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mercoledì 9 gennaio 2008

uomo in mare 8

Domenica 12 novembre (terza parte)
La presenza del gattino interruppe l'imbarazzo dei due; Vedovella andò in cucina per prendere il piccolo antipasto che aveva preparato all'ultimo momento, quadratini di pane con sopra un pezzetto delle sue melanzane sott'olio, e "buttare" la pasta. Uomo, invece, si era recato in macchina a prendere il cibo per il gatto e pensando che non aveva comperato nulla per i suoi bisogni, si disse che in quella casa non ne avrebbe avuto necessità. Nei pochi secondi che ci volevano per andare e tornare dalla macchina, Uomo fu assalito da un suo vecchio problema. Quei pochi attimi si trasformarono nel suo incubo ricorrente.
Per anni aveva preso la metro della Capitale, era ormai tanto esperto che riusciva a capire quali passeggeri si sarebbero alzati entro le due fermate che mancavano alla Stazione Termini. Individuata la "vittima" si piazzava davanti ad essa con il suo libro aperto e attendeva, come il cinese sulla sponda del fiume. Le rare volte che non indovinava si straniva come i bimbi a cui vengono negati i giochi.
Conquistato il posto a sedere, chiudeva gli occhi, spesso per stanchezza o noia, qualche volta per non vedere l'abbrutimento dei suoi simili. In questo modo si estraniava dal contesto del vagone, dai suoi compagni di viaggio e dai  problemi che poteva leggere sui loro volti. Qualche volta lo aveva fatto anche per non essere costretto a cedere il posto. Un po' di sano egoismo non guasta. Chiusi gli occhi, immancabilmente, cadeva in un torpore che non lo preoccupava più di tanto, scendeva al capolinea, quindi poteva "dormire" tranquillamente. Era il tranquillamente che non accadeva mai. Dopo quelli che a lui sembravano pochi minuti ma potevano essere anche pochi istanti, immaginava che la metro, affrontando una curva, uscisse dai binari e proseguisse la corsa nell'aria verso l'alto. Saliva sempre fino al punto che non si riusciva a vedere il fondo dello sguardo. A quel punto apriva gli occhi e riprendeva contatto con la realtà della metro che lo riportava a casa. A volte si accorgeva di essere osservato, ma lui non sapeva se si fosse agitato o meno, si rendeva solo conto che aveva gli occhi sgranati. Richiudeva gli occhi e riprovava per vedere se prendeva il "volo" di nuovo. Frequentemente l'evento si ripeteva anche se non dentro un vagone della metro. Aveva imputato il fatto alla stanchezza, all'inquietudine che il mezzo gli dava finché una sera, appena chiusi gli occhi, quando si è ancora in quel limbo che intercorre tra veglia e sonno, l'immaginazione lo riportò in alto. Gli era capitato di trovarsi su terrazze che, non aveva mai capito chi si spostasse, salivano verso altezze inimmaginabili, di camminare su strade che si inerpicavano su colline che diventavano altissime. A volta aveva l'impressione che era ciò che lui vedeva che si abbassava, che si staccava da lui. Per combattere questa specie di incubi aveva anche tentato di imporsi, tentando di prendere il volo e planare su quei panorami che vedeva dall'altissimo. Era tutto inutile. Si era rassegnato, quando gli accadeva, ad aprire gli occhi e poi richiuderli. Ma succedeva sempre in prossimità del sonno, mai quando era sveglio. Quella domenica mattina si creò un precedente. Vedeva la sua macchina farsi sempre più piccola e lontana, diventare minuscola, quasi scomparire alla  vista. Chiuse gli occhi un paio di secondi, li riaprì e la macchina era davanti a lui tranquilla e paciosa come una macchina parcheggiata. Gli sfuggì un lieve sorriso. Da addormentato gli bastava aprire gli occhi, da sveglio li doveva solo chiudere.
Addebitò tutto alla forte emozione e al ritorno di gioventù che stava vivendo. Prese la spesa felina e tornò indietro per nulla turbato dall'inconveniente.

Vedovella aveva portato in tavola il suo antipasto e la bottiglia di prosecco. Mise in tavola anche il Chianti, che si era premurata di aprire un po' prima come da suggerimento del suo "consulente", non capiva perché ma lo aveva fatto. Quei pochi minuti di assenza di Uomo l'avevano fatta riandare con il pensiero alle prime emozioni di bambina che si affaccia all'adolescenza, alla sua sfortunata storia che comunque aveva avuto teneri momenti di quello che lei all'epoca pensava fosse amore. Un senso di sgomento la prese. Non poteva dimenticare le sofferenze che erano seguite all'infatuamento. Sofferenze che aveva affrontato da sola chiudendosi nel suo mondo e impedendo a tutti di avvicinarsi. Solo dopo molti anni aveva abbassato la guardia, naturalmente e spontaneamente, non poteva nemmeno incolparsi. Era successo perché era tempo che succedesse. Chiuse gli occhi un paio di secondi, li riaprì e la tavola era davanti a lei tranquilla e paciosa come un normale desco apparecchiato.
La porta si aprì, Uomo entrò e posò i cibi miceschi, si avvicinò alla tavola, prese la bottiglia, l'aprì e versò il vino frizzante  nei bicchieri, ne porse uno a Vedovella e brindarono. Poi l'attirò a se e la baciò.

Un enorme e rumoroso fuoco d'artificio esplose nel cielo del Borgo, si unì ad altri fuochi e la festa iniziò.

Ancora oggi c'è chi si chiede chi li fece e perché, ma di certo continuano a dire che furono molto belli.

Mentre Uomo e Vedovella riscoprirono il piacere del cuore e del corpo, Moglie e Cameriere, in un momento di pausa dei loro festeggiamenti, sentendo che altri stavano sparando nel cielo la loro felicità, si alzarono e si recarono alla finestra, capirono e senza dire nulla tornarono da dove erano venuti, avevano abbandonato il progetto di uscire. Si rimisero sotto le coperte e rasserenati si addormentarono.

Nella casa vicino al mare, intanto, si era passati al pranzo fatto di pietanze e di baci, di sorsi di vino e di carezze. Poi di carezze e cibo e poi di baci e vino. Un alternarsi metodico e costante che finì poi nel grande letto che aveva sofferto di solitudine per molti, troppi anni. E più forti e colorati salirono al cielo i fuochi. Fuochi d'amore e di passione.
Fu una domenica santificata in piena regola e noi non ci permetteremo di profanarla intromettendoci oltre nella vita di Vedovella e Uomo come in quella di Moglie e Cameriere.
Solo un pensiero al povero micio ribattezzato Razzo. Gli dettero da mangiare? E i suoi bisogni dove li fece, dato che la porta di casa era chiusa?

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