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giovedì 30 marzo 2017

Alatri

Se avete iniziato a leggere queste parole con l’idea che vi avventurerete nell’ennesima analisi da quattro soldi sul fattaccio, sul crimine, sull’omicidio barbaro e insensato di un giovane ventenne e sull’omertà, la paura e la voglia di vendetta che circonda il pestaggio, potete anche cambiare pagina e andare a soddisfare il vostro bisogno di abominio sui quotidiani o trasmissioni televisive più o meno serie che siano. 
 
Io parlerò del paese che ricordo e da cui sono andato via nel lontano 1975, non ancora ventenne, perché mi stava stretto, del paese democristiano, o meglio “andreottiano” e dove il suo fido scudiero, Franco Evangelisti, era onnipresente. Il posto dove, nonostante tutto, si poteva ancora vivere più o meno tranquillamente; dove il gay del paese, all’epoca frocio, che faceva il sarto per uomo poteva girare senza che nessuno lo infastidisse o peggio, ma ero piccolo e forse non era così o io non lo sapevo. Il paese contadino che vide spuntare alcune fabbrichette che durarono il tempo di arraffare i soldi della Cassa del Mezzogiorno e poi chiudere, lasciando solo speranze deluse e nuovi disoccupati. La cittadina, la terza per popolazione della provincia di Frosinone, dopo il capoluogo e la Cassino della Fiat, che non ha mai sfruttato l’enorme potenziale turistico rimanendo succube dei visitatori di passaggio o che si spostavano dalla vicina Fiuggi tra un bicchiere e l’altro dell’acqua delle terme.
E’ di questo che voglio parlare, ma non sarà una difesa d’ufficio perché non c’è nulla da difendere, solo da condannare senza indugi, con fermezza, con severità ciò che è accaduto.
Foto tratte dal libro a cura di Piergiorgio Vallorosi Alatri, iconografie del tempo
L’Alatri che ricordo è quella del profumo dei tigli sulla spianata della cattedrale, tutta racchiusa nelle mura megalitiche comunemente dette ciclopiche, dove si passava l’estate a corteggiare le ragazze e giocare a bigliardino o a carte e a tracannare birra al baretto estivo, oppure a cantare e suonare, se qualcuno portava una chitarra. E’ quella delle corse, approssimativi cento metri, sulla statale 155 nei pressi della Stazione ferroviaria poi chiusa per favorire il traffico su gomma. Quanti viaggi sul trenino per andare a Roma all’università o a Fiuggi per lavorare l’estate! Come non ricordare le interminabili partite di pallone nella strada sotto casa, in salita o discesa fate voi, con uno zio che secondo l’umore ci sequestrava il pallone quando non ce lo squarciava proprio. Il convento dei cappuccini, appena fuori dal paese, che ci ospitava nei pomeriggi estivi e non solo, nei suoi campi di calcio o pallavolo/pallacanestro e dove a un certo punto si materializzarono anche le ragazze; dove c'era Fra Fulgenzio che teneva una vipera, a cui toglieva il veleno, dentro una scatola di scarpe sotto il letto e una volta mi ci fece giocare. Lo stesso frate che rinunciò ad insegnarmi a suonare la chitarra perché la impugnavo al senso contrario, fu il primo e ultimo tentativo di imparare a suonare. Frati che mai tentarono approcci proibiti, anche se qualcuno fece ben altro, quando iniziai a contestare alcune cose della chiesa. 
 
Ricordo l’Alatri delle prime ragazze e dell’interminabile andare e venire lungo la passeggiata, l’ingenuità e la spontaneità dei rapporti, delle scoperte, così come ricordo che appena si tornava a casa ci si rendeva conto che tutti già sapevano tutto, con chi si era usciti, dove si era andati e probabilmente anche cosa si era fatto, ma di questo non si parlava.
 
La vita di paese non era tutta rose e fiori, forse nell’adolescenza e giovinezza nemmeno ci facevamo caso ai fatti di cronaca, non erano solo le belle chiese a cui forse nemmeno prestavamo troppa attenzione o le scampagnate, le ragazze, i giochi e altri sollazzi, c’erano anche le difficoltà, se cercavi lavoro era più facile trovarlo rivolgendosi al prete, o al potente di turno che per i canali dovuti e dove essere comunisti aveva molti lati negativi come un padre che accompagna e riprende la figlia liceale per impedirti di incontrarla o che ti impediva di trovare lavoro. E c’era anche allora la piccola delinquenza che non raggiungeva certi livelli. Ma come cantava De Andrè “Non tutti nella capitale / sbocciano i fiori del male, / qualche assassinio senza pretese / lo abbiamo anche noi in paese”. Ecco, ad Alatri si sono allineati.

venerdì 24 marzo 2017

Quei 335 civili uccisi da non dimenticare

 Il 24 marzo 1944 a Roma 335 civili furono uccisi alle Fosse Ardeatine come rappresaglia per la morte di 33 SS per mano partigiana. Da anni la ricorrenza è fonte di polemiche. Questa volta per l’assenza della sindaca Virginia Raggi. Cosa avvenne quel giorno e perché ha senso ricordarlo, soprattutto quando dilagano xenofobie e razzismo.

Anche quest’anno non sono mancate, e prima di sera probabilmente cresceranno, le polemiche intorno alla commemorazione dell’eccidio delle Fosse Ardeatine.


La sindaca del Movimento 5 Stelle ha preso 5 giorni «su suggerimento dei medici», inviando al proprio posto il vice Luca Bergamo. «Una grave offesa», hanno sostenuto le opposizioni, «Sciacallaggio», ha risposto lei su Twitter.

Il rituale delle polemiche si ripete quasi più puntuale del rituale del ricordo. Che non dovrebbe essere affatto un rituale, perché conservare la memoria, trovando il modo migliore per farlo, oltre ad essere salutare, è doveroso. Quanto meno dovrebbe aiutare a far sì, come ripeteva Primo Levi, che se già è avvenuto, se è potuto avvenire, non avvenga mai più.

Allora il fatto: il 24 marzo 1944 – solo 73 anni fa, l’età che hanno ancora molti nonni – 335 civili romani vengono trucidati in rappresaglia per l’uccisione di 33 soldati delle SS del battaglione Bozen in un attentato partigiano in via Rasella, nel centro della capitale.

Sono 5 persone in più di quelle che Hitler in persona – dieci per ogni soldato ucciso – aveva deciso dovessero pagare per quell’affronto, per quell’atto di resistenza, per quell’“attentato terroristico” compiuto in un paese occupato.

Ma forse nel computo andrebbe aggiunta anche Fedele Rasa, una donna sfollata da Gaeta che perse la vita solo perché non aveva sentito l’ordine di allontanarsi dal luogo dove era stata organizzata l’esecuzione.

Destinati al martirio furono i prigionieri di via Tasso, il luogo dove i tedeschi torturavano i sospetti partigiani catturati: i romani che passavano di lì udivano le loro urla dietro le persiane rigorosamente sigillate. In quelle stanze ora c’è il Museo storico della Liberazione. E poi ancora detenuti del carcere storico di Rom
a, Regina Coeli, nel quale in epoca fascista finivano semplici cittadini e prigionieri politici.

C’erano 75 ebrei, 248 cattolici tra cui un prete, negozianti e venditori ambulanti, militari di cui 32 ufficiali, comunisti, socialisti, anarchici, partigiani, carrettieri, artigiani, operai, professori e studenti, ingegneri e avvocati, romani e non.

I criminali non si fecero problemi d’età, le vittime avevano dai 15 ai settantaquattro anni: le ultime sono state identificate solo negli ultimi anni con l’esame del Dna, non essendo stato possibile prima perché i tedeschi tentarono di chiudere le cave con le bombe e resero irriconoscibili molti corpi.

Meriterebbe ricordare i nomi di ognuno, ma valga per tutti le vittime delle Fosse Ardeatine. Luogo che, se non fosse avvenuto quanto è avvenuto, sarebbe rimasto oscuro e dimenticato, essendo quelle nient’altro altro che delle comunissime cave di tufo all’inizio di via Ardeatina, un tempo fuori città. Probabilmente nemmeno i tedeschi, scegliendolo, pensarono che quelle cave sono vicine alle catacombe di San Callisto.

Fra le tante polemiche accumulatesi negli anni, quella ignobile che addossa la responsabilità di quanto è avvenuto a chi, resistendo e tentando di cacciare l’invasore, in definitiva innescò la rappresaglia; e che se, insomma, non ci si fosse ribellati, si fosse piegato il capo, altri non avrebbero pagato.

Ragione questa in più per ricordare la Strage delle Fosse Ardeatine: è un dovere verso chi in quel posto ci ha perso la vita, verso i discendenti e verso coloro che di questo tragico e crudele atto di rappresaglia non sanno nulla. È un dovere verso chi pensa ancora sia meglio tacere, sottomettersi, girarsi dall’altra parte.

Ogni strage andrebbe ricordata. Quelle nazifasciste, terroristiche, volute dalla mafia o dalla criminalità comune. Delle tante, purtroppo, ancora senza responsabili. Tanto più quelle per riconquistare la libertà.

Le fosse Ardeatine furono un crimine di guerra come molte altre perpetrate dai tedeschi con la fattiva collaborazione dei fascisti italiani. Tra questi il commissario di Pubblica Sicurezza Raffaele Alianello; il direttore del carcere di Regina Coeli, Donato Carretta, che tentò poi di rifarsi una verginità e fu vittima della rabbia, degenerata, dei parenti dei morti che lo linciarono mentre attendeva di testimoniare al processo contro il questore Pietro Caruso, fascista della prima ora, e il famigerato Pietro Koch, crudele criminale di guerra, che diede il nome alla famigerata Banda responsabile di omicidi e torture.

Di italiani che sapevano ce ne furono molti. Tutti tentarono di giustificarsi dichiarando che non era possibile non collaborare. La catena di comando tedesca partiva da Hitler per arrivare a Kurt Mälzer, generale comandante della piazza di Roma; Eugen Dollmann, colonnello delle ss che, dopo la guerra godette di protezioni varie; Herbert Kappler, responsabile del rastrellamento degli ebrei di Roma, dell’eccidio delle Fosse Ardeatine e del rastrellamento nel quartiere romano del Quadraro, appena un mese dopo la strage, quando furono deportate circa mille persone. È stato lasciato fuggire ed è morto libero a Soltau. Infine Erich Priebke, che come molti altri nazisti si appellò ai suoi doveri di militare, ovvero obbedire agli ordini: fu organizzatore ed esecutore della strage, è morto a Roma a 100 anni in semilibertà nonostante la condanna all’ergastolo per l’eccidio. I suoi funerali si svolsero nella comunità dei lefreviani di Albano, cittadina medaglia d’argento per la Resistenza, e diedero origine ad una manifestazione dei cittadini dei vari paesi dei Castelli romani che alle Fosse Ardeatine avevano avuto dei morti.

La memoria di questi eventi, in anni recenti, ha dovuto scontrarsi con il tentativo di negazionismo della storia e con una ripresa dei movimenti fascisti e del peggior lato delle loro ideologie. Questi rigurgiti si sono mescolati a spinte razziste e xenofobe, ad atteggiamenti che vorrebbero far prevalere la forza sulla ragione, all’antisemitismo e ai pregiudizi verso l’Islam, impropriamente associato sempre al terrorismo: un tutti contro tutti, un elogio della violenza, un imbarbarimento della comunicazione, un disprezzo per il “diverso”, lo sia per religione, colore della pelle, scelte sessuali, condizione economica e altro ancora.

Ricordare dovrebbe aiutare proprio ad impedire che questo possa dilagare. È quanto TESSERE sta tentando di tessere.

martedì 21 marzo 2017

21 marzo 1933

Dachau sarebbe rimasta una cittadina della Baviera, dove l’attività principale è produrre birra e far andare le cartiere, sconosciuta ai più, se non fosse che Hitler, nella sua follia della razza pura ariana, non vi avesse fatto costruire un campo di concentramento poi trasformato in campo di sterminio. Fu finito proprio il 21 marzo 1933, primo giorno di primavera, stagione che sta a testimoniare la rinascita della natura dopo le difficoltà invernali.

Inizialmente fu destinato agli oppositori interni come comunisti e socialisti per allargarsi poi anche agli omosessuali e criminali comuni. Poi arrivarono anche gli ebrei e oppositori di vario genere, antinazisti di altri paesi, prigionieri di guerra, partigiani tedeschi, sacerdoti e anche settemila italiani. Per ospitare i prigionieri che aumentavano sempre più fu necessario ampliarlo, divenne anche campo di transito verso altri luoghi di sterminio. Si calcola che dei circa 200.000 prigionieri ne morirono almeno 70.000 di cui 1.619 italiani.

Così Dachau è rimasta nella storia per una delle pagine più terribili. Alla fine della guerra fu deciso che la struttura doveva rimane integra a testimonianza della ferocia dell’uomo, in questo caso di coloro che abbracciarono il nazismo e il fascismo. Di mausolei simili ce ne sono sparsi in tutto il mondo: questo triste privilegio dello sterminare non fu solo prerogativa dei nazifascisti ma di diverse ideologie, compresa la degenerazione del comunismo.

lunedì 20 marzo 2017

20 marzo 1852

Pur essendo stato scritto senza che l’autrice conoscesse a fondo la realtà degli Stati americani del Sud, La capanna dello zio Tom, il quale vide la luce il 20 marzo del 1852, diventò uno dei libri che contribuirono all’abolizione della schiavitù nel Nuovo Mondo, come ebbe a riconoscere anche il presidente Abramo Lincoln e divenne uno dei libri antirazzisti per antonomasia.

L’autrice, Harriet Beecher Stowe, era figlia di un ministro calvinista educata alle idee di uguaglianza e libertarie e fu una tenace sostenitrice dell’abolizionismo. Il romanzo, inizialmente pubblicato a puntate su un giornale antischiavista, il “National Era”, ha i difetti di un’opera che rasenta il feuilleton ed è condizionato da un eccesso di sentimentalismo che comunque lo portò a riscuotere da subito un grande successo. Nelle pagine del libro si ritrovano i vari aspetti del razzismo a partire dalle violenze sessuali al puro sadismo, visti i maltrattamenti a cui erano sottoposti gli schiavi. Ha avuto un tale successo che il mitico Zio Tom è la quint’essenza della rappresentazione dello schiavo “negro”.

I ragazzi lo leggevano in una ideale associazione con Le avventure di Tom Sawyer. Facevano parte di quelli che venivano chiamati romanzi di formazione, i quali fornivano ai giovani delle basi, o meglio, delle indicazioni su come comportarsi con il “diverso”. Forse non sarebbe male farlo tornare in auge.

domenica 19 marzo 2017

19 marzo 2011

Il 19 marzo del 2011, praticamente ieri, inizia l’operazione Odissey Dawn che nelle intenzioni della coalizione tutta occidentale – Francia, Gran Bretagna, Italia, Stati Uniti d’America e Canada – vuole colpire Muammar Gheddafi, ormai da anni padrone incontrastato della Libia.

Per quarantadue anni Gheddafi, anche se formalmente dal 1979 si era dimesso da tutte le cariche, ha governato con lungimiranza, sapienza, pugno di ferro, crudeltà e altro ancora secondo chi ne parla. Figura, quindi, a dir poco controversa, amata e odiata sia in patria che fuori, salì al potere il primo settembre 1969 detronizzando, con un colpo di stato militare, il re Idris I di Libia, anche se di fatto fu il suo successore Hasan, re per un giorno solo a perdere lo scettro. A lui furono imputati diversi atti di terrorismo come mandante, il più tristemente famoso la bomba sull’aereo Pan Am esploso il 21 dicembre 1988 nei cieli della piccola cittadina scozzese di Lockerbie: 270 morti e 11 vittime a terra. Famoso resta il Libretto Verde nel quale teorizzò le sue idee politiche tendenti ad un socialismo nazionale, in pratica una terza via come teorizzato anche da altri esponenti della sinistra mondiale tendente a smarcarsi dal socialismo reale e da un capitalismo senza freni.

Fu abbandonato da tutti gli occidentali anche se nessuno aveva mai fatto mancare accoglienze calorose, sontuose e perfino ridicole alle sue visite di Stato: una fra tutte la tenda montata nei giardini dell’ambasciata libica a Roma con tanto di selezione delle “Amazzoni”. Nessuna grande potenza di quelle decise a porre fine al suo dominio e alla sua vita, ha mai rifiutato un dollaro di origine libica, presentandosi spesso con il cappello vuoto in mano sperando di uscire dalla tenda con il cappello pieno.

sabato 18 marzo 2017

18 marzo 1871

A seguito degli sconvolgimenti della guerra franco-prussiana, dal 18 marzo 1871 fino al 21 maggio su Parigi sventola la bandiera rossa, essa fu il simbolo della esperienza rivoluzionaria parigina con la Marsigliese della Comune che darà poi vita all’Internazionale. Un anno prima i francesi avevano ottenuto la Repubblica da cui erano rimasti delusi per l’immobilismo sulle riforme sociali e dalla passività con cui accettarono la pace con i tedeschi, ma ancor più poté la delusione generata dalla minaccia di un ritorno alla monarchia. La rivoluzione generò quella che viene tuttora chiamata Comune di Parigi. Ispirata a idee laiche e socialiste mise innanzitutto fine all’ingerenza della Chiesa nella vita delle istituzioni, armò il popolo, rese gratuita e soprattutto laica l’istruzione, incentivò i lavoratori ad associarsi.

Un simile esperimento di governo dal basso e con idee così rivoluzionarie e socialiste di certo non poteva andar bene al Governo e all’Assemblea Nazionale che, scacciati da Parigi, si riunivano a Versailles. La reazione del potere fu durissima, le truppe del generale Mac Mahon, che diventerà poi Presidente della Repubblica nel 1873 e tentò di restaurare la monarchia, impiegarono più di un mese per fiaccare la resistenza dei Comunardi, cedettero al ben più forte nemico solo il 21 maggio. Poi furono solo cieca violenza e ritorsioni ingiustificate, i morti furono oltre 20.000, incalcolabile il numero dei condannati e deportati.

venerdì 17 marzo 2017

17 marzo 1891

Gibilterra è lì a due passi, per dire. La nave Utopia, battente bandiera britannica, è in balia delle forze del mare, si inabissa portando con se 563 emigranti che erano partiti da Napoli alla volta dell’America per fuggire alla fame e agli stenti. Erano partiti con la speranza di migliorare la loro vita, per dare un futuro ai propri figli ma non ne ebbero l’occasione.

Molti di loro non avevano mai visto il mare, non avevano idea di dove stessero andando e nemmeno di cosa li attendeva nella terra promessa. Forse altra fame e altro sfruttamento. Non sapevano che sarebbero stati considerati alla stregua dei “negri” e dei cinesi. Non sapevano che i meno fortunati sarebbero stati utilizzati per dar fuoco alle micce delle mine che facevano strada alle nuove ferrovie che rendevano raggiungibili i nuovi sterminati territori americani. Oppure che sarebbero andati a sostituire sempre i “negri” nei campi di cotone. Nemmeno sapevano che sarebbero caduti vittime della mafia che aveva individuato nel traffico di esseri umani loro connazionali una fonte di reddito illecito.
Non c’è nessun errore, stiamo parlando della fine dell’Ottocento e di italiani, se vi è sembrato di leggere una piccola cronaca dei nostri giorni non c’è nulla di sbagliato. Purtroppo siamo portati a ripetere sempre gli stessi errori, a sopraffare il più debole, a prendercela con il “diverso”, specialmente in periodi di crisi che lasciano aperte le porte a scenari già vissuti.

giovedì 16 marzo 2017

16 marzo 1968

Ai più il nome del tenente di fanteria William Calley non dirà nulla, forse qualcuno più attempato potrà dire «Si, forse, mi ricorda qualcosa» e andrà a cercare da qualche parte chi sia costui. Forse ai più nemmeno il nome del villaggio di My Lai dirà nulla e qualcun altro assocerà i due nomi e individuerà nel tenente Calley colui che dette il via al massacro di civili, senza distinzione alcuna, che è rimasto nella storia della guerra del Vietnam e non solo. Era il 16 marzo 1968 quando le truppe comandate dal tenentino entrarono nel villaggio di My Lai e si dettero da fare violentando le donne, infilzando i bambini e bruciando chiunque gli capitasse a tiro. I morti furono settanta secondo la corte marziale americana, trecento per altri, cinquecento per i vietnamiti che alle vittime hanno dedicato un museo.

Il solo tenente fu condannato per il massacro di civili inermi, non furono mai trovate prove che fossero guerriglieri, gli venne inflitto l’ergastolo che Nixon tramutò in due anni di arresti domiciliari. Se uno dei soldati che parteciparono al massacro non avesse avuto il coraggio di parlare con il giornalista Seymour Hersh non se ne sarebbe saputo nulla. La condanna di Calley fu, negli Stati Uniti, giudicata da molti come esagerata, in fondo non aveva fatto altro che «obbedire agli ordini». Tesi giustificatoria che fu usata anche dai nazisti.

martedì 14 marzo 2017

14 marzo 1492

Il 3 agosto del 1492 Cristoforo Colombo parte per il suo primo viaggio verso le Indie che invece lo porterà, a sua insaputa, a scoprire un nuovo continente, l’America, destinato poi a prendere il nome di un altro esploratore italiano, Amerigo Vespucci. Che c’entra con il 14 marzo? Potrebbe entrarci perché in quella data la regina Isabella di Castiglia, detta la Cattolica, ingiunse agli ebrei di Spagna la conversione o l’abbandono del regno con conseguente perdita di tutti i loro beni. Cosa peraltro avvenuta pochi mesi prima con i Mori dopo che fu scacciato Boabdil di Granada, ultimo califfo del regno musulmano in Spagna. Forse Isabella fu mossa da eccesso di zelo cattolico ma il suo consorte Ferdinando d’Aragona fu sicuramente mosso dall’esigenza di sgravarsi dei debiti con i banchieri ebrei. Dietro le guerre di religione e l’odio razziale ricorre spesso una ragione economica o l’ardore di conquista.

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sabato 11 marzo 2017

Berlinguer ti voglio bene

Due tre volumi sono pronti sul tavolino per essere consultati al fine di scrivere poche righe per altro sito. Testo e immagini si confondo, si fondono mentre leggo, le parole mi rapiscono e l’obiettivo primario si perde tra i ricordi e la storia. Il 13 marzo del 1972 Enrico Berlinguer venne eletto Segretario del Partito Comunista Italiano, all’epoca ero un giovane che frequentava la sezione del Pci ma che considerava come un evento lontano nel tempo e nello spazio quell’avvenimento. Ci si preoccupava del paese e della maggioranza di andreottiani che la governava. Solo nel 1975 quest’uomo entrò nella mia vita, fu la prima volta che andai a votare e contravvenendo alle indicazioni del partito votai Berlinguer, che era il capolista, e Ingrao al quinto posto visto che era capolista in Umbria. Sì, lo so, sto parlando di cose anni luce distanti dalla politica attuale, dai giochi e giochetti di questo o quel partito che continuano a perdere seguito, stima e opportunità.

Leggendo leggendo mi sono tornati sotto gli occhi uomini ormai lontani nella memoria, Ugo Baduel a cui è legato un ricordo di un incontro con Berlinguer quando facevo il fattorino per l’Unità, Eugenio Manca solo per citarne due, che onoravano il mestiere di giornalista. Ma non è questione solo di nomi e di personaggi, è fondamentalmente una questione di contenuti. E così, scorrendo il volume Enrico Berlinguer, Edizioni l’Unità S.p.A. Collana Documenti giugno 1985, ho davanti foto che ricordano un periodo ormai fuggito via come il senno dei politicanti attuali. E non sono solo foto ma anche parole che rimarcano questa carenza di principi. Eppure Berlinguer l’ho contestato, come altre migliaia di comunisti, quando teorizzò il compromesso storico, eppure manca un politico della sua caratura che ora, a giorni alterni, viene citato e tirato di qui e di là a seconda di ciò che si vuole difendere o propugnare.
“La politica dei comunisti italiani è stata sempre molto difficile, occorre ricordarlo. Era difficile quella voluta da Gramsci, è stata difficile nel dopoguerra con Togliatti, è difficile oggi. E’ stata e resta una politica che rifiuta le comode semplificazioni, che respinge le superficialità, che condanna la vaniloquenza, che cerca di evitare le mode e i luoghi comuni e, quindi, che ha sempre combattuto innanzitutto nelle sue stesse file, e poi nella società, l’estremismo parolaio, il populismo demagogico, l’anticlericalismo becero. In tal senso la politica dei comunisti italiani, per chi la conduce, come per chi solamente decide di aderirvi, è una politica “scomoda”, che richiede capacità di ragionamento, costante sforzo di comprensione, impegno quotidiano, e rifugge da fuochi di paglia e da manifestazioni puramente esteriori. Questo, come già ben sapevano Gramsci e Togliatti, impone un cammino aspro, non facile, ma ci rende anche più credibili rispetto a chi comunista non è, e ci fa essere più capaci di conquistare sempre nuove e serie forze al partito comunista.”

P.S. Che bel colore il rosso.