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lunedì 7 gennaio 2008

Uomo in mare 6

12 novembre domenica (Prima parte)
Non si poteva dire che Uomo non avesse dormito, sarebbe stato bugiardo ad affermare il contrario. Certo, non aveva dormito bene, aveva stentato a lasciarsi andare, era tornato indietro nel tempo, ai tempi dei primi amori e del formicolio al petto che non sapeva mai da dove venisse. Eppure Vedovella non gli aveva detto nulla. A poco più di cinquanta anni pensava di sapere cosa ci fosse dietro quell'invito, ma altrettanto bene sapeva che non ci sarebbe potuto essere nulla di tutto ciò che lui immaginava o voleva immaginare. "Perdio, pensò in piena notte, ma chi sono un adolescente?" Continuò a vagare con la testa in quel limbo che precede il sonno immaginando le situazioni del giorno dopo, dall'acquisto del regalo, cambiando diversi doni da portare, immaginando situazioni che sperava si avverassero e pensando subito dopo che ormai aveva superato l'età per solo sperare. Si vide vecchio pensando alla giovane età di Vedovella. Tanto pensò che alla fine venne il sonno.
Appena sveglio si fece bello, se possibile, e partì verso il paese per acquistare i fiori e il servizio da caffè per due. Ma non era convinto di quel "per due", gli sembrava troppo "impegnativo". Il suo cervello andava a mille, nulla era cambiato tra la notte e il giorno, si confondevano, ancora, speranze e immaginazione, era tutto confuso. Trovò il negozio e, senza pensarci ancora troppo, acquistò le due tazzine con piccola zuccheriera e vassoietto, gli sembravano proprio carine, si sentì tutto soddisfatto e si diresse verso il fioraio. Entrò, si guardò intorno e con uno sguardo da ebete imbranato si rivolse alla signora, forse la moglie del fioraio, ovvero, la fioraia, e chiese un mazzo di fiori. Alla domanda per chi fossero, Uomo entrò nel panico, un vero attacco di panico. Non sapeva che dire e come dirlo. Un vero maschio cinquantenne che doveva fare qualcosa che non aveva mai fatto e che non sapeva come si facesse. Tentò di spiegare, senza scoprirsi troppo, per chi erano: "Ho un invito a pranzo con una signora", "No, non ci sono rapporti intimi" nel suo cervello si rispose "Speriamo che lo diventino", "No, non so che gusti ha", "Mi dia un bel mazzo di fiori che non abbia significati nascosti". Con un sorrisetto malcelato la fioraia confezionò un mazzo misto e colorato. Con un certo imbarazzo, Uomo pagò e uscì dal negozio per raggiungere la macchina, si sentiva osservato da tutti, con quel mazzo di fiori e quel regalo nell'altra mano, accelerò il passo per togliersi dall'attenzione di cui si sentiva oggetto.
Arrivato vicino all'automobile sentì un rumore, un flebile suono che veniva dalla siepe che delimitava il parcheggio. Si avvicinò e vide un piccolo micio rosso, brutto e tutto orecchie. Ma brutto veramente, e sporco e denutrito. Aprì lo sportello, posò i regali, richiuse la portiera. Tornò indietro dalla fioraia, chiese se aveva una scatola, l'ottenne e, ancora una volta, tornò sui suoi passi. Arrivato alla siepe prese il micino e ve lo posizionò dentro. Partì verso il supermercato, acquistò del cibo per cuccioli e torno al Borgo, non prima di essersi fermato al bar per un ricco caffè e aver acquistato il giornale.

Vedovella si svegliò presto, molto presto. Non si poteva dire che non avesse dormito, sarebbe stata bugiarda ad affermare il contrario. Certo, non aveva dormito bene, aveva stentato a lasciarsi andare, era tornata indietro nel tempo, ai tempi dei primi amori e del formicolio al petto che non sapeva mai da dove venisse. Eppure Uomo non le aveva detto nulla. Nel suo continuo rigirarsi nel letto, non aveva fatto altro che pensare se non si fosse spinta oltre con il suo invito, se non stesse correndo il rischio di avere un'altra delusione come quella di quindici anni prima, se, se, ... quanti se nella sua vita. Se Pescatore e Lavandaia fossero ancora vivi forse qualche dubbio avrebbero potuto aiutarla a toglierlo, ma non era così e non sarebbe mai stato più possibile.
Nonostante avesse pulito tutto, ripasso la scopa, lo straccio per terra e tolse di nuovo la polvere. Aprì il frigorifero, veramente vecchio pensò, e lo vide pieno come non lo era mai stato. Forse aveva comperato troppe cose per un pranzo per due. Aveva già preparato il sugo, un bel sugo di carne fatto consumare a dovere per ore e ore a fuoco lento, anzi lentissimo. Aveva raggiunto un bel colore rosso scuro e in superficie si vedevano le bollicine di olio, il profumo era forte e invitante. Ricordava il sugo di Lavandaia, quelle rare volte che si mangiava carne. Aveva anche comperato il Parmigiano, già grattugiato per risparmiare tempo e lavoro. La pasta non era la solita che mangiava e costava poco. Per una volta aveva comprato una pasta di marca. Il secondo la metteva ancora in crisi, in fondo non era una gran cuoca, per qual motivo lo sarebbe dovuta essere? Tutti i giorni cucinava solo per se stessa e a lei bastava poco per essere soddisfatta. Chissà quanto involontariamente Moglie le aveva suggerito, parlando del più e del meno mentre facevano spese, di provare l'arista di maiale. Facile da farsi e buona sempre. Il pezzo di carne era lì, pronto a seguire il suo destino solo lei avesse voluto. Si concentrò e riportò a mente le parole della sua "amica". "Fai rosolare il pezzo di carne in una padella con olio e burro, poi mettila in un tegame con il suo sughetto, aggiungi carote, cipolle, salvia e rosmarino e anche un pochino di brodo vegetale e falla cuocere per un'oretta. Tira fuori la carne, affettala quando è fredda e frulla tutto il sugo, verrà fuori una crema colore dell'arancia, densa e saporita".
Sistemata per le feste l'arista, pelò le patate e le tagliò a spicchi, le condì e anche il secondo, con contorno, era pronto, bastava metterlo al forno.
Benedisse i pochi alberi di pesche che erano nel retro della casa che le fornivano, tutti gli anni, la frutta per poter fare la marmellata, come benedisse i cespugli di rovi che delimitavano la proprietà e che le fornivano more in quantità, anche esse finivano in barattolini di marmellata.  Il dolce sarebbe stato una crostata di ricotta e more selvatiche. Pochi la conoscono ma lei ne andava pazza e sperava che anche a Uomo potesse piacere. Un altro punto critico, si rese conto che tutto il pranzo era stato un punto critico, era stato la scelta del vino. Lei non beveva, mai, nemmeno un goccino. Al supermercato era stata ferma imbambolata per minuti a fissare tutte quelle bottiglie, bianchi, rossi e rosati. Ma per lei erano solo vino, un illustre sconosciuto. Aveva atteso fiduciosa che si avvicinasse qualcuno che lei non conoscesse per poter chiedere consiglio. Imbarazzata non sapeva che rispondere alle domande del gentile signore. Alla fine declamò il menù allo sconosciuto che consigliò l'acquisto di un rosso corposo, per sicurezza presero due bottiglie di Chianti Gallo Nero e un prosecco che poteva essere bevuto con un antipasto o con il dolce. Si sentì soddisfatta e usci dal negozio con un problema in meno.
Ormai aveva fatto tutto, non le restava che farsi bella, ma non ce ne era bisogno.

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