Pagine

giovedì 29 marzo 2012

Il ritorno. Francesca e Anna

Avevo lasciato i miei pochi e affezionati lettori con la minaccia di pubblicare i tre ritratti delle donne del racconto. Giovanna l'ho già pubblicato (chi non lo ha letto e ne sentisse la mancanza lo trova qui) Vado a chiudere questo lungo racconto con le altre due donne, Francesca, compagna di una notte, e Anna, compagna mancata di una vita. Se poi ci fosse qualcuno che non ha letto nulla e sentisse l'insopprimibile desiderio di leggere tutto dall'inizio lo può fare cercando l'etichetta Il ritorno.

Francesca
Sentì la porta che si chiudeva alle sue spalle, andò verso le scale che portavano alla mansarda, alla sua camera. Lo faceva a memoria, gli occhi pieni di pianto le impedivano di vedere dove poggiava i suoi piccoli e leggeri piedi. Non sapeva perché piangeva ma lo faceva e si sentiva meglio, come se la tensione accumulata nei suoi pochi anni si stesse sciogliendo lentamente. Forse l'emozione per una notte d'amore diverso, pulito, che le aveva donato uno sconosciuto. Aveva taciuto, a Marco, una parte della verità, lo aveva fatto per non essere costretta a mentire. Dire spontaneamente tutto o quasi per evitare domande. Ormai era brava ed esperta nella tattica. Era vero che studiava e che il lavoretto le serviva per mantenersi, come era vero che i suoi genitori non avevano possibilità di mantenerla. La madre, perso il lavoro, si arrangiava facendo le pulizie, il padre, perso anche lui il lavoro, ciondolava per la casa e per il paese incapace di reagire. Avevano sperimentato cosa fosse la quasi povertà, condizione mai conosciuta prima. Era arrivata tutta insieme, all'improvviso e senza che si vedesse uno spiraglio, una luce in fondo al tunnel dove erano precipitati loro e il Paese. La madre, forte come tutte le donne, aveva preso in mano le redini della casa andando a lavorare, senza vergogna, in casa anche di coloro che erano sue amiche, per garantire comunque un'entrata mensile. Il padre, debole come tutti i maschi che perdono il loro ruolo, era già avanti negli anni e non trovava nulla da fare. Era stato per anni un operaio generico, senza una specializzazione e non trovava nessun lavoro. Di tanto in tanto faceva lavoretti che gli permettevano di racimolare i soldi per le sigarette e poco più. La cassa integrazione serviva a pagare l'affitto e poco più. Poco più che diminuiva costantemente, dal superfluo si era passati al necessario per finire all'indispensabile. I risparmi, non molti, si assottigliavano con velocità crescente. Francesca, stanca di quella precarietà, aveva deciso di fare la scelta di andarsene, di abbandonare il piccolo paese che non dava sbocchi. Lo fece d'estate per avere qualche possibilità di trovare un lavoro stagionale che gli permettesse almeno di sopravvivere.
Il padrone dell'alberghetto fu gentile, all'inizio, le offrì vitto, alloggio e un poco di stipendio rigorosamente al nero. Finita l'estate le chiese qualcosa in più, qualcosa che Francesca non poteva rifiutare se non tornando a pesare sulle spalle e le magre condizioni economiche della famiglia. Fortunatamente non fu violento e non era vecchio. Glielo fece capire con gentilezza, ma sempre da maschio si era comportato anche se mantenne la promessa che non avrebbe chiesto un secondo passaggio. Francesca aveva iniziato ad odiare gli uomini perché da loro dipendeva il suo mantenimento e la sua autonomia e, prima che qualcuno si facesse avanti, era lei a scegliere con chi giacere. Era carina e si faceva pagare bene. Marco rappresentò l'eccezione, una parvenza di normalità nella sua vita già segnata dal passaggio da una classe sociale all'altra.
Piangendo raggiunse la sua stanza, si sedette sul letto e tentò di calmarsi. Di quella notte non le restava che un tenero ricordo, un numero di cellulare e una vaga promessa di Marco di aiutarla a trovare un lavoro nella grande città. E trecento euro non guadagnati.

Anna
Lo aveva visto entrare nel bar, se non era cambiato molto, avrebbe preso un caffè e un bicchierino di sambuca, lo faceva anche da giovane ma solo nel dopo pranzo. Lasciò la finestra, senza saperlo lo fece contemporaneamente ad Esterina, e si sedette sul letto, ancora mezza nuda. Il rimpianto iniziava a farsi vivo, la consapevolezza, da parte sua, di aver commesso un errore solo per spirito di vendetta, coccolato e fatto crescere negli anni, con la speranza di avere la possibilità di liberarlo. Ormai si era quasi rassegnata all'impossibilità di rivalersi su Marco e mai avrebbe pensato che l'avrebbe fatto su un letto concedendosi con passione e godimento e prendendo quello che riteneva fosso suo. L'averlo lasciato andare, anzi l'averlo cacciato in malo modo, la feriva, non era da lei. Persona gentile e sensibile, come la definivano, non avrebbe dovuto comportarsi in quel modo. In fin dei conti aveva regalato il suo corpo all'uomo che aveva amato e che l'aveva abbandonata senza un motivo. Adducendo motivazioni risibili, se ne era andato da lei e dalle altre ragazze che, lo sapeva bene, lo tentavano. Era fuggito, a pensarci bene, non da lei ma da tutti, da tutto il paese.
Un brivido la scosse, non sapeva se fosse freddo o altro. Lo aveva perso ancora una volta e per colpa sua, per desiderio di vendetta quando avrebbe voluto dargli amore. Ma non era più possibile porre rimedio a ciò che aveva fatto. L'unico legame era il cellulare e il suo numero che aveva buttato nella tazza del cesso, era proprio il caso di dirlo. Lo odiava, lo odiava e lo amava ancora a distanza di anni. Lo odiava perché riusciva a mentire anche dicendo la verità, lo odiava perché l'aveva lasciata senza una spiegazione, lo odiava perché non l'aveva più cercata in tutti quegli anni, come se fosse stata un'avventuretta estiva. Eppure avevano passato giorni, mesi, anni stretti in un'amicizia che si era trasformata in qualcosa di più. Avevano scoperto insieme il mondo e la vita, il bello e il brutto, l'amore e il sesso. Avevano scoperto tutto ma non erano stati capaci di affrontare le loro stesse scoperte. Lui più di lei. Lui in perenne fuga, Anna aveva pensato che fuggisse solo a parole finché non fuggì anche con il corpo e con il cuore. E a lei non rimase nulla di lui se non un odio che aveva cullato e cresciuto come un figlio. Un odio che aveva tenuto nella sua casa con cura accudendolo ogni giorno anche se aveva sposato un altro uomo. Era il suo segreto. E ora, che era tornato, lo aveva cacciato. Ora sì che lo aveva perso per sempre.

Marco chiuse la sua piccola valigia. Quello che non c'entrò lo mise in busta di plastica. Controllò la stanza dell'albergo e prese l'unica cosa che era rimasta sul comodino. Il pacchetto di sigarette con l'indirizzo di Anna. Ma lei questo non poteva saperlo.

5 commenti:

Ernest ha detto...

grazie grazie

il monticiano ha detto...

E' un peccato se chiudi questo racconto.
Però la frase finale "Ma lei questo non poteva saperlo", se non mi sbaglio, lascia intravedere un seguito.

Martina ha detto...

Quando pubblichi? ;)
Ho letto e riletto tutto. Mi hai messo tristezza, ma di quella tristezza buona. Ho riguardato al mio passato e mi sono detta: forse mi sono salvata.
E vorrei che questo fosse un libro da tenere sul comodino.

Gap ha detto...

Complimenti per la costanza che avete avuto.

Dovessi avere dei soldi che mi crescono, cara Martina, lo farò stampare e te ne farò dono.

Martina ha detto...

ci conto ;)