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venerdì 4 gennaio 2008

uomo in mare 3

9 novembre giovedì

Il risveglio di Uomo avvenne in maniera tranquilla e graduale con delicati raggi di sole invernale che filtravano ad illuminare la sua stanza. Rimase ancora un poco a letto, dopo essersi sistemato i cuscini dietro la schiena riprese a leggere Amado e il Brasile, le sue donne dai "sontuosi" culi, i suoi panorami, i suoi santi anomali del sincretismo. Amado, a lungo trascurato ma mai dimenticato. Fatta colazione, Uomo decise che non sarebbe uscito, anche se attendeva Vedovella per i mestieri, sarebbe rimasto a casa a dare una più approfondita letta al manoscritto. Più lo leggeva e meno lo soddisfaceva, qualcosa mancava ma non riusciva a capire, a prendere al volo quella sensazione di vuoto che si nascondeva nel racconto. Non era uno scrittore, non aveva mai corretto un testo così lungo, le cose più lunghe che aveva scritto erano state pallosissime relazioni tecniche. E mai aveva avuto a che fare con un manoscritto che risentiva dell’umore dell’autore, o meglio, degli autori, dei tempi verbali sbagliati per lui che leggeva dopo anni ma giusti per chi scriveva all’epoca dei fatti, sicuramente alcuni pezzi non erano scritti da Roberto o Ottavia. La sfida lo attraeva e lo spaventava. Ma, a forza di leggere, avrebbe capito quale era l'anello mancante e cosa fare poi del lavoro finito.
Ecco di nuovo apparire la cartellina gialla sul computer e sotto la piccola scritta Mara.doc. Era ormai un'amica, con cui confidarsi e confrontarsi. La pigrizia lo spinse a cercare su Youtube una playlist di musica, meno pulito il suono ma più comodo, scelse Bach.

Aveva finalmente pronunciato il suo nome, anche se solo a se stesso e nel chiuso del suo cervello, aveva iniziato a prendere coscienza che Ottavia era nella sua vita, una presenza che lo avrebbe condizionato per il futuro.
E' finita. Si era reso conto che le sue speranza erano cadute. Come un albero scosso dal vento che viene sradicato con violenza dalla terra, cade al suolo con fragore di rami che si spezzano, di foglie che si accartocciano, si staccano e si librano nell'aria come se un vento leggero le portasse lontano come messaggere di chissà quali pensieri, come un tronco che rovina con grande boato. Non importa quanto grande sia la pianta, se il vento è forte prima o poi cadrà. Così si sentiva dopo aver preso coscienza della nuova situazione. Non riusciva a capacitarsi di come potesse ancora muoversi, lavorare, mangiare, dormire, insomma, vivere, semplicemente vivere.
Ricordò di occasioni di contatto fisico, di dolci carezze rubate, di carezze forse accettate malvolentieri. Il dolce viso nelle sue forti mani era come un uccellino caduto dal nido e accolto tra i palmi a conca per scaldarlo e proteggerlo. Le sue gambe piccole e benfatte, accavallate, che lasciavano alla fantasia il completamento della visione. Il seno, che poteva solo immaginare caldo, dolce e rassicurante, morbido, sfiorato casualmente e che gli aveva procurato sensazioni nuove. Le mani piccole piccole e curate da carezzare e intrecciare, scaldare e baciare come tutto il suo corpo minuto, soffice come una panna delicatamente dolcificata, goloso come il cioccolato, e lui era di una golosità spropositata. Non si sarebbe mai saziato dell'uno e dell'altro.

La chiave che girava nella toppa lo riscosse dalla lettura ed ennesima tornata di correzioni, limature e pensieri vaganti. Era Vedovella che entrava. La ragazza sapeva già che uomo era in casa, aveva visto la macchina parcheggiata al solito posto. Lo vide seduto davanti al computer e, sentendo la musica, andò con lo sguardo al piccolo impianto stereo che era spento. Uomo intuì il pensiero di Vedovella e le spiegò brevemente da dove venisse la musica. Messo il grembiule Vedovella per prima cosa fece un caffè, sicuramente più buono di quello mattutino, che bevvero insieme. Uomo la pregò, oltre che pulire, di occuparsi anche del pranzo e la invitò a restare con lui per dividere il pasto. La ragazza, arrossendo come suo solito, declinò l'invito a malincuore, ma aveva pensato subito a ciò che avrebbero detto le malelingue. Prima di rimettersi a lavoro Uomo la guardò aggirarsi per il piccolo appartamento e non gli sfuggì che aveva smesso il suo vestito/divisa che tanto la deprimeva e, sotto il solito cappottino, indossava una gonna nera, non cortissima, e un maglioncino girocollo abbastanza attillato che non penalizzava il suo bel seno. Sorridendo nella sua testa riprese la lettura.

Le occasioni per incontrarla non erano molte, il più delle volte dovute al caso, per questo Roberto si era inventato tutta una serie di situazioni e argomenti per attaccare bottone. Aveva anche cambiato lavanderia, convincendo la moglie che quella abituale non era più affidabile da quando aveva cambiato gestione, portando i suoi indumenti in un negozio a lui sconosciuto ma vicino casa di Ottavia. Gli venne in mente Gianni Morandi e il famoso "fatti mandare dalla mamma" e gli spuntò un sorriso sulle labbra.
La vita è fatta di ricordi e di speranze. La nostra storia è il nostro futuro. Quanto gli piaceva questa frase. D'altronde aveva improntato tutte le sue letture al passato, credeva veramente che ricordare la storia dava la possibilità di affrontare il presente e il futuro con piena coscienza, con i mezzi adatti per il nuovo che comunque è sempre antico. Anche i corsi e ricorsi storici di vichiana memoria erano una sua passione, erano la sua speranza non politica. Non aveva mai accettato il tramonto delle idee che avevano guidato tutto il suo agire sociale dall'adolescenza in poi. La speranza che il comunismo aveva comunque un suo valore e che potesse essere realizzato era una idea di quelle che danno la spinta per affrontare la vita. Chissà se il ricordare situazioni e passioni giovanili rientrava in questa ottica. Sapeva benissimo che quello che stava vivendo non aveva agganci con la sua giovinezza.
Un prato, una stradina di campagna del quartiere di periferia dove era cresciuto, una ragazzetta tondetta anziché no. La prima volta che aveva una ragazza tra le braccia. L'emozione e la bramosia, la voglia e l'eccitazione non fanno riflettere gli adulti, figuriamoci un ragazzino di tredici/quattordici anni. Le mani correvano sul corpo, sembravano tanti tentacoli di una velocissima piovra. Non voleva dare tempo alla ragazzina di riflettere, di avere paura che qualcuno potesse vederli. Infine cedette e si fece trasportare dalla situazione nuova ed eccitante anche per lei. Il tempo sembrava dilatato, sembravano ore che erano sdraiati su quel prato. Con il passare dei minuti la cosa era rientrata nei canali normali di un rapporto tra bambini un po' più cresciuti. In periferia si cresceva più in fretta, si scopriva il mondo e i suoi vari aspetti con maggiore velocità rispetto ai figli della classe media, seguiti, controllati e tenuti a bada. Casualmente lui, il piccolo Roberto, alzò gli occhi e vide un suo coetaneo che li scrutava con occhietti liquidi e curiosi. Lo conosceva, vedeva tutti i giorni, quando andava a scuola, a giocare a pallone, praticamente sempre. La prima reazione di lei fu quella di alzarsi e ricomporsi come una vera signora, anche se della signora non aveva nulla. Il suo fu un perentorio e fulminante "Che cazzo vuoi?" Il ragazzino borbottando si allontanò. Tutti e due, Roberto e la sua ragazzetta, erano certi che entro mezzora, forse anche meno, come per tutte le cose che accadevano nel quartiere ancora strutturato come un piccolo paese, i rispettivi genitori avrebbero saputo tutto, possibilmente con qualche particolare piccante inventato di sana pianta.

Vedovella bussò timidamente sulla porta aperta, lo aveva visto così preso a leggere e picchiare sui tasti del computer che aveva svolto le sue faccende nella maniera più silenziosa possibile, per avvertire che il pranzo era pronto. Uomo si riscosse, alzò il viso, sorrise e disse: "E' apparecchiato solo per una persona e noi siamo due". Vedovella, questa volta con tutte le ragioni del cuore e della mente arrossì violentemente, girò sui tacchi e rimangiandosi ciò che aveva detto in precedenza, si affrettò a mettere in tavola un altro coperto. Pensando che Uomo avesse tanto da fare, aveva cucinato in abbondanza per lasciargli anche la cena pronta. Consumarono tutto a pranzo. Pranzo silenzioso a tempo di musica leggera, non poteva sempre ammorbarla con musica classica, trasmessa da una radio locale. Un altro caffè, nuovi servizi da fare mentre Uomo si rimise al computer.

Da tempo i suoi compagni di vita più cari erano i ricordi, non sempre gradevoli, dell'infanzia, dell'adolescenza e, via via, fino a quelli dei giorni, delle ore appena trascorse. Cercava in essi quelle certezze che danno la forza per affrontare la vita, sia essa quotidiana che ideale e sentimentale. La lontananza di Caterina, sua moglie, si protraeva da giorni. Le esigenze lavorative da lei accampate per assentarsi lo lasciavano dubbioso. Il tarlo della gelosia si faceva strada nella sua mente e lo disturbava, nel contempo si rendeva conto che se il caso gli dava una mano, lui non avrebbe esitato un attimo a tradire la moglie, ma non per un'avventura di un'ora o di un giorno, sarebbe stato capace di abbandonarla, di rinunciare a tutto ciò che avevano costruito insieme. Con fatica, con sacrifici, con amore e passione. Ad una sola cosa non avrebbe rinunciato mai, alla figlia. Ma non in quanto sangue del suo sangue, come si usa dire con una espressione di una volgarità senza pari che toglieva a quei dolci esseri la dignità di persone autonome e pensanti di cui i genitori non sono altro che un incidente di percorso.

Il testo aveva dei salti logici, i ricordi di Roberto non erano piani e consequenziali e Uomo non riusciva a tessere e unire il tutto in un unico tappeto colorato. Rimanevano dei buchi, delle macchie nella tessitura che non poteva riprendere non essendo a conoscenza degli avvenimenti di molti anni prima.
Si rese conto che Vedovella non lo aveva salutato e nemmeno aveva sentito la porta di casa chiudersi alle spalle della ragazza. Infatti non era andata via, era lì, seduta al tavolo che leggeva il suo libro, il "suo" Metello, tranquilla e rilassata come potrebbe fare chi si sente padrona di casa. Uomo si alzo, le andò vicino con passo leggero e le pose le mani sulle spalle, un gesto di tenera natura che fece alzare il viso di Vedovella verso Uomo, un viso sorridente nella bocca e negli occhi.
Il pomeriggio si avviava verso la sera come è naturale che sia, Uomo, che aveva spento il computer con un'idea in mente, disse alla ragazza: "Andiamo, questa sera si mangia fuori, immagino il pesce ti piaccia e se così non fosse, mangerai ciò che ti piace. E non preoccuparti dei tuoi compaesani, prima o, poi la finiranno di malignare".
Vedovella non divenne rossa, si emozionò, non lo poteva negare, ma non avvampò. Chiese solo il tempo di rinfrescarsi. Uscirono che appena imbruniva, il bar/alimentari/tabacchi ecc. era aperto, i coniugi che lo gestivano erano sulla porta e girarono la testa con un solo movimento, quasi fossero sincronizzati, all'uscita di Uomo e Vedovella che si avviavano verso la macchina. Salirono e andarono a cena, dove non lo sapevano neanche loro. Lei non frequentava locali, come si è capito, e lui non li conosceva. Il caso li avrebbe aiutati.
Erano in pratica due turisti invernali che abbandonando la litoranea si spinsero verso l'interno della regione. Non pioveva e la luce dell'imbrunire donava sfumature particolari al panorama. Viaggiarono per pochi chilometri, abbandonando la strada principale verso un agriturismo aperto tutto l'anno, il servizio ristorante funzionava, evidentemente per i locali. Erano abbastanza lontani dal Piccolo Borgo e dal Paese Grande, possibilità di incontrare conoscenti di Vedovella erano sinceramente poche. Il locale, posto su una collinetta, dominava il panorama fino al mare che si intravvedeva, quasi si intuiva, in lontananza. Era abbastanza presto e nella sale del ristorante non c'erano ancora avventori. Si sistemarono a un tavolo vicino all'ampia vetrata, anche al buio incalzante, rischiarato dai lampioni dell'agriturismo, si aveva una profondità, un senso di spazio aperto che apriva la mente. Si avvicinò una cameriera, sicuramente proveniente dall'Est, che in buon italiano illustrò il menù del giorno che Uomo e Vedovella avevano le migliori intenzioni di onorare, dall'antipasto al dolce.
Bastò una sola domanda di Uomo per dare modo a Vedovella di iniziare a parlare, le sue parole erano come un torrente di montagna pieno d'acqua che corre verso valle, saltando, rimbalzando e placandosi in rari momenti. Erano anni, troppi, che la ragazza non aveva modo di esprimersi in libertà. Forse non lo aveva mai fatto, abituata a convivere con la solitudine da troppo tempo. Il suo fu un racconto lungo, coinvolgente e, a tratti, straziante. Tra una portata e l'altra, parlando e mangiando senza soluzione di continuità la ragazza raccontò la sua vita.
"Qualcosa già la sai, non dirmi che in paese non ti hanno detto di me quando hanno saputo che avrei fatto la domestica nel tuo appartamento. Non so cosa ti hanno riferito e quanto di vero ci sia in quello che ti hanno detto, ma ti dirò ora la mia verità, la verità.
I miei genitori sono morti che avevo quindici anni, e di loro non voglio parlare, almeno non ora, e sono rimasta sola al mondo o quasi. Non sono finita in un collegio di suore perché una lontana parente di mia madre, che non aveva spazio, possibilità e voglia di accogliermi, si offrì però di farmi da tutrice a patto che non dessi problemi. Mantenni la promessa e in cambio ricevetti anche qualche piccolo aiuto economico che mi permise di andare avanti sommandoli ai pochi soldi che rimediavo facendo la servetta estiva nelle case dei villeggianti, cosa che faccio ancora oggi. Per onestà debbo dire che fino ai diciotto anni sono stata aiutata dai genitori del ragazzo che mi mise incinta, brigarono anche a livello di Tribunale dei Minori per far passare la soluzione proposta da mia zia. Debbo anche a loro se non mi è mai mancato il minimo indispensabile per vivere. Pagarono anche il rifacimento del tetto di casa e l'acquisto dei pochi elettrodomestici che possiedo. Mi comprarono in pratica, mi pagarono per il silenzio, per non aver coinvolto il loro rampollo, per non aver detto chi mi aveva messo incinta. Tutto sommato non posso parlare male di loro, in fondo avrebbero potuto abbandonarmi e basta, ma non erano cattivi, ricchi si, cattivi no.
Ormai non penso più al bambino, in fondo lui almeno avrà avuto una vita degna di essere vissuta, o almeno lo spero. Non l'ho mai cercato, gli causerei solo danni, ho solo voluto sapere, anni dopo, se era un maschietto o una femminuccia. Nessuno voleva dirmelo, solo la nonna, in un colloquio fatto di lacrime e dolore, me lo confidò. E' un segreto fra me e lei che ci unisce e che ci rende solidali anche nella diversità di classe che ci divide. Qualche volta viene a trovarmi, le offro un caffè, altro non avrei, mi porta qualche indumento usato e un po' di spesa. Sì, indumenti usati, la prima volta mi aveva portato vestiti nuovi, ma non li ho voluti, mi facevo il problema di come giustificarli, non volevo dare alle pettegole, e non solo, del paese la possibilità di parlare ancora peggio di me. Sta con me qualche ora seduta fuori casa a parlare e guardare il mare, in fondo penso che, a modo suo, mi voglia bene. So anche che suo figlio si è sposato, non ha avuto figli e che il matrimonio si trascina giorno dopo giorno verso una fine, direi, ingloriosa. A suo tempo fu l'avvenimento del paese, due giovani belli e ricchi che si univano portandosi dietro l'invidia di tutto il paese.
No, non sono stata né gelosa,né invidiosa. Sarebbe stato assurdo che pagasse anche lui un errore di gioventù, perché soffrire in due quando basta il sacrificio di una sola persona? Vendetta, no, mi dispiace, forse ha approfittato della mia ingenuità, ma in quel momento io mi fidavo di lui e gli volevo bene. Eravamo piccoli entrambi e forse lui non aveva avuto una educazione, e te lo dico ora che ho quasi trenta anni, sufficiente ad affrontare il rapporto con l'altro sesso.
I primi tempi che sono rimasta sola, vivere in quella casa grande, senza Pescatore e Lavandaia, era triste, specialmente d'inverno che non avevo nulla da fare se non ogni tanto andare a fare un poco di spesa nel Borgo.
Passavo l'inverno leggendo i settimanali che i turisti buttavano, i libri che lasciavano nelle case prima di andare via, ascoltando la radio e vedendo la televisione in compagnia della solitudine. In fondo non ci vuole molto ad abituarsi a stare soli, non serve nemmeno buona volontà. Se non hai nessuno stai da solo, basta. Conosco ogni singolo rumore di casa, rumori estivi e invernali, facci caso se ti capita, cambiano anche quelli con le stagioni. I mobili che scricchiolano, d'inverno per il freddo e l'estate per il caldo, tutto l'anno perché sono vecchi, il frigorifero quando parte, mi tengono compagnia, se all'improvviso non li sentissi più mi mancherebbero come degli amici che vanno lontani. No, non ho amici, posso solo immaginare il dolore e il dispiacere del distacco, mi baso su quello che ho letto. Sai, ho letto tanti di quegli Harmony che potrei scrivere anche io un libro d'amore. Purtroppo non è che i turisti lascino mai un libro che valga la pena leggere. Debbo ringraziarti per quelli che leggo, leggo da quando sei arrivato.
Si, spesso ho avuto paura, specialmente i primi tempi e d'inverno quando di notte sentivo rumori che non capivo cosa fossero, ma, poi, a poco a poco, ho imparato a conoscerli, animali che passano vicino casa, spesso sotto la finestra, uccelli che arrivano e si posano sugli alberi, gatti randagi, in verità pochi, solo uno si è fermato per poco tempo, forse mangiava poco ed è emigrato verso dosi più abbondanti di cibo. Più di qualche volta mi sono svegliata con il cuore in gola al rumore di qualche macchina che passava. Dopo la mia casa non c'è nulla, solo il mare che si raggiunge scendendo per un sentiero difficile di giorno figuriamoci di notte. Non capivo cosa venissero a cercare, rimanevo lì, seduta sul letto trattenendo il respiro. Dopo un po' il motore si spegneva, in lontananza, verso il mare, per tornare a farsi vivo dopo un'ora, forse due. Ho capito, poco alla volta, il perché di quei viaggi notturni.
Sì, qualche volta sono venuti a darmi fastidio, specialmente i primi tempi, ma ho subito chiamato i carabinieri, ce n'era uno che conosceva Pescatore, spesso usciva in barca con mio padre, che una notte si è appostato e li ha sorpresi, quei ragazzi presero un tale spavento che non si sono più fatti vivi.
Venderla? Sì mi è passato per la testa più di qualche volta, ma per andare dove? Nel Borgo? No, troppo poco quello che avrei ricavato e troppi pochi i vantaggi nel cambiare casa. La mia è grande, troppo per una persona sola, c'è anche un piccolo pezzetto di terra, mi avrebbero dato un appartamentino nel Borgo, insieme con tutti gli altri, a stretto contatto con  quelli che hanno sparlato di me. No, sto tanto bene vicino al mare. C'è il telefono che in caso di bisogno, mi tiene in contatto con gli altri, ricevo solo qualche telefonata dalla vecchia zia, i cugini si può dire che non li conosco. Cellulare, dai, che dici, che cosa ci dovrei fare, chiamarmi da sola?
Sono abituata alla mia solitudine. Salvo poche eccezioni non mi sono mai spostata da casa e dal Borgo. Il mio mondo è piccolo, però mi basta. Per il momento lavorare per te ha già portato troppo scompiglio nella mia vita. Quando partirai tornerò nella mia quotidianità e i miei compaesani avranno qualcos’altro da dire sul mio conto.

Il locale si era svuotato, anche gli ultimi avventori, oltre a loro, si preparavano ad andare via. Tornarono alla macchina e piano, senza fretta, si avviarono verso casa di Vedovella. Uomo andò dritto, fin quasi alla piccola terrazza sul mare che aveva descritto Vedovella. Spense la macchina e scese, si avvicinò sul ciglio e si fermò a guardare il mare. La ragazza non scese subito, fu colta da esitazione prima che si decidesse. Si avvicinò a Uomo e guardò il mare anche lei. In lontananza si vedeva una piccola luce, forse un solitario pescatore, ancora qualcuno c'era. Ancora ricordi per Vedovella, una serata diversa, un misto di emozioni che non aveva mai provato, avere l'attenzione di una persona che l'ascoltasse non l'aveva mai avuta.
"Hai freddo?"
"Un poco."
"Andiamo."
Risalirono in macchina e percorsero i pochi metri che li separavano da casa, Scesero, Vedovella aprì, più che emozionata, la porta e si volse verso Uomo, questi si avvicinò, la portò verso di se e la baciò sulla guancia augurandole la buona notte. Vedovella entrò in casa mentre lui ripartiva, chiuse la porta e iniziò a piangere.
Era un pianto liberatorio, aveva avuto paura fino all'ultimo momento che Uomo potesse chiederle il conto della sua gentilezza, che potesse chiederle di ripagarlo delle attenzioni che le prestava. Era anche un pianto di delusione, forse sperava che Uomo non la considerasse solo una compagnia in un momento di solitudine visto che era lontano dalla sua città. Ma il fatto era uno, piangeva per un uomo. Non le era mai successo, nemmeno al tempo delle disgrazie.
Uomo tornava a casa con la testa gonfia di pensieri, aveva fatto bene, aveva fatto male, che avrebbe dovuto fare? Non era più abituato a frequentare una donna e di molto più giovane di lui. Sicuramente la trovava carina e interessante. Sicuramente più interessante di tante sue conoscenti di Roma, anche dell'età di Vedovella. Queste mancavano della spontaneità, della semplicità di rapporto che lei sapeva instaurare. Aveva paura di sbagliare, di offenderla.
Arrivò a casa, parcheggiò e andò subito a letto, non guardò nemmeno il televideo come era solito fare.

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