate si aprivano due campeggi, e si immise sulla provinciale. Immediatamente svoltò a destra verso il mare e vide una piccola casa ad un piano con un ampio spiazzo davanti. Fermò l'auto, aprì l'ombrello, scese e si portò dal lato del passeggero per far scendere Vedovella, l'accompagnò alla porta riparandola dalla pioggia, la ragazza lo invitò ad entrare, lo fece con voce flebile ed imbarazzata, ricevendo un gentile rifiuto: "Forse non è il caso". Dalla porta aperta da Vedovella, che nel frattempo si era fatta da parte e aveva acceso la luce, si vedeva un'ampia camera con un tavolo, delle sedie, un vecchio divano e un ancor più vecchio televisore, quasi certamente in bianco e nero, e tre porte chiuse. Uomo salutò Vedovella e tornò in paese.
Cameriere, che di certo nei mesi invernali si annoiava, specialmente il pomeriggio che non aveva molto da fare e ancor di più quando pioveva, non era di solito malpensante, ma l'ozio forzato e l'assenza di qualcosa di interessante in tv lo fece pensare a ciò che aveva visto. Il suo essere di paese spingeva la sua mente a malignare e ipotizzare una tresca tra i due mentre la sua razionalità lo spingeva a pensare che Uomo non aveva fatto altro che riaccompagnare Vedovella a casa perché pioveva. Questo pensiero lo rese quasi contento, mal avrebbe sopportato dover cambiare opinione su Uomo, era un signore nei modi non come certi villeggianti, del nord come del sud, che arrivavano e spadroneggiavano per tutta l'estate.
Uomo tornò a casa, ripeté il rito dello svuotamento delle tasche, mise su un disco di classica e accese il computer. Aprì Mara.doc e iniziò a leggere per l'ennesima volta la storia.

Il presente gli si parava davanti. Sconvolgente, emozionante, palpitante. Da giorni non faceva altro che pensarla. Non avrebbe mai immaginato di poter amare una donna diversa da sua moglie. Si voltò a guardarla, la moglie, con il filo di luce notturna che filtrava poteva solo immaginarla rannicchiata sotto il lenzuolo. L'eterno amore era sempre lo stesso, forse, molto più probabilmente voleva auto convincersi che nulla fosse cambiato. Era un'illusione sperare che la vita non avesse lasciato traccia nel loro rapporto. Ora di persone a cui volere bene ne aveva due. Ovvero, ne avrebbe voluto avere due. Per ora, come un bambino che scopre le prime gioie e dolori dell'amore, pensava che ad amare fosse solo lui. Non era una semplice storia di sesso, meno volgarmente, una dolce avventura, una scappatella, magari fosse così, tanti problemi in meno o pensieri e sensi di colpa non così pesanti.
Aveva voluto cercare e aveva trovato una persona su cui indirizzare le sue attenzioni, con cui completare il suo rapporto. Era comunque conscio di non sapere quale parte del suo io intendesse completare. Infatti non sapeva cosa desiderava.
Solo una bella ragazza? Un rapporto platonico  fondato sulla confidenza e l'amicizia? Oppure cercava qualcosa che gli ricordasse la gioventù? Lei aveva qualche anno di meno. Continuamente rifletteva su un particolare. Quale particolare? Non riuscì più a richiamarlo alla mente. Era successo  per caso e perché era il momento giusto; sapeva benissimo che cosa voleva e da chi la voleva. Ciò nonostante non tutto gli era ancora chiaro.
Da tempo aveva anche altri pensieri per la testa, come milioni di altre persone nel mondo, la famiglia, il mutuo, il lavoro e tutto ciò che occupa la mente di una persona normale. Un dolce pensiero gli serviva per trovare stimoli e, forse, per guardarsi dentro, per veder nascere un uomo nuovo in grado di guardare al futuro con occhi nuovi. Era deciso a capire che cosa volesse fare da grande.
Un pensiero lo colpì all'improvviso. Come lei, che diceva di essersi accorta che qualcosa nell'aria era cambiato, non avesse capito che in certe occasioni, per esempio nei giorni di preparazione della festa del santo patrono, lui si astraeva dalla realtà per poterla osservare meglio, poterla ascoltare, per poter fantasticare tranquillamente. Anche ora iniziò a vagheggiare, o meglio, a sognare ad occhi aperti come faceva quando era giovane. Tanti erano i suoi sogni con e sulle ragazze, anche incubi sulla sua famiglia di origine. Il suo pensiero lo acquietò, i sensi si calmarono e Morfeo gli tese la mano.
Una scena nebulosa, praticamente quell'attimo in cui la nebbia inizia a diradarsi, sulla scena rimangono lui e lei che camminano su una strada, parlano fittamente. La voce di lei è chiara, decisa ma, volendo dolce, e risponde ad una domanda non fatta. "Ma tu non mi fai la corte!". Un attimo di silenzio e lui risponde, muove le labbra ma non si sente il suono della voce: "Ma io mi sono limitato, è certo che se ti facessi la corte probabilmente  ti perderei anche come amica, e, comunque, io, a modo mio, ti corteggio. Forse sei tu che non vuoi accorgerti di questo dato di fatto". Lui le prende la mano, dopo un attimo di rifiuto la piccola mano di lei si fa accarezzare e prendere, si stringe su quella di lui. Intanto l'uomo continua a parlare, dice parole dolci, parole d'amore. "Perché non ti accorgi di come ti guardo, di come ti chiedo il permesso di fare alcune cose. Ti ho chiesto addirittura di poter agire secondo il mio istinto, ti ho accarezzato una mano, ti sei divincolata, dolcemente ma ti sei tirata indietro. Che cosa sai di quello che provo, del mio desiderio di poterti regalare qualcosa che non lasci traccia, ma nel contempo ti dia la prova di quello che sento per te". Lui parla, la guarda e le tiene la mano sempre più stretta, lei ascolta come al solito, in silenzio. L'uomo riprende a parlare dei propri istinti, del desiderio di stringerla tra le braccia, di accarezzarle i capelli che tanto gli piacciono. Del desiderio di vedere il mare con lei al suo fianco, osservare le onde che muoiono sulla spiaggia. Le parla della sua irresistibile, eppure repressa, voglia di baciarla. Lui volge lo sguardo, lei sta per parlare.
Una mano lo scuote: "Sono le sei e mezzo. Ti devi alzare, devi andare a lavoro"

***

Vedovella chiuse la porta e, a differenza di ciò che si vede nei film, non si appoggiò con le spalle alla porta stessa. Aveva il cuore in tumulto e il cervello che girava  vorticosamente. Aveva vissuto una giornata "normale", come avrebbe sempre voluto. A volte basta poco per far felice una persona. I suoi pensieri vagavano e rimembravano le frasi dette durante il pasto, ripensava alle cortesi sollecitudini di Uomo che la invitava a rimanere nella sua casa per il tempo che voleva, dopo aver portato a termine i lavori domestici, per leggere libri e ascoltare musica. E questo era uno dei motivi per cui aveva avuto paura che Uomo entrasse nella sua casa. La paura che potesse vedere quanti pochi erano i libri che lei aveva. Avrebbe dovuto giustificarsi spiegando che i pochi soldi che riusciva a mettere insieme l'estate servivano a mantenerla, sulla soglia della povertà, tutto l'inverno e non poteva permettersi il lusso, come cambia il parametro del lusso, di comperare libri. Aveva paura, la parola era esatta. Paura mista a vergogna, perché i poveri provano sempre imbarazzo per la loro situazione anche se onesti, puliti e intelligenti, sentimenti che non albergano nel cuore e nella testa dei ricchi, che non riguardano i loro immorali comportamenti. Un sentimento strano, indescrivibile che conosce solo chi lo ha provato, chi si sente, suo malgrado, sotto lo sguardo e il conseguente giudizio degli altri. Vedovella non era stupida, queste cose le aveva già provate e, con i suoi mezzi, analizzate ma non ne veniva fuori.
Vergogna di far vedere la sua povera casa, avuta in eredità dai genitori, poveri anch'essi e poveramente morti, Pescatore inghiottito dal mare e Lavandaia stroncata da una vita di sacrifici che le aveva sfiancato il cuore ancora giovane. La casa, ai margini dei margini del piccolo borgo, Vedovella non sapeva come fosse di proprietà della sua famiglia. Guardandola e riguardandola nelle lunghe giornate invernali che non sapeva come occupare, la ragazza era riuscita a capire l'originaria composizione. All'inizio doveva essere stata una unica stanza, con quale uso non era in grado di dirlo e fare ricerche al catasto per capire non era il suo primo pensiero. Da questa stanza, posta a circa tre metri dal ciglio stradale, era partita la successiva espansione, se così si può dire, dell'abitazione, ma chi la realizzò Vedovella non ha mai avuto il tempo di chiederlo ai suoi genitori.
Nella stanza d'ingresso si aprivano tre porte, quella di destra portava alla camera da letto dei genitori, arredata con un antico letto in ferro battuto, un comò con specchiera, due comodini e un vìs a vìs anch'esso con specchio. Non c'erano quadri, non c'era nient'altro. La stanza a sinistra doveva essere stata la cameretta di Vedovella bambina e adolescente, visto che la giovinezza l'aveva saltata diventando all'improvviso donna. C'era un letto singolo con accanto un comodino, una scalcagnata scrivanietta sicuramente riciclata e una piccola libreria ordinatissima dove, disposti perfettamente, erano conservati i libri di scuola e qualche romanzo, più di qualcuno piuttosto malridotto come se fossero stati salvati da una brutta fine, ripescati da posti dove non dovrebbero stare i libri. Qualcuno era riparato con del semplice scotch, altri avevano la costa fatta da strisce di stoffa bianca, probabilmente ricavate da vecchi lenzuoli o federe di cuscino incollate con precisione, quasi maestria. La terza porta, di fronte a quella d'ingresso, dava nel bagno, una grande stanza a sua volta divisa in due locali separati da una porta di compensato che nelle intenzioni doveva essere provvisoria ma che era diventata permanente. Era una sorta di sgabuzzino, ammonticchiate c'erano reti da pesca ormai antiche, lampade a petrolio, stivaloni di gomma e altre cose che erano state di Pescatore, le uniche cose rimaste di suo padre. Nulla c'era di sua madre, d'altronde cosa poteva conservare, forse gli stracci con cui aveva lavato migliaia di metri quadri di case altrui? O gli indumenti e la biancheria, con cui avrebbe potuto rivestire tutti i monumenti d'Italia facendo morire d'invidia Christo che impacchettava monumenti a pagamento? O poteva conservare gli ettolitri di detersivi liquidi, principalmente candeggina, di cui odoravano le sue mani quando tornava a casa stanca la sera, o quelli in polvere che le mani gliele bruciavano prima che cominciasse ad utilizzare i guanti di gomma? No, di sua madre poteva conservare solo il ricordo e quel persistente profumo, per lei era un profumo, di candeggina.
La stanza d'ingresso, che Uomo aveva solo intravisto, era quella dove si svolgeva la vita di Vedovella, principalmente nei mesi invernali. Da un lato la cucina il resto camera da pranzo, Solo qui si vedeva qualcosa appesa alle pareti, non erano quadri, nemmeno quello solito del vecchietto con la pipa che si vendeva in tutti i mercati di paese, ma fotografie dei genitori. Vicino il vecchio televisore si nascondeva un'altrettanto vecchia radio che teneva compagnia alla ragazza con le canzoni di successo trasmesse da una emittente locale. Tutte le stanze avevano una finestra di eguale grandezza posta al centro della parete più grande e tutte alla stessa altezza da terra. Di certo i lavori non erano stati fatti su disegno di un architetto o un ingegnere, nemmeno un geometra. Probabilmente la casa si era ingrandita con il lavoro del nonno e di Pescatore. Come la strada era a tre metri, anche i confini degli altri appezzamenti erano alla stessa distanza, si capiva dai resti dei muretti a secco. Vedovella, riacquistata la calma, guardandosi intorno si rese conto che non aveva nulla di cui vergognarsi, la sua era una dignitosa casa di orfana senza mezzi economici, ordinata e pulita.

***
Uomo riprese la lettura del manoscritto a cui aveva tentato di dare una sequenza temporale e un filo logico. C'era voluto del tempo e ancora non era soddisfatto del lavoro compiuto. Solo colei che gli aveva venduto casa avrebbe potuto dargli una mano a ricomporre i pezzi di quella storia, ma Mara, così si chiamava la precedente padrona di casa di Roma, non ne voleva nemmeno sentire parlare. Sembrava che la cosa la riguardasse direttamente e appena uomo le aveva accennato della possibilità per telefono e poi per mail, Mara, appunto, aveva troncato bruscamente il discorso.

Un giorno di ottobre dall'agenda di Roberto.
I giorni passano, l'alternanza di stati d'animo mi distrugge. Mi trovo a pensare a te nei momenti meno opportuni. Spesso mentre mi parlano la mia mente vaga lontano. Mi macero l'animo e il cuore.

Il tempo non passava mai, la sua attesa era continua, eterna. Nemmeno lui sapeva cosa dovesse accadere. Attendeva gli eventi, non si preparava, non li temeva, forse neanche li voleva vivere, ma la cognizione del reale l'aveva ormai persa da tempo. A volte si trovava a pensare a luoghi comuni sentiti migliaia di volte, mai aveva pensato a quanto fossero insulsi. "Ti comporti come un liceale", perché i liceali sono più stupidi, più intelligenti, amano in modo diverso, pensano con più intensità, vivono con più consapevolezza, sono bruciati più ardentemente dalle passioni, sono, insomma, diversi da un qualsiasi commerciante, impiegato, casalinga, contadino, scaricatore di porto, da qualsiasi essere con un cuore e un'anima? Forse quando si è giovani si apprezza di più un tramonto sul mare, un fiore che sboccia, la luna che sorge, il viso di una donna, una carezza sul seno? Mentre Roberto pensava, il disco andava, le note riempivano la stanza e il suo cervello oltre che il suo cuore. La musica lo riportava agli anni passati, alla gioventù, neanche tanto lontana o così voleva credere ora.
Era davanti a lui. La vedeva, se avesse voluto avrebbe potuto toccarla accarezzarla, parlarle. Si limitava a scrutarla attentamente, ricercava in lei un qualsiasi cambiamento di umore, atteggiamento, vedeva i suoi capelli neri, lunghi e belli, avrebbe voluto affondare le mani in quel soffice vello, scendere fino al collo, toccare la sua pelle, morbida e profumata. La musica si era fatta più incalzante, la maestosità dell'orchestra si spandeva nell'aria e riempiva tutti gli spazi vuoti della casa e del suo essere. Avrebbe voluto sollevarle la testa, guardarla negli occhi, parlarle con i suoi occhi,infonderle un po' del suo amore muto; quante parole possono dire  gli sguardi. Tante erano state le donne che aveva conosciuto, ma in quel momento sentiva che una come lei non avrebbe avuto più il tempo di incontrarla. La sua mano si tese, il suo respiro si fece più affannoso, l'ansia della reazione di lei stava per prendere il sopravvento ma non poteva tirarsi indietro, la musica si era fatta ossessiva, gli spaccava i timpani o erano i battiti del suo cuore che lo devastavano, la sua mano era sui capelli di lei. Stava realizzando quello che aveva sognato da mesi. Il terrore si era impadronito di lui. Il terrore di un rifiuto.
Il telefono squillò, il trillo si confondeva con la musica, due tre volte, dovette aprire gli occhi, da parte di lei non c'era stata reazione, non poteva essere altrimenti, come i liceali aveva sognato a occhi aperti. La stanza era desolatamente vuota, solo la musica e il suo sogno. Si alzò e rispose al telefono. Era lei, il suo incubo, erano giorni che non la sentiva. Non aveva trovato nessuna scusa plausibile che giustificasse una sua chiamata e ora era lei farlo. Si rendeva conto che non poteva continuare ad andare avanti con piccoli sotterfugi e la segreta speranza di incontrarla per strada, sui mezzi, nei negozi nelle vicinanze di casa. "Ciao, come stai? E' parecchio che non ci sentiamo". La voce di lei aveva quel particolare timbro che Roberto ben conosceva, era una continua provocazione, squillante, gioiosa e fresca. La conversazione si prolungò stancamente, era stato preso alla sprovvista e l'emozione pareva gli avesse bloccato la capacità di articolare pensieri compiuti. La timidezza e l'emozione gli avevano impedito di portare il discorso su ciò che lui voleva, parlare di loro due, del loro rapporto che non era chiaro. Roberto sapeva benissimo che lei era a conoscenza dei suoi sentimenti, una donna non si lascia mai sfuggire nulla che la possa riguardare, sembrava che godesse del suo imbarazzo, del suo amore. Rimase addosso al muro per un paio di minuti. Aveva perso un'occasione. aveva tanto sperato di parlarle al punto di sognarlo, avrebbe voluto renderle noto quello che lei già sapeva.
Che cosa era che lo spingeva verso Ottavia?

Uomo spense il computer, dette la buona notte a Roberto e Ottavia e andò a letto, così come Vedovella e Cameriere.

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