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mercoledì 3 agosto 2016

Note sparse

Personalmente non ho più parole nuove, concetti nuovi, sentimenti nuovi, per condannare l’immaturità, la violenza e la crudeltà di maschi-padroni. Potrei solo ripetere parole, concetti e sentimenti più volte espressi più per uno sfogo che con la speranza di far cambiare idea a qualcuno che mi costa dirlo è del mio stesso genere. Il non saper metabolizzare la fine di un amore, una storia, fosse anche solo di sesso, di questi cosiddetti uomini è una cosa spaventosa. O con me o con nessuno, questo è ciò che si nasconde dietro certi tristi e turpi fatti. Un concetto della donna immondo come lo sono loro. Una cosa privata, propria e in quanto tale si arrogano il diritto di decidere cosa farne, anche uccidere come non si farebbe per un animale domestico diventato ingombrante. I cani e i gatti si abbandonano sapendo che moriranno ma anche con una segreta speranza che qualcuno li possa salvare. Sparare, accoltellare, bruciare una donna è non dare speranze e possibilità. La “cosa” è mia e io decido la sua sorte. E’ duro dovere rimanere logici e non lasciarsi andare a leggi del taglione e vendette, almeno a parole, verso questi rifiuti dell’umanità.
 
Perché stupirsi se i giovani bolognesi, per non parlare degli italiani, hanno le idee a dir poco confuse sulla strage di Bologna? In un paese dove la memoria è una cosa dannosa, da evitare, dove il Duce resta ancora uno che comunque “fece anche del bene”; dove i movimenti fascisti e nazisti proliferano nella quasi totale indifferenza degli organi costituiti; un Paese che ha sdoganato senza colpo ferire i fascisti che siedono nel parlamento e che hanno occupato anche poltrone ministeriali; un paese dove il fascismo si è infiltrato nei partiti e nei movimenti che a parole dicono di non rifarsi a certe idee, mi sembra del tutto normale. D’altronde se dopo trentasei anni ancora non si è riusciti ad ottenere non dico giustizia perché non è di questo mondo ma nemmeno uno straccio di verità sui mandanti cosa ci si può attendere?
 
Oggi ho scoperto che esistono anche i filo-palestinesi pentiti. Ecco a costoro farei vedere il filmato che circola in rete del soldato israeliano (israeliano non ebreo perché le due cose sono assimilabili ma non simili) che sequestra la bici ad una piccola palestinese. Spiegatemi voi perché la bimba non dovrebbe crescere con un odio profondo contro chi la vessa, contro chi le ha rubato l’acqua, gli ulivi, la terra e gli ha costruito un muro per segregarla.

Figli del Sud

Mi sono avvicinato a Io che amo solo te, di Luca Bianchini, edito da Mondadori 2013 263 pagine 16€, disponibile in diversi formati e prezzo, con una certa dose di prevenzione dovuta alle tante citazioni che apparivano sulle pagine Fb e che lo facevano sembrare il solito libro sdolcinato come se fosse un qualsiasi Harmony (esistono ancora?). D’altronde, la storia lasciava adito a qualche dubbio.

Chiara e Damiano si devono sposare in quel di Polignano a mare, siamo in Puglia e più precisamente nella Valle d’Itria. La storia si sviluppa in pochi giorni e segue la vita dei due promessi sposi e delle loro famiglie impegnati negli ultimi preparativi per il fatidico giorno, dove gli sposi devono essere belli e felici ad ogni costo e dove si deve dimostrare al paese intero la propria potenza – in questo caso quella della famiglia di Damiano – anche economica, e dove il kitsch è sempre in agguato. Ma la vita non sempre si svolge come vorremmo. Con il vento che all’improvviso si alza vengono fuori storie antiche che riguardano Ninella madre vedova di Chiara e di Nancy, perché suona meglio di Annunziata, e la sua famiglia; Don Mimì potente e ricco commerciante di patate e Orlando ventiquattrenne fratello minore dello sposo, chiacchierato nel paese perché gay; senza trascurare la First Lady Matilde moglie di don Mimì; il fotografo Vito e il truccatore Pascal. E ancora i dubbi, le paure, le tentazioni dell’ultima ora e altro ancora in un concatenarsi di situazioni che regalano al lettore diverse ore di piacevole straniamento dalle notizie tragiche che purtroppo si susseguono.


Da una trama se vogliamo banale, Bianchini riesce a trarre una storia godibile anche se un po’ prevedibile, piena di colpi di scena piccoli e grandi che dànno verve al racconto e strappano un sorriso più di una volta. Tenendo conto che l’autore è un uomo del Nord, riesce bene nel descrivere certe situazioni tipiche del nostro Sud senza mai scadere nel macchiettismo. Nemmeno quando affronta un tema serio, come l’avere un figlio gay. Lo fa con delicatezza e con poche parole come un padre del Sud, un po’ stereotipato, potrebbe realmente affrontare un argomento del genere. Forse il libro è venato da un eccesso di ottimismo, da un’apertura mentale dei figli rispetto alle storie segrete dei genitori un po’ difficile da trovare nella realtà, ma va bene così.

Un libro semplice che non vuole insegnare nulla ma riesce lo stesso a trasmettere alcuni segnali come il rispetto, l’amore fraterno e l’amore in generale. Bianchini con questo libro non cambierà la storia della letteratura italiana, però regalerà ore di svago a chi lo leggerà. Immaginatevi su una spiaggia pugliese, se di Polignano a Mare e con la statua di Domenico Modugno che vi sovrasta meglio ancora; sotto l’ombrellone, con il maestrale che soffia, con gli ulivi alle spalle e con lo splendido mare davanti, in sottofondo Sergio Endrigo e immergetevi nella lettura. Un tocco di leggerezza nel trattare vizi, virtù e luoghi comuni nella vita non fa male.

giovedì 14 luglio 2016

Due libri per l'estate e non solo

Tra le pieghe della Storia con la maiuscola non mancano quelle considerate, forse sbagliando, storie minori, minori per gli altri ma non per chi le vive. E così Ida Verrei imbastisce due bei libri, Un, due, tre, stella! (2008, 140 pagine 14 €) e Le primavere di Vesna (2011 192 pagine 15 €), entrambi editi da Croce Libreria reperibili anche on line o nelle maggiori librerie.

Un, due, tre, stella! narra la vita di una bambina negli anni immediatamente successivi la Seconda Guerra mondiale, una bimba che non viene contesa ma semplicemente tolta alla madre e alla sorella minore dall’altro genitore forte del suo essere maschio e dalle carenze della legge italiana che di certo non difendeva i diritti delle donne nelle separazioni più o meno consensuali. La bambina, diventata ormai donna, rivive la sua vita e analizza, per quel che può, il suo vissuto, i rapporti con i genitori trasferitisi a Napoli al termine del conflitto e con la madre che con la crisi andrà a Genova vicino ai suoi genitori; con i parenti napoletani, famiglia benestante e attenta all’immagine, affettuosi, invadenti e anche opprimenti. La piccola Anna che vive sulla sua pelle la freddezza della nuova donna del padre, l’indecisione, la debolezza del padre che non sa proteggerla e che la userà come arma contro l’ex moglie. Ida Verrei narra questa storia con leggerezza senza scadere nel sentimentalismo e nell’autocommiserazione, perché si capisce che c’è del vero in quanto narrato, che pure sarebbe giustificata. Invece il libro scorre bene in un alternarsi di situazioni che si vorrebbe leggerlo tutto in una volta, arrivare fino alla fine per capire se Annarella riuscirà ad uscire indenne dalle prove a cui la vita la sottopone e se ormai adulta saprà analizzare la propria vita con la giusta dose di obiettività.

Eppure nella storia si sente che manca un pezzo. L’inizio dei rapporti tra i genitori e la cruda separazione. Si resta lì sospesi finché non si legge Le primavere di Vesna. Dal mare di Napoli e Genova ci si ritrova immersi nella neve della Slovenia dove i nonni di Anna si sono trasferiti per lavoro e così scopriamo la famiglia di Liana, che poi dovrebbe essere la madre di Anna, la sua crescita in una famiglia tutto sommato felice; il fascismo e la Resistenza slovena; la fuga quando i fascisti capiscono che la guerra è perduta; i giovani che scelgono i monti e quelli che dopo aver aderito al fascismo non sanno che cosa fare e rientrano nei ranghi. Il peregrinare porta Liana e la famiglia, cui si è aggiunto Giovanni, fragile amore cresciuto all’ombra dell’incertezza di quei giorni, che dismessa la divisa non ha le motivazioni per scegliere la montagna come il fratello di Liana, a Trieste, Venezia e infine a Napoli (la Liguria per i genitori di lei) dove Giovanni e Liana ormai sposi si trasferiscono. E qui troviamo ancora la bellezza del Golfo, il mare, i profumi che comunque non aiuteranno Liana ad ambientarsi anche perché non riceverà alcun aiuto da Giovanni che tornato tra le braccia di mammà si rinchiude in se stesso, trascura la moglie e allaccia una relazione con una compagna d’università. E qui mi fermo come al solito per non togliere ai lettori il piacere della scoperta.

Due bei libri, logicamente leggibili singolarmente, che ci calano nell’epoca e nell’ambiente con sapienza, dove la fantasia si mescola con la realtà formando un tutt’uno che dà gradevolezza alla storia nell’alternarsi di situazioni più o meno drammatiche. Comunque ben scritti.

lunedì 20 giugno 2016

Una non analisi del voto

Sinceramente non so se valga la pena mettere per iscritto le sensazioni che ho, non penso sia il caso di parlare di analisi del voto, lascio ai dotti esprimersi. Mi pare del tutto inutile dopo aver letto migliaia di parole nel corso degli ultimi mesi da parte di tutti che spesso contraddicevano ciò che era stato detto fino a poche ore prima. Per non parlare delle contraddizioni che riguardavano e riguardano una vita intera. 
 
Parlavo di sensazioni. Come quelle che ho avuto stanotte quando ho sentito le grida di gioia dei pentastellati sotto il palazzo comunale, mi è venuto in mente la presa del Palazzo d’Inverno di ben altra memoria. Dal loro punto di vista è sicuramente così. Dopo molti decenni, se non vado errato quasi un secolo, Genzano di Roma non ha una giunta di sinistra o, negli ultimi anni, di centro-sinistra. Evito di aprire una lunga parentesi su cosa sia la sinistra a Genzano per non parlare dell’Italia. Immagino la stessa cosa sia accaduta a Roma, Torino e Carbonia dove i grillini hanno vinto i ballottaggi con le tre candidate. E qui si apre un nuovo versante: coloro, senza distinzione di sesso, che si rallegrano che nella capitale attuale, nella prima capitale e nel centro carbonifero sardo ci sia per la prima volta una sindaca. La cosa non mi turba, figuriamoci, ma nemmeno mi rende particolarmente contento. Perché dovrei gioire che una donna sia diventata prima cittadina se in lei non ripongo nessuna fiducia, speranza, anzi la cosa mi inquieta alquanto. Meglio una donna di cui non mi fido che un maschio di cui non mi fiderei nella stessa misura? Non capisco quindi tutto questo ciarlare sulla prima donna sindaca di questa o quella città. Vorrei avere una macchina del tempo e poter andare a ripescare i pensieri di costoro immediatamente dopo l’elezione di Irene Pivetti alla Presidenza della Camera.
 
E non gioisco nemmeno che il Pd abbia perso. Oddio, so che è difficile da spiegare ma ci provo. Se astraggo il partito da tutto il resto non solo gioisco, faccio un sabba, bevo come non ho mai bevuto ed ebbro di felicità salto e ballo in ogni dove. Ma la politica non è questa, perlomeno per me. Come dico sempre il Pd non è un partito di sinistra, e mi dispiace per gli amici e le amiche che ancora ci militano convinti che sia emendabile come mi dispiace per coloro che ancora si ostinano a votarlo e a dare una fiducia completamente immeritata e tradita. Sui partiti si fa l’analisi politica non il tifo da stadio. Quello è ammesso quando si festeggia la vittoria. Il Pd non ha nulla da festeggiare nei risultati come nella politica sviluppata nel corso degli anni. In molti, me compreso, ci siamo turati il naso per anni ma ad un certo punto si deve respirare. C’è chi ha respirato e basta e c’è chi è andato ad inebriarsi nell’odore ambiguo, per me sconfinante nella puzza di una gora dell’eterno fetore (cit.) pentastellato.
 
L’ho già detto, per quel che conta non spostando nemmeno i voti di chi mi è vicino, che mai avrei votato per un seguace di Grillo, mai avrei vergato la croce sul simbolo di quel partito nato per occupare un posto lasciato vuoto dalla Politica, per soddisfare da un altro punto di vista ma contiguo i bisogni di pancia degli italiani. Qualcuno mi ha detto che sono esagerato se parlo del periodo succeduto alla prima guerra mondiale, a quel vuoto e quella protesta. Va bene, il mio pessimismo cosmico mi fa vedere nero anche dove il nero non c’è. Lo spero ardentemente. Forse lo sperano anche tutti quegli ex-comunisti accorsi a frotte nelle file che sono cresciute per salire sul carro dell’imbonitore di turno. Lo voglio sperare per quelli che hanno cancellato bellamente i loro principi di uguaglianza, fratellanza, accoglienza e altre corbellerie simili. Lo spero per voi e per le vostre coscienze. Come spero in un risveglio dei piddini costretti a seguire un capo democristiano. 
 
Una cosa mi attendo dai grillini: che neutralizzino le scie chimiche che interferiscono con il mio microchip.
P.S. Non è detto che si debba andare d’accordo con tutti a tutti i costi.

lunedì 13 giugno 2016

Il Gay Pride e i morti di Orlando

Sabato, durante il gay pride, mi sono chiesto cosa stessi facendo lì. E’ stato il pensiero di un attimo, fuggevole, come un refolo di vento nella calura pomeridiana. Mi è tornato in mente ieri mattina presto mentre attendevo di uscire per andare a fare la mia solita mezza giornata domenicale di volontariato. Ho riflettuto che se tutti quelli come me, ovvero chi non si è mai preoccupato di sapere chi ama chi, o che credo seguisse chi mi è vicino a qualsiasi titolo e altre quisquilie del genere, fossero rimasti a casa avremmo lasciato soli (uso il maschile per comodità di scrittura) tutti quelli che la maggioranza silenziosa ma non troppo -vediAdinolfi, Giovanardi e compagnia becerante- considera anormali. Con un’amica ci siamo anche confrontati sull’eccesso, chiamiamolo così, della manifestazione. Nudità, trucchi, slogan anche forti per certe orecchie, ecc. ma ci siamo risposti che se così non fosse stato e non fosse ancora, probabilmente certi risultati non si sarebbero avuti. Forse gli “eccessi” finiranno quando ci considereremo tutti come persone e non classificandoci in etero, gay, lesbiche, trans e altro. Perché in fondo quello siamo, persone. Non è difficile da capire, basta un poco di buona volontà e liberare la mente da preconcetti dovuti principalmente alla fede in qualche religione. 
 
Poi, tornando a casa, ho saputo dei 50 morti in un locale gay. E mi sono reso conto che la strada da fare non è lunga, è praticamente infinita. Chi ha ucciso sarebbe un americano figlio di afgano con presunti legami con l’estremismo terroristico dell’Isis. Sembra anche che l’insano gesto sia dovuto, a detta del padre del pluriomicida, alla rabbia del giovane per aver visto due uomini baciarsi. Siamo ancora ai sembra e non ai dati certi che comunque poco cambiano nel risultato finale, un centinaio di persone colpite tra morti e feriti. Però qualche certezza c’è già. L’eccessiva circolazione di armi in America e l’omofobia e, prendendo in considerazione la logica della distinzione, la non accettazione del diverso. Che la strage sia stata compiuta da un presunto simpatizzante del califfato non cambia di una virgola il risultato e parte dell’analisi come se fosse stata messa in atto da un bianco razzista e omofobo. Anzi dovrebbe far riflettere, invece di trovare pretesti per polemizzare, su certe posizioni che si toccano in mondi così apparentemente lontani.
 
Cinquantatré morti e cinquanta feriti solo perché volevano esseri liberi di vivere la loro vita, essere liberi di amare chi volevano.

giovedì 2 giugno 2016

Il sogno

La stanza è piena di gente, sembra un pranzo domenicale o forse una festa, un banchetto per qualche ricorrenza. Lei è seduta sui gradini che portano al terrazzo, è vestita di bianco e coi capelli neri. Lui è in ginocchio davanti a lei, il viso alla stessa altezza. La donna allunga le braccia scoperte le poggia sulle guance dell'uomo e lo attira a sé, lo guarda e lo bacia, appassionatamente. Lei lo scansa e porta le sue mani sulla scollatura del vestito, l'allarga mettendo in mostra il suo seno a cui lui ha il tempo di dare due baci e vedere che sotto il vestito indossa un reggiseno nero con la parte superiore della coppa trasparente, sembra di tulle. Si ricompone. A nessuno sembra interessare ciò che accade a pochi metri, centimetri da loro. La donna non lo lascia continua a trascinarlo in un vortice di baci.
 
Repentinamente la scena cambia. Lei non c'è più. Si sente dire: "lo vuoi un caffè?" e la scena si trasferisce in strada. Le portiere della macchina si aprono e i due fratelli entrano. "Andiamo in piazza?". L'automobile parte.
 
L'uomo riappare sulla passeggiata, all'altezza della statua della Madonna che è all'inizio dei giardinetti. Stringe nella sinistra una borsa da lavoro. Dentro ci potrebbero essere documenti legali, notarili o dei libri, sembra pesante. Sotto il terrazzamento dei giardinetti più basso scorre il traffico non molto fitto. Sulla sinistra del primo camminamento c'è una panchina con quattro persone, due donne e due uomini. L'uomo li vede e sussulta. Volutamente urta la donna che è più esterna, chiede scusa e si allontana con passo rallentato. La signora bianco vestita si alza e con passo accelerato lo segue e lo sorpassa senza dire e fare nulla. Arrivata allo slargo che corrisponde ai giardini del bar che sono alla fine dei giardinetti volge leggermente il capo e piega a destra verso i bagni e il deposito del bar. L'uomo fa finta di nulla, finge una indecisione e poi anche lui si dirige verso le due porte. Entra nel deposito.
 
Lei è lì che lo attende, non dice una parola, gli prende il viso tra le mani e lo bacia e mormora" "Baciami, baciami, baciami" incessantemente. La borsa è caduta a terra, le mani corrono nei posti segreti. All'improvviso, senza una parola si dividono. Lei esce. Lui, interdetto, la segue dopo pochi secondi. Non la vede, sembra essersi dissolta alla luce del sole. La cerca con il cuore che batte forte. Non c'è più nessuno, solo le piante, le panchine e il silenzio.
 
Si sveglia con il cuore in tumulto, nel silenzio della notte sembra quasi sentire il tump tump del muscolo che pompa il sangue. Allunga la mano e non trova nessuno accanto a sé.
 
Mi sveglio anche io, non ho il cuore in tumulto ma un lieve stato di agitazione. Sarà stata l'aorta pazza? O l'ernia? O più semplicemente la fame?
 
Ps Il resoconto del sogno è stato "integrato" di poche parole per renderlo più filante. I luoghi sono veri e sono la mia casa e il mio paese d'origine. Ripeto "giardinetti" perché così venivano chiamati. Mi rendo conto che la descrizione del reggiseno è datata ma che ci volete fare? Gli anni quelli sono. Nella veglia che è seguita al sonno, passata anche a fissare nella mente il sogno, sono riuscito a dare un volto alla donna. Non sapevo spiegarmi come ci sia capitata ma alla fine ci sono riuscito.

lunedì 30 maggio 2016

Una donna è morta

Cosa potrebbero aggiungere le parole di un signor nessuno al dramma dell'ennesima donna ammazzata da un maschio padrone che non riesce a concepire che la storia d'amore (visto l'epilogo ho delle remore ad usare questo termine) avuta con la vittima sia finita? Nulla, non potrebbero aggiungere nulla essendo solo parole, avendole dette già più di una volta, avendole scritte e dette da altri meglio di quello che faccio io. 
 
 A cosa servono le parole se chi con le parole stesse ci lavora non riesce ad esprimersi senza cadere nei luoghi comuni per descrivere la vittima e che alimentano poi pericolosissime e aberranti posizioni nel gran vociare dei social network. 
 
A cosa servono le parole che gli utenti dei sn scrivono senza rispetto per la vittima, quasi a giustificare, a scusare, a capire l'assassino che ha ucciso con crudeltà una donna. A cosa servono le parole se da tutta questa storia, l'ennesima e non sarà nemmeno l'ultima, sta prendendo il sopravvento che la colpa sia di chi non si è fermato, di chi non ha capito, di chi è colpevolmente fuggito, che comunque sono a loro volta diventati complici. Il colpevole materialmente è uno, i complici non sono solo quelli che sono fuggiti dalle loro responsabilità, sono molti di più. La famiglia, le madri e i padri, i fratelli, gli uomini nella loro totalità, anche quelli che come me inorridiscono a certe notizie. E' la nostra società basata sulla sopraffazione, sul concetto di proprietà privata, sul concetto di donna come cosa propria di cui disporre e da cui non si può accettare l'abbandono. A cosa servono le parole al povero corpo bruciato come carta straccia per mano del solito uomo violento.

mercoledì 18 maggio 2016

Un giorno da Savonarola non si nega a nessuno



Che chiunque parli e scriva di tutto è un dato di fatto, prima si faceva al bar davanti al caffè o ad un bicchiere di vino all'osteria, ora si fa sui social network. Insomma poco è cambiato: il veicolo con cui si dice e l'uditorio, ampliato a dismisura. Sono rimaste uguali le corbellerie che si dicono. Sia chiaro che tra coloro che parlano troppo ci sono anche io, ogni tanto tento di limitarmi ma poi ci ricasco come i tossici, siano essi tabagisti, alcolisti o altro ancora.

Così ci sono "dottori" che disquisiscono sui vaccini per poi passare bellamente alle scie chimiche; nutrizionisti che consigliano cosa mangiare e come cucinare ciò che mangi; vegetariani che gentilmente, qualche volta, ti spiegano quale crimine orrendo compi mangiando carne; vegani che, quasi sempre con violenza, ti accusano di essere uno sfruttatore di animali anche se solo ti azzardi a mangiare il miele; agricoltori che si scagliano contro le serre e di converso gente che compra qualsiasi cosa basta che qualcuno gli dica che è biologica; lettori che criticano giornali e giornalisti senza aver mai comperato un quotidiano o quel particolare giornale su cui riversano livore a più non posso; cittadini che si lamentano, accusano e inveiscono contro i politici locali e nazionali ma che poi ti dicono che non hanno mai votato e non sanno nemmeno chi è al governo; militanti a cui fai notare che il loro leader ha detto questo o quello e li vedi aprire la bocca da dove cola un filo di bava e strabuzzare gli occhi, poiché non sanno e non vogliono credere a ciò che gli stai dicendo, ma che comunque continuano a sostenere di avere ragione (tutti da destra a sinistra). E si potrebbe andare avanti all'infinito.

Siamo in pratica circondati da “savonarola” da strapazzo, millenaristi di ritorno con un potere enorme e i cui danni si vedono abbondantemente.

sabato 14 maggio 2016

Cobane, tera e guera


Cobane? Sì me sembra d’averla sentita nomina’. Kobane col kappa? Sì vabbè, ma tanto sempre Kobane resta. Me pare che sia ‘na città della Siria, ne ha parlato pure la televisione, dicevano che l’Isis l’aveva attaccata circondata conquistata e quasi distrutta ma che pochi Kurdi se l’erano ripresa. E c’era pure quella storia delle donne che combattevano come i maschi e erano pure brave ma poi me devi da di’ come hanno fatto a riconquista’ la città co’ du’ fuciletti mentre quegl’artri c’avevano de tutto, sì vabbè la resistenza l’amor di patria ma le armi so’ armi aspe’ me ricordo pure che ‘na comandante femmina era venuta in Italia pe’ fasse ‘n giro pe’ di’ quanto erano bravi ‘sti Kurdi a ferma’ ‘st’assassini dell’Isis ma poi non se ne è saputo più nulla. Me ricordo solo che i turchi a un certo punto hanno cominciato a bombarda’ i kurdi e che se diceva che il primo ministro turco co’ ‘na mano aiutava l’Isis coll’artra je faceva la guera e intanto speculava sui profughi, se la prendeva coi giornalisti turchi e non solo e trattava coll’Europa pe’ facce du’ sordi pe’ pote’ continua’ a fa’ quel che cazzo je pareva. Ho visto, si nun me sbajo, che co’ ‘sti kurdi se so’ divertiti un po’tutti, in Iraq quando c’era Saddam l’hanno pure gasati, in Siria non ce so’ andati leggeri e nun parlamo della Turkia. Ocia che? Guarda de cioce conosco solo quelle ciociare ma nun le portano manco più loro ahhhhh Ocialan spetta che me devo ricorda’ chi è … sì sì quello che se semo venduti e che mo sta dentro a ‘ncarcere da ‘na vita da solo senza pote’ parla’ co’ nessuno, me ricordo c’aveva du bei baffoni quello che se vede sulle bandiere quanno ce sta quarche manifestazione strana n’giro pe’ Roma aho vengono tutti a Roma a manifesta’. 

Zero calcare in Siria? Ma che me stai a cojona’? Co’ tutti i problemi che c’hanno in quer posto me stai a parla’ d’anticalcare ma se nun se trova ‘na lavatrice pe’ non di’ ‘na lavastoviglie nemmanco a pagalla oro! È un nome? e che cazzo de nome è? e che c’è annato a fa’ in Siria? era stanco de campa’? Ahh è un disegnatore de Rebibbia che va de moda mo’, ho capito e che se disegna a Kobane che nun ce sta più manco ‘n muro dritto? disegna sulla carta? e perché c’hanno ancora la carta in Siria? Vabbè ho capito è annato a Kobane pe’ vede’ come campavano e co’ internet mannava i disegni, insomma come quelli de Tex, a un giornale e mo c’ha fatto un libro. Secondo te dovrei annà su internet e invece de vedemme i firm zozzi me dovrei compra’ ‘sto libro? Se vado in quei negozi che li vendono, mo nun me ricordo come se chiameno, lo trovo lo stesso? nun vorrei che poi me s’mpalla er compiuter. Vabbè tutto sto pippone pe dimme che me dKobane calling de Zerocalcare e che ha stampato bao ma che razza de nome è? ah lo riconosco perché c’ha ‘n cane per simbolo, aho ma costa 20 euri si vabbè lo dice lui co’ sto nome der cazzo che dà quarcosa in beneficenza pe’ ‘sti kurdi dici che se dovemo fida’? guarda lo faccio solo perché me lo dici te e grazie pel caffè.
evo compra’ sto libro

Aspe’ prima d’annattene me dici ‘na cosa? Ma poi quarcuno a Kobane gli ha risposto?

venerdì 6 maggio 2016

Le foto come alibi

Che la fotografia abbia un grande potere è un dato di fatto incontrovertibile. Dal suo avvento sono tante le immagini che sono diventate pezzi di storia, basti pensare, e cito a caso, a Butch Cassidy; la bandiera rossa su Berlino; Anita Ekberg e Marcello Mastroianni nella Fontana di Trevi; il miliziano di Capa; il ritratto del Che; Bartali e Coppi e la mitica borraccia; le foto dei lager nazisti; il bambino del ghetto di Varsavia; e, per farla breve, le foto del piccolo Aylan che avrebbero dovuto cambiare la sensibilità verso i profughi siriani, il parto in un campo profughi o i bombardamenti di Aleppo.
Insomma ci si è aggrappati al potere della fotografia, sia esso salvifico o di denuncia, in molti momenti di difficoltà. In questi giorni va per la maggiore la foto di Tess Asplund che in Svezia si oppone da sola e con il pugno chiuso ad una marcia di neo-nazisti. Tess non solo li affronta con il pugno chiuso (comunista? socialista? generico simbolo di contrapposizione?), ma è anche di colore (chissà se è ebrea e gay, come si diceva un tempo per riunire tutte le sfortune), è un’attivista per i diritti umani. Tutti lodiamo il suo coraggio, la sua fermezza nell’affrontare quei trecento potenziali violenti. Tutti apprezziamo lo scatto bello in sé, simbolico, coinvolgente, significativo. 
Io però mi pongo una domanda. In Europa sono nati prima il fascismo e poi il nazismo, abbiamo vissuto sulla pelle dei nostri nonni o genitori la violenza, l’assurdità, direi l’irrealtà di questi due movimenti che miravano allo sterminio del diverso e al dominio di pochi su molti. Celebriamo ogni anno giornate della memoria per questo o quel popolo; sbarchi e liberazioni; martiri e sopravvissuti.
Dovremmo avere abbondanti anticorpi per rigettare indietro questi nostalgici del passato, lo potremmo e dovremmo fare in ogni paese perché ogni nazione dell’epoca ha vissuto quegli orrori e ha avuto fiancheggiatori del regime nazista, un esempio per tutti gli Ustascia croati. Invece no. Ci ritroviamo una Europa fintamente unita sempre più chinata verso la destra, razzista, violenta, antisemita, anti-islamica, omofobica. Insomma quel peggio che troppo velocemente e facilmente avevamo pensato di aver debellato dai nostri paesi. La manifestazione svedese non è che una delle tante, in Italia se ne tengono centinaia e ormai sembra normale autorizzare questi immondi raduni dove si inneggia a Mussolini o Hitler. Perché stupirsi che poi certe nazioni facciano scelte a dir poco discutibili sugli immigrati?
Foto di Gianni Berengo Gardin Piazza San Marco 1959
Qualcuno ricorderà le sanzioni europee, pochi mesi, all’Austria quando quel bel tomo di Haider entrò nel governo austriaco? Bene, quali sanzioni sono state adottate verso l’Ungheria? Qualcuno sa cosa è successo in quel paese? Ma non si può sanzionare nessuno se tutti o quasi la pensano allo stesso modo. E così è tutto un fiorire di muri, barriere, frontiere protette e altro ancora che deve tenere fuori dai confini europei poche centinaia di migliaia di persone in fuga dalla guerra o dalla fame. 
Allora sarebbe il caso che invece di lodare il coraggio dei singoli, in questo caso Tess come potremmo prendere ad esempio questo o quel volontario che soccorre i profughi, un medico, un militare che si commuove davanti ad un bambino, prendiamo qualsiasi foto, facciamone una icona ben sapendo che non risolverà il problema senza il coinvolgimento di tutti, a partire dai governi per passare per le scuole senza trascurare le tanto mitizzate famiglie. E comunque il problema non si risolve istituendo il reato di negazionismo o aumentandone le pene, il problema si risolve culturalmente educando sin da piccoli al rispetto per gli altri, all’uguaglianza, alla fratellanza e alla libertà. Lo dovrebbero capire anche quei giovani che hanno strappato le pagine del libro di Salvini. E’ stato un gesto che ha riportato alla mente, nella sua diversità ma nella stessa violenza, i roghi dei libri dei nazisti e non solo. Non è impedendo di parlare che miglioriamo la situazione.