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sabato 5 gennaio 2008

uomo in mare 4

10 novembre venerdì

Si svegliò presto, non fece il caffè e si mise subito al computer, doveva accelerare i tempi. Non voleva pensare alla sera del giorno prima.
Di nuovo apparve Mara.doc

Il pensiero della figlia gli fece venire in mente particolari della loro vita e si soffermò sulle vacanze, come non ricordare, in un momento di crisi tanto grave, uno dei tanti momenti belli della vita in comune con Caterina. Erano sempre fonte di agitazione, e, successivamente fonte di scherzi e risate per i preparativi della partenza. Iniziavano almeno una settimana prima della data fatidica con la compilazione della lista di ciò che si pensava sarebbe servito. Tenda, sacchi a pelo, materassini, pentole e via via fino alle mutande. Un discorso a parte diventava la lista dei viveri, ogni volta sembrava che si partisse sulle tracce di David Livingstone a sua volta partito per cercare le sorgenti del Nilo. Pasta, olio, tonno, fagioli, caffè in quantità industriali, zucchero, sale e tutto ciò che passava per la mente che potesse essere utile alla permanenza nel posto di vacanza. La fase successiva, la visita al supermercato, era sempre un misto di divertimento e preoccupazione per i soldi che si pensava non sarebbero bastati vista la quantità di cibarie da acquistare. Se gli abitanti dei posti in cui si recavano in campeggio avessero saputo tutto quello che accadeva nella famiglia di Caterina e Roberto, sarebbero andati a trovarli per vedere chi potesse pensare che nel loro paese non si mangiava, non si facesse la spesa e non ci fossero negozi e supermercati. Anche per le medicine si faceva la lista. Compresse per i reumatismi, gastrite, aspirina come panacea di tutti i mali, lo spray per l'allergia, per la sinusite, la crema per i funghi, il cortisone, le pasticche per la diarrea, la crema per gli eritemi, e pensare che non erano ipocondriaci, ma solo eccessivamente prudenti. Insieme con le medicine finivano anche i soldi liquidi con cui si partiva. Erano tante le volte che si mettevano le mani nella borsa delle medicine che qualche estraneo avrebbe potuto pensare che fossero una famiglia di malati cronici, un lazzaretto ambulante. I ricordi delle vacanze non erano solo ricordi di piccoli vizi e piccole nevrosi, erano ricordi di scoperte, di gioie incommensurabili che solo un dipinto antico, una chiesa abbandonata e solitaria con il fresco dell'estate, un panorama incantato, un pasto in una trattoria sconosciuta potevano dare. E' vero si accontentavano di poco, si accontentavano di vivere.
Intorno a lui il mondo girava comunque. Nessuno si era fermato ad attenderlo, nessuno si era curato del cruccio, del suo stato d'animo che in nessun caso avrebbe fermato il corso del tempo, meno che meno del suo tempo. Cambiavano, in ogni caso, le stagioni, le ciliege primaverili avrebbero preso il posto dei cappotti invernali e gli autunnali cachi e castagne sarebbero subentrati, lasciando un momentaneo rimpianto, alle mezze maniche estive. Il tempo trascorreva suo malgrado.

Era difficile seguire la logicità degli avvenimenti narrati nelle pagine  ritrovate nella libreria della sua nuova casa. A volte aveva l'impressione che fossero scritte da mani diverse, che stesse, arbitrariamente, facendo un'unione di più testi ben distinti. Ma solo così riusciva a dare una parvenza di logicità a ciò che leggeva e correggeva. Uomo si rese conto che Vedovella ancora non era arrivata, chissà se la ragazza ricordava che doveva andare tutti i giorni. Guardò l'orologio e si rese conto che era ancora troppo presto. Si alzò e si fece un caffè, cattivo, ma pur sempre qualcosa di caldo da bere.

Riccardo era immerso nei suoi ricordi, la mente vagava senza che seguisse un filo, più o meno logico, una traccia, un sentiero. Si ritrovò a ricordare i balli dell'adolescenza, i primi turbamenti nel sentire un corpo stretto nelle sue braccia che non fosse quello della madre, di un parente, di un amico. Ricordava il suo primo ballo e la canzone che girava sul giradischi, una camera di un vecchio palazzetto, buia come da copione al partire della musica, con i ragazzi e ragazze tutti addossati alle pareti, imbarazzati a luce accesa. Come non ricordare le prove di ballo fatte con un amico per evitare di "pestare" troppo i piedi della ragazza che aveva accettato di andare a ballare con lui. Un vago senso di nostalgia lo prese, gli accadeva sempre più spesso, ripensò con tenerezza alla graziosa Lucia, anche un senso, dolce, di gratitudine lo pervase. Chissà se lei, un po' più smaliziata come solo le ragazze sanno essere, si era resa conto dell'imbarazzo di Roberto con le mani grandi ed impacciate che non sapeva dove mettere.
Dai recessi profondi tornarono a galla una musica e delle parole che una ragazza gli aveva cantato, ricordava il suo volto e il suo corpo che a quel tempo rifiutò ma non riusciva a richiamare alla mente il suo nome. L'aveva davanti agli occhi, rivedeva ancora la panchina, la siepe e i fiori dei giardinetti pubblici del suo quartiere, ma non era in grado di dare un nome alla persona, unica a quel tempo e anche dopo, che gli aveva fatto una dichiarazione d'amore tanto esplicita.
Anche il rimpianto si fece strada. Un sentimento che forse nessuno vorrebbe si facesse mai vivo. Rimpiangere che cosa, chi, se tanto non abbiamo il potere di tornare indietro nel tempo, questo tiranno che condiziona la nostra vita, i nostri affetti, le nostre attese, le nostre speranze, il nostro amore insomma, è lui il vero Dio. Un Dio non mistico, non amoroso, non vendicativo, tanto democratico che ci permette di fare tutto ciò che vogliamo, ma così tiranno che non ci permette di riparare i nostri errori. 
Rammarico che comunque era lì, nelle fattezze ricordate di Rosalia, mai incontrata al momento giusto. Cara amica di reciproche confessioni di amori desiderati e di amori finiti, cara amica della confessione contestuale di aver sbagliato i tempi per corteggiarsi l'un l'altro. Chissà se anche lei, qualche volta, avrà ripensato a quelle dolci parole dette con dispiacere ma con un fondo di affetto sincero. Dove era ora la ragazza che lo lasciò per volere dei genitori retrogradi reazionari bigotti? Chissà se almeno gli aveva voluto un po' di bene, aveva lasciato in lui un senso di dispiacere profondo per un comportamento che riteneva superato dal tempo.
Altre persone si affacciavano al balcone della memoria, tutte volevano uno spazio per vederlo passare, per salutarlo, per chiedergli di non dimenticarle, tutte gli avevano donato una carezza, un bacio, un sorriso. Per tutte, nella fantasia, ebbe una parola di rimpianto, di simpatia, di affetto. Il crollo del balcone fu improvviso e disastroso, in una frazione di secondo tutte scomparvero, anche quelle che ancora non erano riuscite a salutarlo, a vederlo e, tra esse, qualcuna aveva lasciato segni profondi che si erano trasformati in astio, chissà se sarebbero tornate a salutarlo. Sulla scena coperta da macerie, da autentica primadonna, rimase solo lei, con il suo sorriso vagamente trionfante, con il suo sguardo con un fondo di gelo e di supponenza che lo guardava, meglio, lo scrutava fino nel più intimo per cogliere le sue debolezze, Ottavia lo dominava, anche nei suoi incubi.
E non si avranno mai sufficienti lacrime,
e non si conosceranno mai abbastanza parole,
e non si useranno mai tutte le note,
e non si modellerà mai tutta la creta,
e non si colpirà mai tutto il marmo
per ricordare un amore.

La chiave girava nella toppa, era arrivata Vedovella.

La ragazza salutò cordialmente come al solito, mise su la macchinetta per il caffè ed iniziò a lavorare. Uomo la sbirciava nei suoi movimenti, cosa che anche lei faceva di tanto in tanto, ma non disse nulla sulla sera precedente. Presero il caffè in silenzio e ognuno riprese le proprie occupazioni, si era tornati indietro nel tempo.

Caterina aveva notato un certo cambiamento nel comportamento e nell'umore del marito. Il suo carattere, già di per se soggetto a sbalzi improvvisi, era peggiorato. Spesso si chiudeva in un mutismo indisponente. Pensava, Caterina, ai tempi in cui lo aveva conosciuto. Andavano ancora a scuola, per molto tempo fu un rapporto fatto di colloqui occasionali, le comitive erano diverse così come gli interessi. Lui iniziava a farsi conoscere nel quartiere per l'attività politica nel Partito Comunista, aveva capelli lunghi e un gran barbone che lo invecchiava terribilmente, ma un po' di scena serve a coprire molte incertezze interiori. Questo Caterina lo aveva capito subito. Le piaceva parlare con lui, si potevano affrontare argomenti diversi e discutere senza che lui assumesse un atteggiamento condiscendente come ancora accadeva nei rapporti tra sessi diversi. Molte cose iniziavano a cambiare e non tutti erano pronti a "subire" delle vere e proprie rivoluzioni. Il carattere di Roberto non era dei migliori. Gli rimaneva difficile dare il buon giorno a chiunque prima di aver fatto colazione, e non articolava una frase compiuta e lunga se non dopo il pranzo. Nonostante tutto Caterina si era impegnata a sgrezzarlo, opera che era durata a lungo e che le era costata molta fatica, ma poteva ritenersi soddisfatta del lavoro svolto. Dopo anni poteva affrontare una cena tranquillamente senza correre il rischio che lui si rintanasse in un canto a seguire il corso dei pensieri, senza correre il rischio che si limitasse a scambiare solo alcune parole con le poche persone che superavano i suoi rigidi schemi di giudizio. Il suo atteggiamento non faceva che sminuire le sue capacità e possibilità di affrontare la vita con tranquillità. Nei momenti più bui Roberto non parlava, non voleva nessuno vicino e, cosa fondamentale, non voleva che alcuno gli chiedesse "Cosa hai?", la reazione poteva essere imprevedibile. Per il resto aveva un buon carattere ed era disponibile verso tutti, o quasi. Anche lei era cambiata, e lo sapeva. Aveva abbandonato parecchi tratti del suo carattere, era diventata più introversa e meno incline a parlare delle sue cose. Quasi avesse fatto proprie le cose che aveva limato nel carattere di Roberto.
Il fatto che si fosse resa conto del cambiamento del marito la rese più guardinga, iniziò a parlare sempre meno e se si aggiunge che gli slanci d'affetto erano caduti da entrambe le parti si capisce che il loro rapporto si teneva in piedi per convenzione. Parlavano, tentavano di capire i loro problemi ma erano entrambi reticenti, immancabilmente terminavano dandosi la buonanotte girandosi di spalle. E pensare che il loro rapporto era basato non solo sulla complicità e le affinità culturali e politiche, ma anche su un sano e robusto appetito sessuale che li aveva portati a fare sesso in tutti i luoghi e in tutti i momenti in cui ne avevano sentito il bisogno. Anche i " bassi istinti" erano scemati. Chiedersi perché e per colpa di chi non era interesse di nessuno, in quel momento.

Si, qualcuno aveva integrato le confessioni di Roberto con una descrizione di ciò che era e stava accadendo, Uomo non aveva idea di chi fosse l'altra mano e l'altra testa che scriveva di pari passo con Roberto. In pratica lui non faceva altro che raccordare i testi, fin dove possibile, e essere di conseguenza la terza mano e testa che agiva sul racconto.
Nel frattempo Vedovella aveva terminato i suoi lavori, aveva indossato il cappottino e si era avvicinata alla porta della stanza: "Ho preparato delle verdure al forno e del sugo. Se vuoi il pranzo è pronto, ho anche comperato del pane e del formaggio e anche i giornali. Il conto è sul tavolo. Ci vediamo domani alle nove". A lui non restò altro che la possibilità di dire "Grazie" che già Vedovella era uscita dalla porta.
Sulla strada incontrò Cameriere che tornava dai suoi giri di controllo, si salutarono e ognuno prese la propria strada.
Uomo non si soffermò a pensare a Vedovella e al suo freddo comportamento, rimandò il pranzo e si rimise su Mara.doc. Era ancora la seconda mano che scriveva, che integrava il racconto di Roberto.

Era una calda sera d'agosto, il mare in lontananza riversava sulla collinetta un'aria deliziosa, quasi saporita e profumata. Era una bella serata, indubbiamente, non mancava nemmeno il cielo stellato che si stendeva come una coperta, mancavano solo i Baci Perugina e il quadretto sarebbe stato completo. Però nell'aria aleggiava qualcosa che Roberto sentiva come una forza negativa, una intrusione nella sua vita. La festa aveva riunito quella che lui chiamava "un'accozzaglia di persone senza qualità", non erano rari i suoi giudizi severi sulle persone che frequentava, diverse per censo, cultura, età e che avevano in comune una ragione ideale che sola poteva tenerli insieme, la segreta speranza di un mondo di eguali senza le distinzioni che ancora si portavano dietro come un marchio impresso a fuoco sulla loro pelle. Roberto spesso si chiedeva, con spavento, se fosse stato capace di accettare una società del genere e quando ci rifletteva si sentiva turbato come se stesse tradendo le sue stesse idee. Sicuramente diversi i percorsi che li avevano portati ad essere e a dirsi comunisti, certamente diversi anche i modi con cui avevano smesso di essere e  dirsi comunisti.

No, qualcosa non andava, quello che stava leggendo era un pezzo sicuramente aggiunto anni dopo, molti anni dopo. Parlava di avvenimenti nemmeno lontanamente preconizzabili.

Ma forse erano lì tutti insieme perché, segretamente, pensavano se non alla dittatura del proletariato almeno al superamento del capitalismo. Qualcuno alla teoria dei meriti e dei bisogni. E anche chi pensava alla dittatura del proletariato, alle avanguardie e al mostro capitalista. Quella riunione era uno spaccato di un mondo ormai perso, ormai andato in frantumi come una casa scossa da un terremoto e di cui erano caduti i muri lasciando in piedi solo le strutture portanti. Operai con le mani callose e i loro figli lasciati crescere come piccole bestie a cui non erano stati in grado, per incapacità o trascuratezza, di trasmettere valori validi al di là delle ideologie. Piccoli intellettuali che si arrovellavano per spiegare il perché di scelte che contraddicevano ciò che si era portato avanti in tanti anni. Piccoli funzionari che avevano salvato il posto di lavoro rinnegando le idee come altri, più in alto, avevano fatto per salvaguardare scranni ben più importanti e remunerativi. Roberto si sentiva in difficoltà a sentire certi discorsi, così come Caterina, avrebbero voluto rompere quella finta armonia sbattendo in faccia ai loro amici le contraddizioni e le incoerenze dei loro ragionamenti, ma erano solo degli ospiti semisconosciuti e le regole del buon vivere, o dell'ipocrisia, non potevano essere rotte con tanta facilità. Loro ancora pensavano ad un mondo migliore possibile, su altri compagni non avrebbero di certo giurato. Molti avevano perso il gusto della verità, della ricerca e della lotta. Sembrava quasi che aver cambiato nome al partito avesse trasformato anche le loro menti, le loro idee. Pochi erano stati in grado di attualizzare il pensiero che li aveva guidati e guadati dal fascismo alla democrazia, incompiuta, limitata, ma pur sempre figlia di un anelito di libertà e di rivolta che sembrava sopito.

L'ora del pranzo era ormai passata ampiamente, Uomo si fece un altro caffè con qualche biscotto, dette uno sguardo ai giornali e si rituffò nella lettura. Avrebbe voluto sapere chi aveva scritto quelle poche frasi così apparentemente slegate dal contesto ma ancora tanto attuali.

La serata procedeva stancamente tra cibo e vino in abbondanza. Grassi scherzi e discorsi seri si alternavano con una quasi studiata regolarità, uno scherzo iniziato a destra del lungo tavolo finiva al capo sinistro, Roberto tentava di estraniarsi, guardava i convitati e cercava, cosa non riusciva a comprenderlo. Mentre ancora si indugiava nei piaceri della tavola, si sparsero nell'aria le immancabile melodie della musica, ballereccia, come è ovvio e immancabile in certe occasioni. Caterina era particolarmente contenta che si aprissero le danze, aveva così poche occasioni di ballare per colpa di Roberto che non sapeva mettere due passi di danza di seguito e Roberto, a sua volta, era contento per lei, altre volte l'aveva vista ballare con amici e compagni, ma ora sentiva che era diversa. Aveva visto Caterina strana sin dal pomeriggio, la cura nel vestirsi, nel truccarsi gli sembrava diversa dal solito, il suo stare attenta a non sgualcire il vestito in macchina, la sua ritrosia alle sua avances "manuali" non l'avevano "soddisfatto". E che dire poi dell'atteggiamento tenuto prima, durante e dopo la cena? La sua spigliatezza, la sigaretta tra le labbra tenuta in modo diverso dal solito, il suo muoversi, il suo parlare sembravano tanti richiami. Non capiva, Roberto, per chi  o se era solo una sua impressione dettata dalla gelosia che, latente, gli aveva sempre tenuto compagnia.
Roberto iniziava ad annoiarsi, sperava che il tempo passasse in fretta per poter tornare a Roma, ma all'improvviso la serata cambiò indirizzo. Non sapeva a quale titolo, ma era arrivata Ottavia.

Uomo si fermò, ogni volta che rileggeva lo strano racconto, gli sembrava di scoprire cose nuove, atmosfere e particolari che gli erano sfuggiti nelle precedenti letture. Chi aveva rimpastato lo scritto aveva tentato di dare una fluidità quasi romanzesca al testo. Aveva notato che più di qualche volta c'erano dei piccoli coup de teatre che risvegliavano l'attenzione. Era stanco, cenò e andò a letto più presto del solito.

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