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giovedì 14 settembre 2017

E Pippa sia

Quasi quasi parto dalla caduta del Muro di Berlino, muro che non era solo la divisione della città ma anche di Est e Ovest, di comunismo e capitalismo, quel muro che qualcuno vorrebbe non fosse mai caduto e chissà che non sia vero. Quel Muro che fece cadere il comunismo anche nostrano, quello in salsa tricolore con il rosso alquanto sbiadito. Quando cadde il Muro tutti si accodarono dietro a Occhetto e gli dettero giù, e come gli dettero giù! Chi non era mai stato comunista, chi ci aveva ripensato come i cornuti, chi passava di lì per caso, chi andava in sezione perché c'era il bigliardino, chi perchè c'era una ragazza che gli piaceva, chi perché era brutto/a, chi perché il prete gli faceva sentir messa tutti i giorni e anche chi se non andava dai comunisti non se lo raccoglieva nessuno. Insomma un fuggi fuggi che i topi che scappano da una nave che affonda sono niente, e nemmeno i topi della Raggi in paragone so' pochi. Parlare dell'esaurimento della spinta propulsiva equivaleva a una delle frasi estreme di una Internazionale a caso. Insomma 'na catastrofe. Orfani di cotanta idea in giro per l'Italia c'erano viandanti politici smarriti e derisi finché a qualcuno non venne l'idea di un partito nuovo, rivoluzionario: l'unione degli ex comunisti con gli ex democristiani. Splendida idea, unire capra e cavoli, fischi e fiaschi e vedere cosa ne veniva fuori. Tant'è che la cosa si fece.
E unisci qui, taglia là, lima sotto, 'na botta de raspa sopra, degli eredi del Pci non rimase traccia, solo qualche faccia da presentare come alibi. Ma poi arrivò uno canticchiando "Vecchio, ti diranno che sei vecchio ..." e iniziò a dire questo sì, questo no e fece un po' di pulizia, guarda caso i no erano tutti per quelli che venivano dalla sinistra e ancora si prestavano al gioco dei biancofiore rifioriti. Ne presero di calci in faccia, eccome se ne presero! Ma rimasero lì fermi, indefessi a proteggere qualcosa che non c'era più, che non c'è mai stata, si ostinavano a fare i cavoli mangiati dalle capre.
Ma un bel giorno dei quattro cavoletti rimasti, mezzi acciaccati e smangiucchiati si ribellarono e rotolarono fuori dalla sede del Pd lasciandosi dietro qualche ostinato destinato ad essere divorato dalle bianche capre sempre più forti.
Se ne andarono senza sventolare bandiere di nessun colore, troppo impegnativo rendersi riconoscibili da subito. Ondeggiarono un po'  qui un po' là, facciamo un partito o un movimento? Una lista unica o ci aggreghiamo? Facciamo la stampella o lo sgambetto? Insomma andavano dove li portava il vento in attesa di tempi migliori. Ma la parola migliore li metteva in ansia, se si rivolgevano al passato si vedevano davanti agli occhi Togliatti, se pensavano al presente guardavano Gennaro, colui che passò indenne in tutti i partiti post-comunisti. Evitavano accuratamente ogni parola che iniziasse con miglio, a qualcuno che aveva letto qualche libro veniva in mente Stephen King e ciò che li aspettava alla fine del miglio verde. Insomma si veleggiava a vista nelle mani di un abile nocchiero.
Su un'altra sponda arrancava l'omino arancione forte del suo seguito, la sua ombra di cui lui era il portavoce. Si avvicinava cautamente agli excomunistipostdemocraticifuturinonsisachecosa ma non disdegnava una chiacchierata con il puttosotuttoio in attesa che si alzasse il vento giusto. Sia chiaro niente a che vedere con Ulisse per nessuno di loro, loro attendevano solo un refolo, ai venti veri e propri non avrebbe resistito un secondo. Alla fine l'alito si alzò e l'omino arancione si incontrò con gli excomunistipostdemocraticifuturinonsisachecosa e si unirono per ... boh, io non l'ho capito ma il portavoce ce lo farà sapere. Prima o poi.

domenica 10 settembre 2017

Piazza Vittorio... si stava meglio prima?

Dell'intervista di Arianna Finos al regista Abel Ferrara, che ha presentato a Venezia il suo documentario Piazza Vittorio, realizzato da abitante della piazza e non da turista, mi è rimasta in testa una frase tratta dal lavoro di Ferrara: "... ma si stava meglio prima" che avrebbero detto "due sorelle arrivate dal Sud sessant'anni fa".
La grandezza e la miseria di Piazza Vittorio sono raccolte in queste poche parole, forse la miseria e la grandezza di Roma.
Roma accoglie, forse accoglieva? Non rifiuta, dà spazio, a tutti. Sta poi a quei tutti trovare spazio e cosiddetta integrazione, autonomamente, perché è notorio che le istituzioni, le autorità, lo Stato insomma, non hanno mai prestato attenzione a questo aspetto, basti ricordare le mitiche borgate o i borghetti di Roma scomparsi solo con le giunte Argan e Petroselli. In quelle borgate c'era anche chi era arrivato a Roma sessant'anni fa o più, come le due signore del documentario. Ma quando dicono "si stava meglio" cosa intendono?
42 anni fa, nel 1975, ero a Piazza Vittorio e, se vogliamo, i prodromi della decadenza della Roma umbertina già si vedevano solo a volerli vedere, ma già da allora si preferiva nascondere la testa sotto la sabbia perché conveniva, soprattutto economicamente. Dalle finestre della casa che mi ospitava si vedeva un condominio da dove entravano ed uscivano decine di persone di colore, non come ora ma forse ancor più visibili visto l'ancora esigua presenza di stranieri nella capitale, entrare ed uscire. Tutti sapevano che in diversi appartamenti di quel condominio venivano alloggiati africani che pagavano prezzi esorbitanti per un posto letto, dormivano ammassati su brandine perché comunque era sempre meglio che fare la fame nel "continente nero" o morire per qualche assurda guerra mascherata dal tribalismo e che invece nascondeva interessi economici degli occidentali. Insomma non è cambiato nulla. Ma ai romani non interessava molto il perché e il percome della fuga, bastava che pagassero il loro posto letto e non rompessero troppo"li cojoni".
E poi vennero i cinesi, e vennero le chiusure dei negozi storici, uno su tutti Senepa in via dello Statuto, sostituiti da magazzini di merce varia che servono soprattutto ad approvvigionare i famosi "Vu cumprà" che tanto fastidio danno proprio a coloro che hanno dismesso negozi ed appartamenti per vendere ai cinesi che tanto pagavano bene e in contanti. E così il cerchio si chiude.
Allora cosa vuol dire "ma si stava meglio prima"? Si stava meglio perché non c'erano i "negri"? O i cinesi? O quando i treni arrivavano in orario? O sui giornali non c'era la cronaca nera e non c'era la delinquenza? O quando gli stupri si subivano ma non si denunciavano?
Quando si stava meglio?

lunedì 29 maggio 2017

Bowie, Totti e la tottitudine

 
Ormai è stato detto tutto, anche troppo, d’altronde questo post lo avevo iniziato, molte parti erano state scritte, solo la mancanza di tempo mi ha impedito di finirlo e pubblicarlo e, dato che non si butta via niente perchè è peccato, allora lo faccio adesso.
 
Ricordate quando è morto David Bowie? Ricordate i pianti collettivi, le memorie personali e i tanti video pubblicati? Sì, allora fermatevi un attimo e riflettete. Parlo di Bowie perché è il primo che mi è venuto in mente e forse un motivo ci sarà.
 
Quando un musicista, uno scrittore, un cantante muore vengono a mancare le loro parole e le loro note, si apre un vuoto incolmabile nella memoria di ognuno di noi e in particolare di chi quell’artista lo ha amato. Uno scrittore o un cantante, se fortunato, ha una carriera artistica che dura ormai fino alla vecchiaia, un calciatore no, un calciatore “muore” giovane, finisce di dare agli altri quel che può e quel che sa fare meglio. E’ una cesura dovuta all’età irrimediabile, non è dovuta alla mancanza di ispirazione e dovuta al venir meno di certe doti fisiche che si affievoliscono con gli anni. Con la testa certi colpi di tacco, certi lanci, certi dribbling li puoi fare sempre, sono le gambe che non ci sono più. Guardiamo il declino di uno sportivo, non solo calciatore e non solo famoso, sotto una luce diversa e forse saremo più tolleranto verso Totti e verso chi ha amato e ama Totti.
 
Nessuno si è chiesto, al momento della morte, a quanto ammontasse il capitale incamerato dal Duca Bianco e nemmeno ha chiamato in causa i figli che grazie a cotanto padre hanno la strada spianata. Se le colpe dei padri non ricadono sui figli perché in questi giorni ci si accanisce tanto contro Totti e la di lui prole? Questo sistema fa schifo a giorni alterni, a personaggi alterni, ecc.? Pensate di lottare contro il sistema parlando e sparlando di Totti e la sua progenie? Potete anche cambiare il soggetto del contendere, metteteci chi volete, la sostanza non cambia.
 
Quella di Totti è stata come la lunga agonia di un parente caro (vi avverto, se non capite la metafora evitate di rendere palese il vostro pensiero, non ho tempo per le polemichette), attendi il fatidico momento, pensi di essere preparato ma quando accade l’irreparabile non sei ancora pronto per il distacco. Ecco, quello di Totti è stato un lungo addio peraltro condotto da mediocri “medici” e da un “malato” riottoso a morire come è giusto che sia. Certo la vita continua e sta a noi “elaborare il lutto” che questa partenza attesa e non sperata ci causa. E allora, per ogni lutto, si piange. Piangono i bambini che spesso non capiscono, non in questo caso, ma vengono trasportati nel vortice dalle lacrime dei genitori. Piangono le giovani ragazze con le madri e le nonne; gli omoni tatuati e orecchinati come gli adolescenti e ragazzotti che pensano che il mondo sia tutto loro. E piangono gli anziani, quelli che forse hanno pianto per Di Bartolomei due volte, quando abbandonò la Roma e quando abbandonò la vita. E piangono quelli che piansero per la fine della carriera di Giacomo Losi o Bruno Conti. Sì, si piange anche per lo sport, si piange quando si vince e quando si perde e non contano i soldi che si hanno in tasca. Si piange perchè si è uomini e donne dotati di un certo non so che che non ci fa sembrare ridicoli se le lacrime ci sgorgano per un film come per una tragedia in mare, per un funerale come per una nascita, come per l’addio di Totti al calcio.
 
E’ passato un anno in cui ci avrebbe potuto regalare anche lui una Blackstar e invece ci siamo dovuti accontentare di qualche nota sparsa qui e la nel corso degli ultimi mesi, forse il produttore non si è accorto di quale occasione avesse e invece di incoraggiare l’artista lo ha mollato sapendo che non avrebbe più prodotto nulla. Ah la miopia che a volte ci avvolge e ci ottenebra. Avremmo voluto vederlo in campo ancora tante volte dall’agosto scorso, quindici/venti minuti come Altafini tanti anni fa con la maglia della Juve (perdonate la citazione, mi rendo conto che bianconero con giallorosso stona e di molto). Ma la vita non è sempre come la vorremmo. Nemmeno quella dei profughi che fuggono dalla guerra e dalla fame come quella di chi muore per guerre che loro non hanno mai dichiarato. E piangere per Bowie o Totti non toglie alle persone di essere in grado di distinguere le cose e/o la “qualità” delle lacrime.
 
E poi stiamo a Roma, siamo così, strani, eccessivi, ironici, anche istrionici nel nostro palesarci, nel nostro immedesimarci con chi questa città l’ama e la rispetta, questa città offesa da tutti i politicanti da molti anni a questa parte. Questa città che ha reso omaggio ad Anna Magnani o Alberto Sordi come a Francesco Totti. Sì Totti è vivo e spero che viva ancora a lungo per i suoi cari e per se stesso, è il calciatore Totti che è morto non l’uomo che ha pregi e difetti come tutti noi. Ogni tanto occorre riflettere prima di far prendere aria ai denti.
 
Ciao Capitano.

giovedì 30 marzo 2017

Alatri

Se avete iniziato a leggere queste parole con l’idea che vi avventurerete nell’ennesima analisi da quattro soldi sul fattaccio, sul crimine, sull’omicidio barbaro e insensato di un giovane ventenne e sull’omertà, la paura e la voglia di vendetta che circonda il pestaggio, potete anche cambiare pagina e andare a soddisfare il vostro bisogno di abominio sui quotidiani o trasmissioni televisive più o meno serie che siano. 
 
Io parlerò del paese che ricordo e da cui sono andato via nel lontano 1975, non ancora ventenne, perché mi stava stretto, del paese democristiano, o meglio “andreottiano” e dove il suo fido scudiero, Franco Evangelisti, era onnipresente. Il posto dove, nonostante tutto, si poteva ancora vivere più o meno tranquillamente; dove il gay del paese, all’epoca frocio, che faceva il sarto per uomo poteva girare senza che nessuno lo infastidisse o peggio, ma ero piccolo e forse non era così o io non lo sapevo. Il paese contadino che vide spuntare alcune fabbrichette che durarono il tempo di arraffare i soldi della Cassa del Mezzogiorno e poi chiudere, lasciando solo speranze deluse e nuovi disoccupati. La cittadina, la terza per popolazione della provincia di Frosinone, dopo il capoluogo e la Cassino della Fiat, che non ha mai sfruttato l’enorme potenziale turistico rimanendo succube dei visitatori di passaggio o che si spostavano dalla vicina Fiuggi tra un bicchiere e l’altro dell’acqua delle terme.
E’ di questo che voglio parlare, ma non sarà una difesa d’ufficio perché non c’è nulla da difendere, solo da condannare senza indugi, con fermezza, con severità ciò che è accaduto.
Foto tratte dal libro a cura di Piergiorgio Vallorosi Alatri, iconografie del tempo
L’Alatri che ricordo è quella del profumo dei tigli sulla spianata della cattedrale, tutta racchiusa nelle mura megalitiche comunemente dette ciclopiche, dove si passava l’estate a corteggiare le ragazze e giocare a bigliardino o a carte e a tracannare birra al baretto estivo, oppure a cantare e suonare, se qualcuno portava una chitarra. E’ quella delle corse, approssimativi cento metri, sulla statale 155 nei pressi della Stazione ferroviaria poi chiusa per favorire il traffico su gomma. Quanti viaggi sul trenino per andare a Roma all’università o a Fiuggi per lavorare l’estate! Come non ricordare le interminabili partite di pallone nella strada sotto casa, in salita o discesa fate voi, con uno zio che secondo l’umore ci sequestrava il pallone quando non ce lo squarciava proprio. Il convento dei cappuccini, appena fuori dal paese, che ci ospitava nei pomeriggi estivi e non solo, nei suoi campi di calcio o pallavolo/pallacanestro e dove a un certo punto si materializzarono anche le ragazze; dove c'era Fra Fulgenzio che teneva una vipera, a cui toglieva il veleno, dentro una scatola di scarpe sotto il letto e una volta mi ci fece giocare. Lo stesso frate che rinunciò ad insegnarmi a suonare la chitarra perché la impugnavo al senso contrario, fu il primo e ultimo tentativo di imparare a suonare. Frati che mai tentarono approcci proibiti, anche se qualcuno fece ben altro, quando iniziai a contestare alcune cose della chiesa. 
 
Ricordo l’Alatri delle prime ragazze e dell’interminabile andare e venire lungo la passeggiata, l’ingenuità e la spontaneità dei rapporti, delle scoperte, così come ricordo che appena si tornava a casa ci si rendeva conto che tutti già sapevano tutto, con chi si era usciti, dove si era andati e probabilmente anche cosa si era fatto, ma di questo non si parlava.
 
La vita di paese non era tutta rose e fiori, forse nell’adolescenza e giovinezza nemmeno ci facevamo caso ai fatti di cronaca, non erano solo le belle chiese a cui forse nemmeno prestavamo troppa attenzione o le scampagnate, le ragazze, i giochi e altri sollazzi, c’erano anche le difficoltà, se cercavi lavoro era più facile trovarlo rivolgendosi al prete, o al potente di turno che per i canali dovuti e dove essere comunisti aveva molti lati negativi come un padre che accompagna e riprende la figlia liceale per impedirti di incontrarla o che ti impediva di trovare lavoro. E c’era anche allora la piccola delinquenza che non raggiungeva certi livelli. Ma come cantava De Andrè “Non tutti nella capitale / sbocciano i fiori del male, / qualche assassinio senza pretese / lo abbiamo anche noi in paese”. Ecco, ad Alatri si sono allineati.

venerdì 24 marzo 2017

Quei 335 civili uccisi da non dimenticare

 Il 24 marzo 1944 a Roma 335 civili furono uccisi alle Fosse Ardeatine come rappresaglia per la morte di 33 SS per mano partigiana. Da anni la ricorrenza è fonte di polemiche. Questa volta per l’assenza della sindaca Virginia Raggi. Cosa avvenne quel giorno e perché ha senso ricordarlo, soprattutto quando dilagano xenofobie e razzismo.

Anche quest’anno non sono mancate, e prima di sera probabilmente cresceranno, le polemiche intorno alla commemorazione dell’eccidio delle Fosse Ardeatine.


La sindaca del Movimento 5 Stelle ha preso 5 giorni «su suggerimento dei medici», inviando al proprio posto il vice Luca Bergamo. «Una grave offesa», hanno sostenuto le opposizioni, «Sciacallaggio», ha risposto lei su Twitter.

Il rituale delle polemiche si ripete quasi più puntuale del rituale del ricordo. Che non dovrebbe essere affatto un rituale, perché conservare la memoria, trovando il modo migliore per farlo, oltre ad essere salutare, è doveroso. Quanto meno dovrebbe aiutare a far sì, come ripeteva Primo Levi, che se già è avvenuto, se è potuto avvenire, non avvenga mai più.

Allora il fatto: il 24 marzo 1944 – solo 73 anni fa, l’età che hanno ancora molti nonni – 335 civili romani vengono trucidati in rappresaglia per l’uccisione di 33 soldati delle SS del battaglione Bozen in un attentato partigiano in via Rasella, nel centro della capitale.

Sono 5 persone in più di quelle che Hitler in persona – dieci per ogni soldato ucciso – aveva deciso dovessero pagare per quell’affronto, per quell’atto di resistenza, per quell’“attentato terroristico” compiuto in un paese occupato.

Ma forse nel computo andrebbe aggiunta anche Fedele Rasa, una donna sfollata da Gaeta che perse la vita solo perché non aveva sentito l’ordine di allontanarsi dal luogo dove era stata organizzata l’esecuzione.

Destinati al martirio furono i prigionieri di via Tasso, il luogo dove i tedeschi torturavano i sospetti partigiani catturati: i romani che passavano di lì udivano le loro urla dietro le persiane rigorosamente sigillate. In quelle stanze ora c’è il Museo storico della Liberazione. E poi ancora detenuti del carcere storico di Rom
a, Regina Coeli, nel quale in epoca fascista finivano semplici cittadini e prigionieri politici.

C’erano 75 ebrei, 248 cattolici tra cui un prete, negozianti e venditori ambulanti, militari di cui 32 ufficiali, comunisti, socialisti, anarchici, partigiani, carrettieri, artigiani, operai, professori e studenti, ingegneri e avvocati, romani e non.

I criminali non si fecero problemi d’età, le vittime avevano dai 15 ai settantaquattro anni: le ultime sono state identificate solo negli ultimi anni con l’esame del Dna, non essendo stato possibile prima perché i tedeschi tentarono di chiudere le cave con le bombe e resero irriconoscibili molti corpi.

Meriterebbe ricordare i nomi di ognuno, ma valga per tutti le vittime delle Fosse Ardeatine. Luogo che, se non fosse avvenuto quanto è avvenuto, sarebbe rimasto oscuro e dimenticato, essendo quelle nient’altro altro che delle comunissime cave di tufo all’inizio di via Ardeatina, un tempo fuori città. Probabilmente nemmeno i tedeschi, scegliendolo, pensarono che quelle cave sono vicine alle catacombe di San Callisto.

Fra le tante polemiche accumulatesi negli anni, quella ignobile che addossa la responsabilità di quanto è avvenuto a chi, resistendo e tentando di cacciare l’invasore, in definitiva innescò la rappresaglia; e che se, insomma, non ci si fosse ribellati, si fosse piegato il capo, altri non avrebbero pagato.

Ragione questa in più per ricordare la Strage delle Fosse Ardeatine: è un dovere verso chi in quel posto ci ha perso la vita, verso i discendenti e verso coloro che di questo tragico e crudele atto di rappresaglia non sanno nulla. È un dovere verso chi pensa ancora sia meglio tacere, sottomettersi, girarsi dall’altra parte.

Ogni strage andrebbe ricordata. Quelle nazifasciste, terroristiche, volute dalla mafia o dalla criminalità comune. Delle tante, purtroppo, ancora senza responsabili. Tanto più quelle per riconquistare la libertà.

Le fosse Ardeatine furono un crimine di guerra come molte altre perpetrate dai tedeschi con la fattiva collaborazione dei fascisti italiani. Tra questi il commissario di Pubblica Sicurezza Raffaele Alianello; il direttore del carcere di Regina Coeli, Donato Carretta, che tentò poi di rifarsi una verginità e fu vittima della rabbia, degenerata, dei parenti dei morti che lo linciarono mentre attendeva di testimoniare al processo contro il questore Pietro Caruso, fascista della prima ora, e il famigerato Pietro Koch, crudele criminale di guerra, che diede il nome alla famigerata Banda responsabile di omicidi e torture.

Di italiani che sapevano ce ne furono molti. Tutti tentarono di giustificarsi dichiarando che non era possibile non collaborare. La catena di comando tedesca partiva da Hitler per arrivare a Kurt Mälzer, generale comandante della piazza di Roma; Eugen Dollmann, colonnello delle ss che, dopo la guerra godette di protezioni varie; Herbert Kappler, responsabile del rastrellamento degli ebrei di Roma, dell’eccidio delle Fosse Ardeatine e del rastrellamento nel quartiere romano del Quadraro, appena un mese dopo la strage, quando furono deportate circa mille persone. È stato lasciato fuggire ed è morto libero a Soltau. Infine Erich Priebke, che come molti altri nazisti si appellò ai suoi doveri di militare, ovvero obbedire agli ordini: fu organizzatore ed esecutore della strage, è morto a Roma a 100 anni in semilibertà nonostante la condanna all’ergastolo per l’eccidio. I suoi funerali si svolsero nella comunità dei lefreviani di Albano, cittadina medaglia d’argento per la Resistenza, e diedero origine ad una manifestazione dei cittadini dei vari paesi dei Castelli romani che alle Fosse Ardeatine avevano avuto dei morti.

La memoria di questi eventi, in anni recenti, ha dovuto scontrarsi con il tentativo di negazionismo della storia e con una ripresa dei movimenti fascisti e del peggior lato delle loro ideologie. Questi rigurgiti si sono mescolati a spinte razziste e xenofobe, ad atteggiamenti che vorrebbero far prevalere la forza sulla ragione, all’antisemitismo e ai pregiudizi verso l’Islam, impropriamente associato sempre al terrorismo: un tutti contro tutti, un elogio della violenza, un imbarbarimento della comunicazione, un disprezzo per il “diverso”, lo sia per religione, colore della pelle, scelte sessuali, condizione economica e altro ancora.

Ricordare dovrebbe aiutare proprio ad impedire che questo possa dilagare. È quanto TESSERE sta tentando di tessere.

martedì 21 marzo 2017

21 marzo 1933

Dachau sarebbe rimasta una cittadina della Baviera, dove l’attività principale è produrre birra e far andare le cartiere, sconosciuta ai più, se non fosse che Hitler, nella sua follia della razza pura ariana, non vi avesse fatto costruire un campo di concentramento poi trasformato in campo di sterminio. Fu finito proprio il 21 marzo 1933, primo giorno di primavera, stagione che sta a testimoniare la rinascita della natura dopo le difficoltà invernali.

Inizialmente fu destinato agli oppositori interni come comunisti e socialisti per allargarsi poi anche agli omosessuali e criminali comuni. Poi arrivarono anche gli ebrei e oppositori di vario genere, antinazisti di altri paesi, prigionieri di guerra, partigiani tedeschi, sacerdoti e anche settemila italiani. Per ospitare i prigionieri che aumentavano sempre più fu necessario ampliarlo, divenne anche campo di transito verso altri luoghi di sterminio. Si calcola che dei circa 200.000 prigionieri ne morirono almeno 70.000 di cui 1.619 italiani.

Così Dachau è rimasta nella storia per una delle pagine più terribili. Alla fine della guerra fu deciso che la struttura doveva rimane integra a testimonianza della ferocia dell’uomo, in questo caso di coloro che abbracciarono il nazismo e il fascismo. Di mausolei simili ce ne sono sparsi in tutto il mondo: questo triste privilegio dello sterminare non fu solo prerogativa dei nazifascisti ma di diverse ideologie, compresa la degenerazione del comunismo.

lunedì 20 marzo 2017

20 marzo 1852

Pur essendo stato scritto senza che l’autrice conoscesse a fondo la realtà degli Stati americani del Sud, La capanna dello zio Tom, il quale vide la luce il 20 marzo del 1852, diventò uno dei libri che contribuirono all’abolizione della schiavitù nel Nuovo Mondo, come ebbe a riconoscere anche il presidente Abramo Lincoln e divenne uno dei libri antirazzisti per antonomasia.

L’autrice, Harriet Beecher Stowe, era figlia di un ministro calvinista educata alle idee di uguaglianza e libertarie e fu una tenace sostenitrice dell’abolizionismo. Il romanzo, inizialmente pubblicato a puntate su un giornale antischiavista, il “National Era”, ha i difetti di un’opera che rasenta il feuilleton ed è condizionato da un eccesso di sentimentalismo che comunque lo portò a riscuotere da subito un grande successo. Nelle pagine del libro si ritrovano i vari aspetti del razzismo a partire dalle violenze sessuali al puro sadismo, visti i maltrattamenti a cui erano sottoposti gli schiavi. Ha avuto un tale successo che il mitico Zio Tom è la quint’essenza della rappresentazione dello schiavo “negro”.

I ragazzi lo leggevano in una ideale associazione con Le avventure di Tom Sawyer. Facevano parte di quelli che venivano chiamati romanzi di formazione, i quali fornivano ai giovani delle basi, o meglio, delle indicazioni su come comportarsi con il “diverso”. Forse non sarebbe male farlo tornare in auge.

domenica 19 marzo 2017

19 marzo 2011

Il 19 marzo del 2011, praticamente ieri, inizia l’operazione Odissey Dawn che nelle intenzioni della coalizione tutta occidentale – Francia, Gran Bretagna, Italia, Stati Uniti d’America e Canada – vuole colpire Muammar Gheddafi, ormai da anni padrone incontrastato della Libia.

Per quarantadue anni Gheddafi, anche se formalmente dal 1979 si era dimesso da tutte le cariche, ha governato con lungimiranza, sapienza, pugno di ferro, crudeltà e altro ancora secondo chi ne parla. Figura, quindi, a dir poco controversa, amata e odiata sia in patria che fuori, salì al potere il primo settembre 1969 detronizzando, con un colpo di stato militare, il re Idris I di Libia, anche se di fatto fu il suo successore Hasan, re per un giorno solo a perdere lo scettro. A lui furono imputati diversi atti di terrorismo come mandante, il più tristemente famoso la bomba sull’aereo Pan Am esploso il 21 dicembre 1988 nei cieli della piccola cittadina scozzese di Lockerbie: 270 morti e 11 vittime a terra. Famoso resta il Libretto Verde nel quale teorizzò le sue idee politiche tendenti ad un socialismo nazionale, in pratica una terza via come teorizzato anche da altri esponenti della sinistra mondiale tendente a smarcarsi dal socialismo reale e da un capitalismo senza freni.

Fu abbandonato da tutti gli occidentali anche se nessuno aveva mai fatto mancare accoglienze calorose, sontuose e perfino ridicole alle sue visite di Stato: una fra tutte la tenda montata nei giardini dell’ambasciata libica a Roma con tanto di selezione delle “Amazzoni”. Nessuna grande potenza di quelle decise a porre fine al suo dominio e alla sua vita, ha mai rifiutato un dollaro di origine libica, presentandosi spesso con il cappello vuoto in mano sperando di uscire dalla tenda con il cappello pieno.

sabato 18 marzo 2017

18 marzo 1871

A seguito degli sconvolgimenti della guerra franco-prussiana, dal 18 marzo 1871 fino al 21 maggio su Parigi sventola la bandiera rossa, essa fu il simbolo della esperienza rivoluzionaria parigina con la Marsigliese della Comune che darà poi vita all’Internazionale. Un anno prima i francesi avevano ottenuto la Repubblica da cui erano rimasti delusi per l’immobilismo sulle riforme sociali e dalla passività con cui accettarono la pace con i tedeschi, ma ancor più poté la delusione generata dalla minaccia di un ritorno alla monarchia. La rivoluzione generò quella che viene tuttora chiamata Comune di Parigi. Ispirata a idee laiche e socialiste mise innanzitutto fine all’ingerenza della Chiesa nella vita delle istituzioni, armò il popolo, rese gratuita e soprattutto laica l’istruzione, incentivò i lavoratori ad associarsi.

Un simile esperimento di governo dal basso e con idee così rivoluzionarie e socialiste di certo non poteva andar bene al Governo e all’Assemblea Nazionale che, scacciati da Parigi, si riunivano a Versailles. La reazione del potere fu durissima, le truppe del generale Mac Mahon, che diventerà poi Presidente della Repubblica nel 1873 e tentò di restaurare la monarchia, impiegarono più di un mese per fiaccare la resistenza dei Comunardi, cedettero al ben più forte nemico solo il 21 maggio. Poi furono solo cieca violenza e ritorsioni ingiustificate, i morti furono oltre 20.000, incalcolabile il numero dei condannati e deportati.

venerdì 17 marzo 2017

17 marzo 1891

Gibilterra è lì a due passi, per dire. La nave Utopia, battente bandiera britannica, è in balia delle forze del mare, si inabissa portando con se 563 emigranti che erano partiti da Napoli alla volta dell’America per fuggire alla fame e agli stenti. Erano partiti con la speranza di migliorare la loro vita, per dare un futuro ai propri figli ma non ne ebbero l’occasione.

Molti di loro non avevano mai visto il mare, non avevano idea di dove stessero andando e nemmeno di cosa li attendeva nella terra promessa. Forse altra fame e altro sfruttamento. Non sapevano che sarebbero stati considerati alla stregua dei “negri” e dei cinesi. Non sapevano che i meno fortunati sarebbero stati utilizzati per dar fuoco alle micce delle mine che facevano strada alle nuove ferrovie che rendevano raggiungibili i nuovi sterminati territori americani. Oppure che sarebbero andati a sostituire sempre i “negri” nei campi di cotone. Nemmeno sapevano che sarebbero caduti vittime della mafia che aveva individuato nel traffico di esseri umani loro connazionali una fonte di reddito illecito.
Non c’è nessun errore, stiamo parlando della fine dell’Ottocento e di italiani, se vi è sembrato di leggere una piccola cronaca dei nostri giorni non c’è nulla di sbagliato. Purtroppo siamo portati a ripetere sempre gli stessi errori, a sopraffare il più debole, a prendercela con il “diverso”, specialmente in periodi di crisi che lasciano aperte le porte a scenari già vissuti.