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giovedì 6 marzo 2008

Qualcosa di difficile e pericoloso

Parliamo della Palestina e di Israele.
Il terreno è minato, vediamo di disinnescare qualche mina per evitare di saltare in aria.

1) Purtroppo quando si parla di Israele e si dice qualcosa che non viene condiviso, la prima accusa, e anche la più banale, è di antisemitismo.
2) Se si prende posizione per i palestinesi si diventa automaticamente terroristi.

Con questi presupposti si castra qualsiasi ragionamento. Ma fa nulla.

L'occidente ha tanto da dire sugli stati arabi confessionali, ma nulla ha da dire sullo stato di Israele che come tale si comporta. A nessuno stato arabo sarebbe permesso quello che Tel Aviv si permette.

Come si può pensare di fare in quell'area due stati indipendenti se uno dei due è diviso territorialmente, ovvero non ha contiguità territoriale. Come si può se uno dei due stati ha, con la forza, il controllo dell'acqua e della corrente elettrica e che ha in mano le leve del potere economico. Come si può se non contenti di ciò hanno eretto un muro che ha ulteriormente diviso il territorio, le famiglie, gli affetti.

Ormai è inutile stare a discettare sulle origini di questo pastrocchio, ma come ha detto Yehoshua "Gli europei hanno creato questa situazione, facciano qualcosa per risolverla". Ma gli europei soffrono di un profondo senso di colpa dovuto alla Shoa e non fanno tutto quanto è in loro potere. Ed intanto si continua a morire, si continua a impoverire un popolo intero. Perchè si è potuto creare uno stato per permettere ai perseguitati di religione ebraica di trovare una patria ma non viene permesso alla vittime della diaspora palestinese di tornare a casa e ricongiungersi con i loro cari nella terra che è sempre stata loro?

Se Israele bombarda la striscia di Gaza ci si limita a dire che l'uso della forza è stato "eccessivo", quindi si giustifica la forza per risolvere le questioni. Così come si permette alla Turchia di entrare in territorio iracheno per colpire i Curdi dimenticando ciò che è stato loro fatto nel corso dei secoli.

I palestinesi non hanno di certo la forza militare degli israeleiani, si difendono ed attaccano come possono, perchè questa è una guerra, continua, da 60 (sessanta) anni.

Perchè se il Kosovo ha diritto di proclamarsi Stato ciò non viene riconosciuta ai palestinesi?

Ho utilizzato solo una volta un termine che si riferisce all'ebraismo e agli ebrei, perchè le cose sono distinte. Uno degli errori che si continua a fare è parlare di ebrei e musulmani e non israeleiani e palestinesi.
E qui mi fermo, non perchè non ci sia altro da dire, ma perchè attendo reazioni.

Gap

PS Qualsiasi commento che parli di antisemitismo, come accusa o come professione verrà cancellato.

ore 21.15 Questo post è stato scritto prima che si avesse notizia dell'attentato a Gerusalemme, episodio barbaro non accettabile come tutti gli altri attentati e tutti i bombardamenti e i campi di profughi.

1 commento:

helios ha detto...

Mi pare che il post di Gap sulla questione palestinese, abbia il merito di porre l'accento sul problema centrale: l'impossibilità di non schierarsi. Trattare anche sommariamente e in modo articolato delle vicende israelo palestinesi significa immediatamente ed inevitabilmente esprimere giudizi di merito. Con buona pace degli "obiettivisti", nostalgici di una visione del mondo legata ad una misteriosa, inesistente e mai esistita obiettività della quale il giornalismo cosiddetto anglosassone viene considerato fulgido esempio. I giornalisti "all'anglosassone" fanno sempre domande perfettamente pertinenti e vanno al cuore del problema ignorando la posizione e il ruolo dell'interlocutore. In nome di una asettica deontologia della notizia. (a quando una teologia dell'Inviato?) Insomma, i nuovi Apostoli (dal greco απόστολος, apóstolo: 'inviato') non guardano in faccia a nessuno. Qui però guardare in faccia i protagonisti del conflitto mediorientale è necessario.
Bisogna guardare le facce sconvolte dal terrore di chi ha deciso di farsi esplodere in un supermercato "per il bene della causa". I volti distrutti di chi, nell'attentato, ha perso figli, padri, madri, mogli, affetti profondi. Volti significativamente segnati da un'unica espressione: il terrore, denominatore comune di una pluridecennale e specialissima guerra civile che vede contrapposti cittadini di un'unica terra; che assiste allo scontro fra uno stato nazionale e una nazione priva di stato. E' terribile. Come è terribile la considerazione che probabilmente non è in vista una soluzione in grado di risolvere una lacerazione che ha attraversato più di due generazioni. Anche se è necessario produrre ogni sforzo perchè, almeno le armi, tacciano.
Ma è molto difficile. Ormai quella della guerra e della guerriglia per i palestinesi è diventata un'industria, una cultura, un modo di vivere. Ci sono uomini di 30 - 40 anni che hanno conosciuto solo questa realtà, che sono stati allevati, hanno studiato e lavorato, hanno amato e generato figli sotto le bombe dei Mirage, fra le macerie di case distrutte dai carri israeliani. E che di tanto in tanto rispondono a colpi di mortaretti chiamati “razzi Kassam” i quali fino ad oggi hanno causato in Israele meno morti degli incidenti stradali.
I kamikaze sono lo strumento della disperazione. E' sconvolgente ma dolorosamente vero: se oggi dovesse improvvisamente esplodere la pace, crollerebbe un elemento determinante dell'economia palestinese: l'industria militare. Migliaia di persone sarebbero economicamente rovinate. La guerra è diventata un'attività produttiva “normale” da una parte e dall'altra. Il reducismo mediorientale sarebbe una piaga necessaria ma difficile da curare. La pace aggiungerebbe nuovi problemi a quelli prodotti dalla guerra. Ma va cercata con tutte le forze. Non c'è alternativa.
Né c'è alcun dubbio che Israele abbia diritto ad esistere. Come nazione, come Stato, come religione. E' altrettanto vero che non si tratta di un'esclusiva di Tel Aviv. Tale diritto collide con quello, perfettamente simmetrico, dei palestinesi. Quella giuridica è, però, l'unica simmetria reale. Tutto il resto è asimmetrico: le forze in campo, il peso economico dei contendenti, gli appoggi politici, quantità, qualità, efficacia degli armamenti. La narrazione veterotestamentaria si capovolge: Davide è il gigante, Golia il pastore quasi inerme. Ma la conclusione della storia è ancora da scrivere. Anche se una considerazione si impone. Davide, vittima dei molti olocausti che la storia ci ha rivelato, sembra assumere oggi alcune delle ragioni del carnefice. Il moderno Esodo pare debba colpire altri. Sansone e gli altri coloni sono ben piazzati e i filistei divisi. Dove sono i giornalisti anglosassoni?