La sala d'attesa è piena come un uovo. Non ci sono posti a sedere, si attende che qualcuno venga chiamato per conquistare una sedia. La permanenza, già si sa, sarà lunga. Intanto ti togli il cappotto perché il caldo si fa sentire e, conquistato il posto, apri il giornale, che oggi non ti annoierà ma ti aiuterà a vincere la noia dell'attesa, per una lunga e accurata lettura delle notizie del giorno prima.
Monti, la conferenza stampa, il diverso approccio, la mancanza di false promesse e battute di dubbio gusto. Insomma cose già risapute ma che non puoi leggere con la calma che ti eri prefissato e pregustata. Una vecchia, spiace definirla così ma si è vecchi non solo per ragioni anagrafiche, riesce ad intrufolarsi nel dialogo tra una ragazzina e i suoi genitori. E inizia il calvario. Mi siede a fianco, mi parla nell'orecchio sinistro con la sua voce stridula e fastidiosa. Cerco di non sentirla, di astrarmi e mi concentro su ciò che sto leggendo. Ma è difficile, molto. E' un crescendo che raggiunga l'apice quando i genitori della bambina sono chiamati alla visita. Si sposta nella sedia che mi è difronte e siede di fianco alla giovane vittima sacrificale, socievole e ben educata. Parla, la vecchia, parla senza fine. E una melassa parolaia inizia a stendersi sugli astanti. La banalità dei luoghi comuni si spande nella sala d'attesa. Spero che la bambina venga chiamata dai genitori, ma la speranza è vana, come la maggior parte delle volte che la si invoca. Spero che stia zitta così anche la vecchia che ha preso il suo posto alla mia sinistra la finisca di annuire come i cagnolini che una volta si mettevano sul pianale posteriore delle macchine e che facevano sempre sì con la testa. Spero che almeno gli venga un attacco di cervicale che la faccia rimanere con il collo teso e fermo. Ma è tutto inutile. Avessi una pistola metterei fine allo sconcio spettacolo. Zittirei la vecchia numero uno e fermerei per sempre la vecchia numero due. E poi, per completare l'opera, libererei il mondo da qualche altra persona inutile. Salverei solo la suora, strano per un anticlericale come me, che è l'unica altra persona che legge. Tutti gli altri fissano il muro con un horror vacui da far spavento. Non mi resta altro da fare che cambiare posto. Platealmente, cosa che mi riesce sempre bene, chiudo il giornale rumorosamente e quasi con violenza, le guardo tra il male e lo schifato e vado nell'anticamera della sala d'aspetto, in piedi, a leggermi ciò che resta del quotidiano.
Prima però esco a fumarmi una sigaretta, così, tanto per non farmi mancare nulla. Rientro e mi sistemo contro il muro, con il cappotto sulla ringhiera delle scale che portano ai bagni del personale. E scopro che soffrono tutti di "piscite", un via vai continuo. Ma la costanza premia e si libera un posto su i quattro disponibili. Riprendo la lettura, sono arrivato alle pagine economiche, su cui resto poco. Ma anche il giornale finisce e non posso far altro che ricominciare da capo e leggere le notizie prima tralasciate. Sedute vicino a me ci sono madre e figlia che parlano e ridono delle cose che si dicono, davanti una giovane mamma spiega alla figlia piccola come è fatto un occhio, aiutandosi con un cartello affisso al muro. La bambina è intelligente e interagisce dando soddisfazione alla madre e a me che, anche non volendo, le ascolto. Quando ormai sono convinto che si sono dimenticati di me oppure inizio a pensare che hanno spostato la mia prenotazione per favorire altri, vengo chiamato. Faccio la prima parte della visita e vengo fatto accomodare nella terza anticamera degli ambulatori oculistici in attesa che l'atropina faccia effetto. Arriva un'altra vecchia che altezzosamente si rivolge all'infermiere: "Vorrei sapere quando tocca a me, visto che siete in ritardo". Il paramedico la guarda dall'alto in basso, non perché sia come Brunetta ma perché è seduto, e le chiede il nome "Ginevra ...". Nella mia testa, avendo visto anche la sua pelliccia, si fa giorno e capisco. La signora non è abituata agli ambulatori pubblici, fosse il sintomo della crisi anche questo? Attendo, non posso fare altro. Arriva il turno di Ginevra che viene chiamata dal dottore che resta con la testa bassa a leggere il foglio delle prenotazioni e non si accorge che la paziente è entrata. Alza il viso e chiama di nuovo. "Sono qui, ma questa è una sala d'aspetto, mica uno studio medico" dice con voce risentita. "Se vuole può anche chiamarlo cesso" le risponde il dottore.
Vado via contento di aver fatto una buona visita pagando "solo" il ticket con dei medici professionali e gentili, anche se in un cesso.
venerdì 30 dicembre 2011
mercoledì 28 dicembre 2011
Eppure leggevo due o tre quotidiani al giorno
Ho iniziato a leggere il giornale da ragazzo e non ne leggevo solo uno, ma due e anche tre. Leggevo tutto meno che le pagine d’economia, a volte, finito anche lo sport, tornavo indietro e mi leggevo almeno i titoli economici. E il leggere mi porta a dirvi che in questo post ci saranno molte ripetizioni perché leggere non ha sinonimi, è un verbo unico e bellissimo che non può essere sostituito da altra parola.
Leggevo e leggo libri, senza distinzione di genere, e ancora i fumetti. Invece leggo molto meno i quotidiani e, direi mai, settimanali e altri periodici. Insomma c’è stata una contrazione nell’acquisto e nell’uso della carta stampata. E non è solo un problema economico, almeno per me. E’ che i quotidiani, la stampa, l’informazione in genere, mi annoiano. Spesso anche le poche righe di Michele Serra, per citare uno dei famosi, le lascio a metà e passo a leggere la posta dei lettori, francamente molto più interessante di tanti articoli. I quotidiani mi annoiano, ma non solo loro. Anche l’informazione televisiva mi annoia. A seconda dell’orario di lavoro, vedevo tre telegiornali di seguito, un’ora e mezza di informazione che integrava la lettura dei giornali, e finché è vissuta l’edizione pomeridiana di Paese Sera leggevo anche quella.
Ho avuto la fortuna di lavorare in un giornale e, per diversi anni, in una rumorosa stanza dove c’erano le telescriventi che battevano le notizie delle agenzie di stampa. Le dovevo selezionare secondo l’argomento per poi portarle ai capi servizio. Non mi limitavo a capire l’argomento, no, le leggevo tutte tranne la Tass in russo e l’Ap in inglese, dall’inizio alla fine, anche la terza rete dell’Ansa che batteva notizie regionali. Ero informatissimo, anche se poi tutte queste informazioni che giacciono inutilizzate nel mio cervello mi sono servite e mi servono solo quando gioco a Trivial. Ormai l’informazione è in mano a prime donne saccenti e pontificanti.
Mi annoiano i giornali, e molto mi ha annoiato leggere di Giorgio Bocca. Mi ha annoiato leggere panegirici e stroncature post mortem, un inutile esercizio retorico che nulla ha portato alla figura del giornalista scomparso. Forse dovremmo ricordare che è diventato GIORGIO BOCCA dalla discesa in campo di Berlusconi. E’ diventato funzionale a una certa sinistra che trovava nel suo antiberlusconismo una legittimazione del proprio, così come è successo con Montanelli e Biagi. E faceva comodo anche ad una certa destra per gli stessi identici motivi di una certa sinistra. Ed ecco che è diventato uno dei campioni della “resistenza” antiberlusconiana. Di lui mi resta la certezza che fu antifascista convinto come fu anticomunista. Anche lui, comunque, mi annoiava. E scusatemi se vi ho annoiato.
martedì 27 dicembre 2011
Il ritorno 6
“E bravo il mio cercatore di passato, iniziò la voce, sei partito per trovare le tue radici e ti sei fermato alle prime tette”.
“Per favore, non complicare le cose anche te”.
“E cosa dovrei fare, stare zitto? Fare finta di nulla e assecondare la tua dissoluzione? Sei passato davanti la tua casa come un lampo nel cielo, hai tirato fuori solo le prime impressioni di semplici ricordi, sei fuggito per l’ennesima volta dai problemi che dici di avere però hai tempo da dedicare ai ricordi del seno di questa cinquantenne signora. Ma pensi che le abbia più belle e sode di Giovanna? O pensi che le abbia ancora così come le ricordi? Gli anni passano e se vuoi trovare un seno da quindicenne su un corpo adulto, maturo, forse dovresti farti dare l’indirizzo di qualche signora da un bravo chirurgo estetico”.
“Basta, per favore. Hai ragione, come al solito, ma per ora va bene così”.
“Per chi va bene? Per te, forse, ma non per me. Mi hai tormentato perché volevi capire, ma cosa c’è da capire ancora non me lo hai detto, e ti fermi alla prima ex che incontri. Ma cosa speri, in una avventura a scoppio ritardato? In un recupero del tempo che fu? Di solito queste cose lasciano solo strascichi dolorosi. Non mi dire poi che non ti avevo avvertito”.
“Va bene, hai ragione ma lasciami fare le mie scelte”.
Anna lo guardava, lui allungò il braccio e pose la mano sulla sua. Rimasero in silenzio. Ma durò poco.
“Perché lo facesti?”
“Cosa vuoi che ne sappia? Forse perché mi sentivo in grado di fare tutto, forse perché quando si raggiunge un obiettivo ce ne creiamo sempre un altro, forse perché ero solo un ragazzino”.
“No, quest’ultima spiegazione non regge. Ti ricordi quella volta che venni a casa tua, non c’era nessuno, e tu me la facesti vedere? Per ultima lasciasti la tua camera da letto, dove mi feci spingere sul letto senza opporre resistenza. Sarebbe più giusto dire che mi lasciai cadere sul letto da sola. Ero preparata, nella mia inesperienza, a tutto. Ma tu non volesti, la tua razionalità ci ha salvati da una stupidaggine che ci avrebbe potuto rovinare la vita. Andai via delusa, arrabbiata, rifiutata e ferita dalla tua paura, dal tuo essere in grado di resistere alle tentazioni. Da lì iniziò la fine della nostra storia. Andasti a cercare piccole cose perché spaventato dalle grandi. Ma, dimmi, ricordi qualcosa dei momenti di intimità con Floriana? Oppure con quella ragazza, bella, veramente bella, con quel suo nome poetico ma fredda come un ghiacciolo?”
“No, è vero, non è che hanno lasciato grandi ricordi dentro di me”.
“Senti, è tardi, vuoi venire a pranzo?”
“Volentieri, ma tuo marito?”
“Non preoccuparti, per oggi non torna”.
L’aria fredda, nonostante il sole, gli provocò dei brividi, ma sapeva che non era tutto causa dell’aria pungente. Scesero dal Castello verso un antico quartiere fatto di vecchie case di pietra. Si immersero nei vicoli stretti, bui e freddi dove il sole non arrivava fino alla casa di Anna. Il pranzo fu breve e semplice. Entrambi sapevano quale sarebbe stata la fine di quella mattinata. Anna si avvicinò, gli prese la testa e lui si trovò con il viso sul suo seno.
“Ti piace ancora?”
“Sempre”
Lo prese per mano e lo portò in camera da letto. Si lasciò cadere come tanti anni prima e lo trascinò con sé. Gli salì sopra e iniziò a spogliarsi. Lui guardava e la lasciava fare, era il suo momento. Anna lo guidò verso il piacere con sapienza e dolcezza ma anche con il furore del ritrovare cose perdute. Erano ormai le quindici quando con tono duro gli disse di andarsene. Era ora che lasciasse la casa.
“Sta tornando tuo marito?”
“No, non tornerà più, è morto una settimana fa”.
Rimase con la cinta dei pantaloni in mano, senza parole da dire, nemmeno le più banali. Solo il suono della sua voce che lo incitava a fare in fretta lo riscosse.
“Perché lo hai fatto?”, fu l’unica cosa che riuscì a dire.
“Mi serviva”. E chiuse la porta.
giovedì 22 dicembre 2011
Anche San Giuseppe è incazzato
Il mio blog festeggia(?) il suo quarto Natale e, un po' pomposamente e superbamente, negli anni passati ho scritto dei post titolati "Esegesi del pensiero recondito di ...", chi ne dovesse sentire la mancanza può cercarli sotto l'apposita etichetta esegesi. Quest'anno sarebbe toccato a San Giuseppe, però mi ha detto che non vuole parlare, è troppo incazzato come marito, come padre, come falegname e, infine, come protettore dei lavoratori.
E la sua è una incazzatura cosmica, di quelle che se solo ti avvicini corri il rischio che ti tiri dietro una pialla, che se solo ti azzardi a dirgli di stare calmo prende un pezzo di legno d'ulivo e te lo spacca sul cranio. Fortunatamente ero a distanza quando gli ho chiesto come stava. Una sequela di imprecazioni che nemmeno i portuali di Livorno del secolo scorso (quelli di adesso sono troppo educati). Ho tentato di farlo parlare ma è stato inutile, ha bofonchiato qualcosa sull'essere cornuto senza che nessuno si preoccupasse di dargli merito di aver preso con se una ragazza madre e suo figlio. Ha continuato borbottando contro i romani che l'hanno fatto mettere in viaggio in pieno inverno per un censimento del cazzo di cui non fregava niente a nessuno. Come se all'imperatore gliene importasse qualcosa di sapere quanti poveri c'erano in Galilea. E' ancora imbestialito contro i suoi connazionali che non gli hanno dato ospitalità nemmeno vedendo che quella povera donna-bambina stava per partorire. Era ed è incazzato per il passato che si ripete sempre uguale da migliaia di anni.
Ancor di più ce l'aveva con suo figlio. Vittima di una megalomania che l'ha portato a farsi crocifiggere invece di dargli una mano e guadagnarsi da vivere onestamente facendo il falegname. E poi ha continuato, con parole censurabili, con quella massa di ipocriti che hanno creduto a suo figlio e sulle sue idee, distorte e piegate agli interessi propri, ci hanno fatto non una, ma tre religioni senza contare tutte le sette e le chiese e chiesette che crescono come funghi in un bosco di castagni. Però, alla fine, ha concluso, con il sorriso sulle labbra, che gli voleva bene, alla Madonna, una santa donna, e a Gesù che si è fatto ammazzare per difendere le sue idee.
Approfittando di una colonna, dietro la quale mi sono nascosto, gli ho chiesto cosa pensasse della situazione attuale, mi sono tanto sentito giornalista. Non l'avessi mai fatto! Come un ninja impazzito ha iniziato un lancio di lime, raspe, martelli, scalpelli, chiodi, sembrava che piovesse. Intanto urlava contro i cinesi, gli indiani, gli italiani, gli americani, i russi, insomma lanciava bestemmie contro tutti, di tutti i colori e di tutti i posti. Parlava di diritti, di salari, di riposi, di pensioni che ai suoi tempi nemmeno sapevano cosa erano, di ricchi e di poveri, sembrava un sindacalista della Fiom di Pomigliano. Sono rimasto zitto e immobile dietro la colonna finché non è terminato il lancio di oggetti, poi mi sono timidamente affacciato. Si era seduto su uno sgabello e mi guardava.
"Vieni qui", mi ha detto. Mi sono avvicinato e San Giuseppe mi ha abbracciato stretto stretto.
"Tieni, tenete, duro. Arriveranno tempi migliori".
E la sua è una incazzatura cosmica, di quelle che se solo ti avvicini corri il rischio che ti tiri dietro una pialla, che se solo ti azzardi a dirgli di stare calmo prende un pezzo di legno d'ulivo e te lo spacca sul cranio. Fortunatamente ero a distanza quando gli ho chiesto come stava. Una sequela di imprecazioni che nemmeno i portuali di Livorno del secolo scorso (quelli di adesso sono troppo educati). Ho tentato di farlo parlare ma è stato inutile, ha bofonchiato qualcosa sull'essere cornuto senza che nessuno si preoccupasse di dargli merito di aver preso con se una ragazza madre e suo figlio. Ha continuato borbottando contro i romani che l'hanno fatto mettere in viaggio in pieno inverno per un censimento del cazzo di cui non fregava niente a nessuno. Come se all'imperatore gliene importasse qualcosa di sapere quanti poveri c'erano in Galilea. E' ancora imbestialito contro i suoi connazionali che non gli hanno dato ospitalità nemmeno vedendo che quella povera donna-bambina stava per partorire. Era ed è incazzato per il passato che si ripete sempre uguale da migliaia di anni.Ancor di più ce l'aveva con suo figlio. Vittima di una megalomania che l'ha portato a farsi crocifiggere invece di dargli una mano e guadagnarsi da vivere onestamente facendo il falegname. E poi ha continuato, con parole censurabili, con quella massa di ipocriti che hanno creduto a suo figlio e sulle sue idee, distorte e piegate agli interessi propri, ci hanno fatto non una, ma tre religioni senza contare tutte le sette e le chiese e chiesette che crescono come funghi in un bosco di castagni. Però, alla fine, ha concluso, con il sorriso sulle labbra, che gli voleva bene, alla Madonna, una santa donna, e a Gesù che si è fatto ammazzare per difendere le sue idee.
Approfittando di una colonna, dietro la quale mi sono nascosto, gli ho chiesto cosa pensasse della situazione attuale, mi sono tanto sentito giornalista. Non l'avessi mai fatto! Come un ninja impazzito ha iniziato un lancio di lime, raspe, martelli, scalpelli, chiodi, sembrava che piovesse. Intanto urlava contro i cinesi, gli indiani, gli italiani, gli americani, i russi, insomma lanciava bestemmie contro tutti, di tutti i colori e di tutti i posti. Parlava di diritti, di salari, di riposi, di pensioni che ai suoi tempi nemmeno sapevano cosa erano, di ricchi e di poveri, sembrava un sindacalista della Fiom di Pomigliano. Sono rimasto zitto e immobile dietro la colonna finché non è terminato il lancio di oggetti, poi mi sono timidamente affacciato. Si era seduto su uno sgabello e mi guardava.
"Vieni qui", mi ha detto. Mi sono avvicinato e San Giuseppe mi ha abbracciato stretto stretto.
"Tieni, tenete, duro. Arriveranno tempi migliori".
martedì 20 dicembre 2011
Varie ed eventuali
Ho un'amica insegnante, sempre perennemente sull'orlo della pensione (ma le pensioni hanno un orlo? Nella mia non l'ho mai trovato), ma come l'asino con la carota davanti al muso, non lo raggiunge mai. C'è sempre qualcuno che le sposta la finestra, la finestrella e pure il portone. Mi fa venire in mente quando ero piccolo e con mio padre si andava verso Nord con l'autostrada. Ad una certa ora iniziavo a dire che avevo fame e, immancabilmente, la risposta era: "Dopo la curva". Ecco, i lavoratori italiani sono in queste condizioni, dopo la curva, ma non si sa quale.Il ministro Profumo annuncia un maxi concorso nelle scuole, qualcosa che dovrebbe interessare talmente tante persone che non dico il numero avendo paura di aver letto o compreso male. Ma se teniamo incollati alla cattedra professori che avrebbero maturato l'età anagrafica e contributiva per andare in pensione, dove li mettiamo i nuovi assunti? Smantelliamo la riforma(?) gelmini (volutamente minuscolo) che ha pure ricevuto il plauso del Prof. Monti?
Un uomo torna a casa stravolto. Inizia a rovistare nei cassetti senza riuscire a trovare quello che cerca. Apre gli armadi, guarda sotto il letto, scende in cantina. Risale e ricomincia da capo. La moglie lo guarda perplessa e preoccupata, non sa che fare, come aiutarlo. Alla fine, stanco, si butta su una poltrona. La donna si avvicina e gli chiede: "Cosa hai perso?"
Il lavoro.
"Beato te che sei andato in pensione!" Ogni volta che me lo dicono mi tocco. Non credo in certi atteggiamenti ma male non fa. Tutte le volte devo ricordare che non è stata una mia scelta, ho perso il lavoro. Sì, sono molto distratto.
"Beato te che sei andato in pensione!" Ogni volta che me lo dicono mi tocco. Non credo in certi atteggiamenti ma male non fa. Tutte le volte devo ricordare che non è stata una mia scelta, ho perso il lavoro. Sì, sono molto distratto.
E, metti caso che qualcuno dica che la polpetta gli resta sullo stomaco, che non la digerisce, viene subito attaccato di aver evocato tempi andati, che non si capisce la situazione, che si rema contro, che, comunque, non c'è nessuna volontà di scontro. Allora perché andare a toccare un diritto che non impedisce alle aziende di fare ciò che vogliono e salvaguarda, anche se in parte, i diritti dei lavoratori?
domenica 18 dicembre 2011
Il ritorno 5
Dopo più di dieci post avvilenti, ansiogeni e anche pallosi beccatevi la quinta puntata de Il ritorno.
Sono ben accette anche le stroncature, evitereste le puntate successive.
***
Abbandonò la panchina, ormai aveva il culo gelato, e si avviò verso il bar. Come era logico, del passato non c'era nulla, nemmeno il padrone. Ordinò un cappuccino e un cornetto e chiese se poteva sedersi nella saletta attigua. Ricevuto l'assenso si sistemò al tavolo vicino alla finestra, poteva vedere la strada e non essere visto. Si tolse il cappello e gli occhiali scuri, si rendeva conto che il suo nascondersi rasentava il ridicolo. Iniziava a vedere quel suo ritorno come una vacanza estemporanea e non come una ricerca di un passato andato via anno dopo anno senza lasciare rimpianti, o forse sì? Davanti al bar mancavano i ragazzi, quelli che avevano deciso di entrare alla seconda ora o quelli che non sarebbero entrati affatto o quelli che oziavano non avendo nulla a che fare con la scuola o con il lavoro. Giovani che massacravano le orecchie del barista e del padrone con la musica dell'epoca. Gli tornò alla mente un giorno lontano in cui uno dei tanti imboscati mise nove volte di seguito un pezzo di Frank Zappa portando all'esasperazione il padrone che sbraitando insulti parolacce uscì da dietro il bancone staccando con brutalità la spina della corrente. Nonostante il carattere burbero, un po' villano e facile a prendere fuoco del padrone del bar, il fattaccio diede origine a sonore risate da parte dei presenti che non fecero altro che aumentare l'incazzatura e le risate. Finì che quel giorno fu vietato l'uso del juke box.
Ordinò un altro cornetto e un caffè. Ripensava a quante volte aveva percorso la passeggiata avanti e indietro, d'estate e inverno, di mattina e pomeriggio e, con la bella stagione, anche di notte. Poche centinaia di metri che con il passar del tempo, con l'andare dalla piazza al "vasone", erano diventati chilometri. Era il centro del paese, in fin dei conti portava nella piazza principale, su quella striscia d'asfalto ci passeggiavano tutti, giovani e vecchi, dalle famiglie intere la domenica mattina dopo la messa ai fidanzati in attesa del tramonto, serviva a far vedere i vestiti nuovi, le macchine e le moto, le fidanzate e i fidanzati, a farsi vedere per mettersi sul mercato del fidanzamento. Era la vetrina del paese e dei paesani. Trovavano il modo di passarci anche coloro che non erano usi farlo abitualmente.
Due signore di fermarono a parlare sul marciapiedi, davanti al vetro. Una la conosceva, e bene. Conosceva bene anche le sue tette, tra le prime che aveva accarezzato e baciato e non solo quelle. Fu tentato di alzarsi e di uscire per farsi vedere. Lo tratteneva però il ricordo di una delle ultime volte che aveva parlato con lei. Ma se vacanza e ritorno al passato doveva essere che lo fosse. Si affrettò alla cassa per pagare, mise in tasca gli occhiali scuri e con il cappello in mano uscì sul marciapiede. Lei lo guardò e riprese a parlare con l'amica. Lui rimase fermo, davanti la porta del bar, in attesa come un animale al mattatoio. Non sapeva cosa fare, andare via e fare per l'ennesima volta una figuraccia? E se poi lei, finito di parlare con l'amica, gli voltava le spalle e andava via? Per darsi un tono e perdere qualche secondo, si accese una sigaretta e mentre stava con la testa bassa sentì la voce.
- Ciao.
- Ciao.
Con il fumo che strozzava la gola non seppe dire di meglio e di più.
- Come mai qui?
- Un tuffo nel passato. Vedo che mi hai riconosciuto.
- Sai com'è, gli stronzi non si dimenticano, mai. E tu, come stronzo, sei un esemplare perfetto.
Come darle torto? Ricordava la figuraccia a cui l'aveva esposta un carnevale di tanti anni prima, quando erano giovani e tanto incoscienti.
- E' vero, non sono stato un campione di cavalleria, galanteria e di buona educazione. Sì, hai ragione, sono stato un vero stronzo. Vedo che ancora non ti è passata.
- Sì, stai tranquillo, certe cose passano, con dolore ma passano. E' che non volevo togliermi il gusto di fartelo rimarcare anche se sono passati trent'anni.
Come darle torto? Era una sera di febbraio, in uno dei circoli del paese c'era un veglione, musica dal vivo e si ballava. Erano "fidanzati" come lo si può essere in quell'età di mezzo tra l'adolescenza e la giovinezza. Quell'età in cui si scoprono cose nuove e in cui il mondo ti sembra troppo piccolo per sfuggirti di mano. Quell'età in cui ti senti in grado di fare tutto e che nessuno e niente ti può impedire nulla. E lui, incosciente e privo di cervello, non trovò di meglio che lasciarla in compagnia di amici per andare a chiedere di ballare, cosa che tra l'altro non sapeva fare, ad un'altra ragazza e, non contento dell'inizio, fare poi coppia fissa per tutta la serata.
- Sai, mi sono sempre chiesta del perché del tuo comportamento. Pensavo che fossi un ragazzo diverso dagli altri, più serio e invece ti dimostrasti un vero stronzo. Non ho un'altra parola per definirti.
- Che facciamo, stiamo qui all'ombra e al freddo, vogliamo passare questi pochi minuti a rivangare il passato o ci spostiamo al sole e parliamo anche d'altro?
- Guarda, di tempo ne ho tanto, sul freddo e il sole ti do ragione, quanto a parlare del presente, come ti ho detto, io ho tempo da perdere. Sono anni che ti aspetto al varco per parlare del passato. Fa piacere parlare di ciò che fu. Il passato, almeno, non riserva sorprese belle o brutte come il futuro.
- Non sei cambiata. Anche io ho tempo in abbondanza, dove andiamo?
- Passeggiamo, come facevamo quando eravamo piccoli e parlavamo così tanto che si tornava a casa con la gola bruciata.
Si mise il cappello e la seguì. Si addentrarono nel paese andando verso il Castello e i suoi giardini parlando delle cose banali della vita. Riservavano il passato e il presente per il dopo. Si accorgeva degli sguardi che ricevevano, dei cambi di marciapiede per vedere meglio, per farsi meglio gli affari degli altri, erano passati gli anni e non era cambiato nulla. Nei momenti di silenzio pensava alla frase di Anna "Sai, mi sono sempre chiesta del perché del tuo comportamento", e che le doveva dire? "Ero innamorato delle tuo seno, mi piaceva accarezzarlo, baciarlo, toccarlo. Ci sarei morto dentro, mi ci sarei soffocato. Ma per il resto avevi iniziato a mettere limiti, condizioni, paletti al mio essere, al mio modo di comportarmi." Come fare a dire certe cose? Meglio tacere, come al solito.
Arrivarono al Castello, altro luogo di socializzazione del paese. Specialmente d'estate quando apriva il piccolo bar sotto i tigli. Il piccolo bar di legno che con l'arrivo dell'autunno veniva rimosso fino alla successiva primavera inoltrata. Ora, invece, c'era una struttura prefabbricata che deturpava il paesaggio e i ricordi. Si sedettero all'interno, in un angolo vicino ad una stufa per essere più caldi. Anna, che non era mai stata bella, aveva, con l'età, addolcito i tratti del viso, il suo corpo manteneva la beltà della giovinezza anche se aveva una nuova pienezza che non guastava. D'altronde suppliva con esso e con l'intelligenza alla mancanza dei canoni di bellezza del volto.
- Vedi, come parlavo con te non lo facevo con nessun'altra, affrontavamo il mondo convinti di poterlo cambiare, eravamo pronti a tutto e ci sentivamo in grado di fare tutto. Era logico che prima o poi ci innamorassimo ma pretendevi troppo da me. Ricordo che ti infastidivi quando con gli amici scherzavamo in maniera chiassosa e anche volgare, a volte. Non ho mai dimenticato la tua scenata quando ci siamo incontrati dopo che con Luigi abbiamo dato vita ad una finta rissa davanti al bar finita quando si era radunato un consistente pubblico. Ma lo sai che è uno scherzo che ho ripetuto negli anni in diverse occasioni? Come ti davano fastidio tutte le cose che in pubblico pensavi fossero disdicevoli. Volevi un ometto rispondente ai canoni della tua idea. Ecco, a te dava fastidio tutto ciò che non fosse serio, o meglio, serioso.
- Quindi è tutto finito perché ti volevo un po' più serio? Un po' più conseguente alle idee che dicevamo di professare?
- Dici bene, eri una bacchettona politica.
- E tu eri e resti uno stronzo.
Però lo disse con il sorriso sulle labbra, un sorriso che conquistava. Bevevano il tè caldo e si guardavano in silenzio.
- Se è per questo non ti andava bene nemmeno che cercassi di rimanere solo con te. Ti lamentavi che non parlavamo più, che stessimo insieme solo per pomiciare. Ma è un termine che ancora si usa?
- E lo chiedi a me? Anche io ho passato l'età, in caso non te ne fossi accorto. Sì è vero, ma evidentemente non ricordi che le tue mani tentavano di intrufolarsi sotto i miei vestiti in ogni occasione, in ogni momento che stavamo insieme ...
- Ma che pensavi che fossi il Petrarca? E poi mi sembra di ricordare che la cosa, in fondo, non ti dispiacesse.
- No. Non mi è mai dispiaciuta. Anzi, mi è dispiaciuto quando è finita.
Sono ben accette anche le stroncature, evitereste le puntate successive.
***
Abbandonò la panchina, ormai aveva il culo gelato, e si avviò verso il bar. Come era logico, del passato non c'era nulla, nemmeno il padrone. Ordinò un cappuccino e un cornetto e chiese se poteva sedersi nella saletta attigua. Ricevuto l'assenso si sistemò al tavolo vicino alla finestra, poteva vedere la strada e non essere visto. Si tolse il cappello e gli occhiali scuri, si rendeva conto che il suo nascondersi rasentava il ridicolo. Iniziava a vedere quel suo ritorno come una vacanza estemporanea e non come una ricerca di un passato andato via anno dopo anno senza lasciare rimpianti, o forse sì? Davanti al bar mancavano i ragazzi, quelli che avevano deciso di entrare alla seconda ora o quelli che non sarebbero entrati affatto o quelli che oziavano non avendo nulla a che fare con la scuola o con il lavoro. Giovani che massacravano le orecchie del barista e del padrone con la musica dell'epoca. Gli tornò alla mente un giorno lontano in cui uno dei tanti imboscati mise nove volte di seguito un pezzo di Frank Zappa portando all'esasperazione il padrone che sbraitando insulti parolacce uscì da dietro il bancone staccando con brutalità la spina della corrente. Nonostante il carattere burbero, un po' villano e facile a prendere fuoco del padrone del bar, il fattaccio diede origine a sonore risate da parte dei presenti che non fecero altro che aumentare l'incazzatura e le risate. Finì che quel giorno fu vietato l'uso del juke box.
Ordinò un altro cornetto e un caffè. Ripensava a quante volte aveva percorso la passeggiata avanti e indietro, d'estate e inverno, di mattina e pomeriggio e, con la bella stagione, anche di notte. Poche centinaia di metri che con il passar del tempo, con l'andare dalla piazza al "vasone", erano diventati chilometri. Era il centro del paese, in fin dei conti portava nella piazza principale, su quella striscia d'asfalto ci passeggiavano tutti, giovani e vecchi, dalle famiglie intere la domenica mattina dopo la messa ai fidanzati in attesa del tramonto, serviva a far vedere i vestiti nuovi, le macchine e le moto, le fidanzate e i fidanzati, a farsi vedere per mettersi sul mercato del fidanzamento. Era la vetrina del paese e dei paesani. Trovavano il modo di passarci anche coloro che non erano usi farlo abitualmente.
Due signore di fermarono a parlare sul marciapiedi, davanti al vetro. Una la conosceva, e bene. Conosceva bene anche le sue tette, tra le prime che aveva accarezzato e baciato e non solo quelle. Fu tentato di alzarsi e di uscire per farsi vedere. Lo tratteneva però il ricordo di una delle ultime volte che aveva parlato con lei. Ma se vacanza e ritorno al passato doveva essere che lo fosse. Si affrettò alla cassa per pagare, mise in tasca gli occhiali scuri e con il cappello in mano uscì sul marciapiede. Lei lo guardò e riprese a parlare con l'amica. Lui rimase fermo, davanti la porta del bar, in attesa come un animale al mattatoio. Non sapeva cosa fare, andare via e fare per l'ennesima volta una figuraccia? E se poi lei, finito di parlare con l'amica, gli voltava le spalle e andava via? Per darsi un tono e perdere qualche secondo, si accese una sigaretta e mentre stava con la testa bassa sentì la voce.
- Ciao.
- Ciao.
Con il fumo che strozzava la gola non seppe dire di meglio e di più.
- Come mai qui?
- Un tuffo nel passato. Vedo che mi hai riconosciuto.
- Sai com'è, gli stronzi non si dimenticano, mai. E tu, come stronzo, sei un esemplare perfetto.
Come darle torto? Ricordava la figuraccia a cui l'aveva esposta un carnevale di tanti anni prima, quando erano giovani e tanto incoscienti.
- E' vero, non sono stato un campione di cavalleria, galanteria e di buona educazione. Sì, hai ragione, sono stato un vero stronzo. Vedo che ancora non ti è passata.
- Sì, stai tranquillo, certe cose passano, con dolore ma passano. E' che non volevo togliermi il gusto di fartelo rimarcare anche se sono passati trent'anni.
Come darle torto? Era una sera di febbraio, in uno dei circoli del paese c'era un veglione, musica dal vivo e si ballava. Erano "fidanzati" come lo si può essere in quell'età di mezzo tra l'adolescenza e la giovinezza. Quell'età in cui si scoprono cose nuove e in cui il mondo ti sembra troppo piccolo per sfuggirti di mano. Quell'età in cui ti senti in grado di fare tutto e che nessuno e niente ti può impedire nulla. E lui, incosciente e privo di cervello, non trovò di meglio che lasciarla in compagnia di amici per andare a chiedere di ballare, cosa che tra l'altro non sapeva fare, ad un'altra ragazza e, non contento dell'inizio, fare poi coppia fissa per tutta la serata.
- Sai, mi sono sempre chiesta del perché del tuo comportamento. Pensavo che fossi un ragazzo diverso dagli altri, più serio e invece ti dimostrasti un vero stronzo. Non ho un'altra parola per definirti.
- Che facciamo, stiamo qui all'ombra e al freddo, vogliamo passare questi pochi minuti a rivangare il passato o ci spostiamo al sole e parliamo anche d'altro?
- Guarda, di tempo ne ho tanto, sul freddo e il sole ti do ragione, quanto a parlare del presente, come ti ho detto, io ho tempo da perdere. Sono anni che ti aspetto al varco per parlare del passato. Fa piacere parlare di ciò che fu. Il passato, almeno, non riserva sorprese belle o brutte come il futuro.
- Non sei cambiata. Anche io ho tempo in abbondanza, dove andiamo?
- Passeggiamo, come facevamo quando eravamo piccoli e parlavamo così tanto che si tornava a casa con la gola bruciata.
Si mise il cappello e la seguì. Si addentrarono nel paese andando verso il Castello e i suoi giardini parlando delle cose banali della vita. Riservavano il passato e il presente per il dopo. Si accorgeva degli sguardi che ricevevano, dei cambi di marciapiede per vedere meglio, per farsi meglio gli affari degli altri, erano passati gli anni e non era cambiato nulla. Nei momenti di silenzio pensava alla frase di Anna "Sai, mi sono sempre chiesta del perché del tuo comportamento", e che le doveva dire? "Ero innamorato delle tuo seno, mi piaceva accarezzarlo, baciarlo, toccarlo. Ci sarei morto dentro, mi ci sarei soffocato. Ma per il resto avevi iniziato a mettere limiti, condizioni, paletti al mio essere, al mio modo di comportarmi." Come fare a dire certe cose? Meglio tacere, come al solito.
Arrivarono al Castello, altro luogo di socializzazione del paese. Specialmente d'estate quando apriva il piccolo bar sotto i tigli. Il piccolo bar di legno che con l'arrivo dell'autunno veniva rimosso fino alla successiva primavera inoltrata. Ora, invece, c'era una struttura prefabbricata che deturpava il paesaggio e i ricordi. Si sedettero all'interno, in un angolo vicino ad una stufa per essere più caldi. Anna, che non era mai stata bella, aveva, con l'età, addolcito i tratti del viso, il suo corpo manteneva la beltà della giovinezza anche se aveva una nuova pienezza che non guastava. D'altronde suppliva con esso e con l'intelligenza alla mancanza dei canoni di bellezza del volto.
- Vedi, come parlavo con te non lo facevo con nessun'altra, affrontavamo il mondo convinti di poterlo cambiare, eravamo pronti a tutto e ci sentivamo in grado di fare tutto. Era logico che prima o poi ci innamorassimo ma pretendevi troppo da me. Ricordo che ti infastidivi quando con gli amici scherzavamo in maniera chiassosa e anche volgare, a volte. Non ho mai dimenticato la tua scenata quando ci siamo incontrati dopo che con Luigi abbiamo dato vita ad una finta rissa davanti al bar finita quando si era radunato un consistente pubblico. Ma lo sai che è uno scherzo che ho ripetuto negli anni in diverse occasioni? Come ti davano fastidio tutte le cose che in pubblico pensavi fossero disdicevoli. Volevi un ometto rispondente ai canoni della tua idea. Ecco, a te dava fastidio tutto ciò che non fosse serio, o meglio, serioso.
- Quindi è tutto finito perché ti volevo un po' più serio? Un po' più conseguente alle idee che dicevamo di professare?
- Dici bene, eri una bacchettona politica.
- E tu eri e resti uno stronzo.
Però lo disse con il sorriso sulle labbra, un sorriso che conquistava. Bevevano il tè caldo e si guardavano in silenzio.
- Se è per questo non ti andava bene nemmeno che cercassi di rimanere solo con te. Ti lamentavi che non parlavamo più, che stessimo insieme solo per pomiciare. Ma è un termine che ancora si usa?
- E lo chiedi a me? Anche io ho passato l'età, in caso non te ne fossi accorto. Sì è vero, ma evidentemente non ricordi che le tue mani tentavano di intrufolarsi sotto i miei vestiti in ogni occasione, in ogni momento che stavamo insieme ...
- Ma che pensavi che fossi il Petrarca? E poi mi sembra di ricordare che la cosa, in fondo, non ti dispiacesse.
- No. Non mi è mai dispiaciuta. Anzi, mi è dispiaciuto quando è finita.
sabato 17 dicembre 2011
Buona giornata sindaco Demezzi
E così la giunta di centro destra di Casale Monferrato ha mantenuto fede ai suoi propositi, ha svenduto i suoi morti al padrone dell'amianto. Ha svenduto i suoi concittadini per soldi come se fossero oggetti privi di valore. D'altronde cosa attendersi da un sindaco che ha rivalutato un personaggio a dir poco dubbio come Ugo Cavallero?"A quello è morto il padre, a quella un fratello, lì c'era un bar ma ha chiuso perché il padrone è morto, sì, sono morti tutti a causa dell'amianto", ecco, basterebbe farsi un giro per Casale, avendo come guida una delle persone che ha assunto l'impegno morale e materiale di tenere vivo l'interesse per le vittime e per il processo, per capire quanto questo Paese abbia sofferto, stia soffrendo e soffrirà per quella polvere sottile che si spande nell'aria impalpabile e assassina. Perché non stiamo parlando di un fenomeno esaurito. Perché non stiamo parlando di 1.700 (mille e settecento) morti e basta. L'apoteosi della malattia si avrà nei prossimi anni, ci saranno nuove morti e nuovi dolori e questa giunta (di centrodestra) si è assunta l'onere e arrogato il diritto di svendere la possibilità che in altri eventuali processi il comune di Casale Monferrato si possa costituire parte civile e chiedere i danni per la falcidia dei suoi cittadini.
Ma una cosa sono gli amministratori e un'altra sono i cittadini. Quei cittadini che si sono opposti alla svendita dei diritti e della dignità dei casalesi.
Il mesotelioma è una malattia democratica, colpisce tutti. Anche chi non ha lavorato nella fabbrica d'amianto. Speriamo che sappia dove andare a colpire dopo la giornata di oggi.
Gap e Luz
venerdì 16 dicembre 2011
Italiani, vergogna facile e memoria corta
Vergogna - profondo e amaro turbamento interiore che ci assale quando ci rendiamo conto di aver agito o parlato in maniera riprovevole o disonorevole (Devoto Oli -Dizionario della lingua italiana- Le Monnier).
Questo è uno dei sentimenti più in voga negli ultimi anni, ha avuto un vero e proprio boom con l'ascesa al potere del precedente premier. Egli ha fatto di tutto e di più per tenere alto il rating di questo sentimento, dalle barzellette sui malati di Aids ai cucù alla Merkel, dall'abbronzatura di Obama alle corna in foto ufficiali e tanto altro ancora. Qualsiasi organo di informazione, escluso il Tg1 di Minzolini, sito o blog ha un ricco archivio di barzellette, bugie, gaffes e pseudo scherzi che hanno fatto dell'Italia un paese inattendibile perché tale era il presidente del consiglio (rigorosamente minuscolo) e lo era al punto che per il suo governo si è anche coniata la nuova parola mignottocrazia. Il sentimento di vergogna è stato tanto forte che più di uno ha sentito il dovere di chiedere scusa all'universo mondo.
Vergogna che torna prepotentemente alla ribalta dopo l'omicidio degli emigranti senegalesi in quel di Firenze. Tutti a stracciarsi, simbolicamente perché di più non si è in grado e non si vuole fare, le vesti per "l'inspiegabile" gesto.
E qui entra in ballo la memoria corta degli italiani. Se non sbaglio è l'arteriosclerosi che lascia intatta la memoria antica e distrugge la breve e, quindi, gli italiani hanno già dimenticato Rosarno, Casal di Principe, Jerry Masslo e i tanti caduti in questa guerra di civiltà. Hanno dimenticato i buu a Balotelli e le banane a diversi calciatori, hanno dimenticato che esagitati tifosi hanno impedito a squadre di calcio di tesserare giocatori di colore o di religione ebraica. Guardatevi intorno quando salite su un mezzo pubblico e vi accorgerete che qualche posto libero si trova sempre. L'italiano non siede vicino al nero perché "Non è che puzzano però ..." e nemmeno accanto al rumeno o all'albanese chissà per quale motivo per non parlare degli zingari coacervo di tutti i mali. E tra gli stranieri stessi vigono preconcetti e razzismi che spingono una etnia ad evitarne un'altra anche qui dove sono tutti stranieri. E potremmo andare avanti per molte, sicuramente troppe, righe, riempirle di nomi, di date e di fatti fino ad arrivare a quelli che personalmente chiamo i "piccoli razzismi quotidiani" di cui ognuno di noi, volente o nolente, si macchia. Ma il concetto portante chi vuole lo ha capito e lo capirà. E come al solito c'è chi minimizza, chi vuol ridurre tutto al gesto di un povero depresso come se questa malattia fosse in grado di giustificare qualsiasi malefatta. E c'è anche qualche campione della pseudo-sinistra che si dà tanto da fare per sdoganare o perlomeno colloquiare per capire con i portatori infetti di idee malate (vero Sansonetti, Annunziata, Renzi e tanti altri?).
E la memoria corta riguarda anche la nostra situazione politica. Fino a poco meno di un mese fa moltissimi se non tutti si lamentavano dell'inerzia del governo nell'affrontare la crisi. Quella crisi che prima è stata negata, sminuita, addossata ad altri finché non ci è esplosa sotto il culo facendoci sobbalzare e rendere conto che l'ombrello di Altan sarebbe stato sostituito da un ombrellone da spiaggia. Tutti a gridare "E' arrivato il salvatore", almeno fino a quando non ha tentato di mettere le mani, ma poco poco, in tasca a categorie protette dalle proprie corporazioni. Così gli alti lai dei privilegiati si sono confusi con quelli giustificati delle categorie più deboli, come al solito vessate e tartassate da qualsiasi governo si trovi al potere. E tutti, ora, sembra si siano dimenticati chi è stato al governo negli ultimi lustri e cosa ha fatto per la Nazione. Siamo già arrivati al punto che qualcuno lo rimpiange. E lui, forte del fatto che il lavoro sporco lo sta facendo qualcun altro, apre la campagna elettorale dando la data di scadenza del Governo Monti e parla dei Diari del Duce, in cui si ritrova, senza nemmeno preoccuparsi che la mattanza di Firenze è frutto di quelle idee malsane.
Questo è uno dei sentimenti più in voga negli ultimi anni, ha avuto un vero e proprio boom con l'ascesa al potere del precedente premier. Egli ha fatto di tutto e di più per tenere alto il rating di questo sentimento, dalle barzellette sui malati di Aids ai cucù alla Merkel, dall'abbronzatura di Obama alle corna in foto ufficiali e tanto altro ancora. Qualsiasi organo di informazione, escluso il Tg1 di Minzolini, sito o blog ha un ricco archivio di barzellette, bugie, gaffes e pseudo scherzi che hanno fatto dell'Italia un paese inattendibile perché tale era il presidente del consiglio (rigorosamente minuscolo) e lo era al punto che per il suo governo si è anche coniata la nuova parola mignottocrazia. Il sentimento di vergogna è stato tanto forte che più di uno ha sentito il dovere di chiedere scusa all'universo mondo.
Vergogna che torna prepotentemente alla ribalta dopo l'omicidio degli emigranti senegalesi in quel di Firenze. Tutti a stracciarsi, simbolicamente perché di più non si è in grado e non si vuole fare, le vesti per "l'inspiegabile" gesto.
E qui entra in ballo la memoria corta degli italiani. Se non sbaglio è l'arteriosclerosi che lascia intatta la memoria antica e distrugge la breve e, quindi, gli italiani hanno già dimenticato Rosarno, Casal di Principe, Jerry Masslo e i tanti caduti in questa guerra di civiltà. Hanno dimenticato i buu a Balotelli e le banane a diversi calciatori, hanno dimenticato che esagitati tifosi hanno impedito a squadre di calcio di tesserare giocatori di colore o di religione ebraica. Guardatevi intorno quando salite su un mezzo pubblico e vi accorgerete che qualche posto libero si trova sempre. L'italiano non siede vicino al nero perché "Non è che puzzano però ..." e nemmeno accanto al rumeno o all'albanese chissà per quale motivo per non parlare degli zingari coacervo di tutti i mali. E tra gli stranieri stessi vigono preconcetti e razzismi che spingono una etnia ad evitarne un'altra anche qui dove sono tutti stranieri. E potremmo andare avanti per molte, sicuramente troppe, righe, riempirle di nomi, di date e di fatti fino ad arrivare a quelli che personalmente chiamo i "piccoli razzismi quotidiani" di cui ognuno di noi, volente o nolente, si macchia. Ma il concetto portante chi vuole lo ha capito e lo capirà. E come al solito c'è chi minimizza, chi vuol ridurre tutto al gesto di un povero depresso come se questa malattia fosse in grado di giustificare qualsiasi malefatta. E c'è anche qualche campione della pseudo-sinistra che si dà tanto da fare per sdoganare o perlomeno colloquiare per capire con i portatori infetti di idee malate (vero Sansonetti, Annunziata, Renzi e tanti altri?).
E la memoria corta riguarda anche la nostra situazione politica. Fino a poco meno di un mese fa moltissimi se non tutti si lamentavano dell'inerzia del governo nell'affrontare la crisi. Quella crisi che prima è stata negata, sminuita, addossata ad altri finché non ci è esplosa sotto il culo facendoci sobbalzare e rendere conto che l'ombrello di Altan sarebbe stato sostituito da un ombrellone da spiaggia. Tutti a gridare "E' arrivato il salvatore", almeno fino a quando non ha tentato di mettere le mani, ma poco poco, in tasca a categorie protette dalle proprie corporazioni. Così gli alti lai dei privilegiati si sono confusi con quelli giustificati delle categorie più deboli, come al solito vessate e tartassate da qualsiasi governo si trovi al potere. E tutti, ora, sembra si siano dimenticati chi è stato al governo negli ultimi lustri e cosa ha fatto per la Nazione. Siamo già arrivati al punto che qualcuno lo rimpiange. E lui, forte del fatto che il lavoro sporco lo sta facendo qualcun altro, apre la campagna elettorale dando la data di scadenza del Governo Monti e parla dei Diari del Duce, in cui si ritrova, senza nemmeno preoccuparsi che la mattanza di Firenze è frutto di quelle idee malsane.
mercoledì 14 dicembre 2011
Amianto, Casale Monferrato e la monetizzazione dei morti
Avere un blog non vuol dire solo dare libero sfogo ai propri pensieri. Qualche volta serve anche a portare alla luce situazioni ai più sconosciute. Anche se molto si è parlato della tragedia dell'amianto e di Casale Monferrato, poco spazio ha trovato nei media nazionali e sui tg la storia del processo e di come vergognosamente il sindaco di Casale la vuole chiudere, monetizzando la morte dei propri concittadini.
Riporto un comunicato dell'associazione Voci della Memoria che instancabilmente si occupa di tenere viva l'attenzione. Su Fb potrete trovare una pagina dedicata al Processo Eternit e quella dell'associazione Voci della Memoria. Non importa di dove siate, se volete potete comunque dare il vostro appoggio.
Non lasciateci soli.
Sono oramai due anni che è iniziato (il 10 Dicembre 2009) il Processo Penale presso il Tribunale di Torino, grazie alla richiesta di rinvio a giudizio dei Vertici di questa multinazionale Svizzero-Belga Stephan Schmidheiny ed il barone belga Louis de Cartier de Marchienne per “Disastro ambientale doloso permanente” e oramai la sentenza è vicina.
Anche il più sprovveduto capisce come sia ottuso e semplicistico ridurre al verdetto che verrà emesso dal tribunale di Torino 100 anni di sofferenze di un’intera comunità: ci sono persone, storie, lotte, dolore, lutti, delusioni, vittorie e sconfitte, umiliazioni, solidarietà dall’Italia e dall’estero, da singoli cittadini, da Associazioni e da lavoratori che hanno tante facce e tantissimi nomi, ma raramente la Storia li racconta.Forse, però, pure sperare nella Giustizia è troppo per noi cittadini: il Comune di Casale Monferrato infatti, che con il precedente sindaco Paolo Mascarino decise di costituirsi parte civile per dimostrare che un’intera Comunità era stata violentata, ferita e umiliata dai “signori dell’amianto”, ora rappresentato dalla giunta comunale di centro destra guidata dal sindaco Dimezzi, sembra propenso a scambiare la propria posizione processuale in cambio di 18 milioni di euro (600 euro per ogni suo cittadino assassinato dall’amianto) impegnandosi, in cambio del denaro offerto da uno dei due imputati per strage, a ritirare la propria costituzione di parte civile.
Crediamo che tutto ciò sia offensivo e umiliante per noi cittadini casalesi ma non solo, sia umiliante per tutti coloro che credono che la Giustizia e la Vita Umana non abbiano prezzo e per questo facciamo appello a tutte le persone che credono ancora in certi Valori e non sono disposti a barattarli, di esserci vicini nella nostra ennesima battaglia di Civiltà e Giustizia al fianco dell’Associazione Famigliari Vittime Amianto, delle tante vittime casalesi e dei loro parenti, di tutti coloro che riescono ancora a dire in tutti i modi a loro possibili informando, raccontando, manifestando al nostro fianco tutto lo sdegno che questa vicenda genera, è per questo che chiediamo a tutti di non lasciarci soli, perché la nostra Storia e il nostro Dolore NON sono (non dovrebbero essere) in vendita.
Venerdì sera 16 dicembre 2011 alle ore 21.00 il Consiglio Comunale che dovrebbe approvare la delibera per ufficializzare tutto ciò non sarà aperto al pubblico, ossia i cittadini non potranno esprimere la loro opinione nonostante ne sia stata fatta richiesta dai consiglieri di opposizione, ma si potrà assistere a quella che a nostro giudizio potrebbe diventare una delle pagine più nere non solo della storia di Casale Monferrato ma di tutti coloro che hanno compreso la portata di tutto ciò che vi stiamo raccontando: non lasciateci soli.
220.000 sono le pagine di questa eccezionale maxi inchiesta della Procura della Repubblica di Torino (il dottor Raffaele Guariniello e collaboratori), rivolta ai quattro ex stabilimenti Eternit: quasi 3.000 sono, per ora, le vittime individuate come parti lese, comprese nel primo elenco depositato al G.U.P.: circa 2.000 morti e mille ammalati in tutto, il 75% sono vittime di Casale Monferrato (cittadina di 36.000 abitanti) di cui 500 sono cittadini deceduti per mesotelioma ed oltre mille lavoratori deceduti per asbestosi, carcinoma polmonare da amianto, mesotelioma pleurico o peritoneale, a Cavagnolo, paesino di meno di 3.000 abitanti, i morti sono stati oltre 100.
Ma non è, per Casale Monferrato (e non solo), solo una questione relativa al processo ma un’autentica sciagura che ci ha investito da 100 anni e che ipoteca seriamente gli anni a venire della nostra comunità.
I mesotelioma, in Italia, sono circa 1.200 all'anno, nella cittadina di Casale Monferrato, dal dicembre 2009 a oggi, le diagnosi sono state 129, si spera di superare al più presto il "Picco" di malati in un anno (a oggi in media sono 50) che è previsto fra il 2020 e il 2025.
E’ un male non solo fisico ma anche psicologico, quanti per un dolore alla schiena o una tosse che non passa in pochi giorni, per il solo fatto di vivere nella nostra città, pensano subito al peggio? Per questo si sono fatti costituire, quali parti civili, anche dei lavoratori e cittadini in quanto tali o famigliari di vittime, per danno psicologico. La tensione, la preoccupazione propria e per i propri famigliari, produce anche questo tipo di danno. Si è deciso quindi, unitariamente con le organizzazioni sindacali, di costituire un “campione” di queste fasce sociali senza appesantire troppo il processo, per un riconoscimento più generale.
Anche per tutti i motivi sopra esposti, si sta lavorando per un processo ETERNIT-bis.
Prima di arrivare a questo maxi Processo Penale, al quale molti si sono interessati negli ultimi tempi (il più grande d'Europa e non solo sulle morti sul lavoro e ambientali), c’è da raccontare una lotta oramai quarantennale che si è sviluppata estendendosi sempre più ed articolata in più fronti, tanto che oggi nuove generazioni formate da Associazioni, Collettivi, Laboratori Sociali di Casale e non solo sono in prima linea in questa battaglia grazie pronti a prendere il testimone ideale di chi tanto ha fatto, non raccontarla sarebbe fare un pessimo servizio alla parte migliore di Casale Monferrato, quella che ha fatto la Storia di una battaglia di Civiltà e di Giustizia:
1) - IN FABBRICA: dagli anni '60 e, in particolare,dagli anni '70, per tutelare i lavoratori nel diritto alla Salute,con miglioramenti, parziali, nell'ambiente di lavoro della Eternit, anche mediante centinaia di cause individuali (Tribunale di Casale Monferrato) con l'INCA-CGIL, allora Segretario Nicola Pondrano, per ottenere il riconoscimento delle malattie professionali e cause collettive (1981-1984) per accertare ed ottenere la conferma della sussistenza del rischio amianto in tutti i reparti dello stabilimento.
Le 87 ore di sciopero del 1976 per l’ambiente, cioè per reclamare un reale accertamento delle condizioni di nocività alla Eternit, restano lì, significative, monumento ad una consapevolezza, ad un sapere, che proprio in quegli anni costituivano importanti lotte operaie, quelle dei consigli di fabbrica, per gli spazi di intelligenza e di ruolo nella determinazione delle proprie condizioni di vita nella fabbrica.
Si era consapevoli di non poter accettare che il rischio amianto fosse stato superato all'interno della fabbrica, come affermava l'Eternit che “documentò” tale tesi all'INAIL, ottenendo l'esenzione della contribuzione assicurativa, a danno di una serie di prestazioni risarcitorie ai lavoratori.
Durante tale causa collettiva fece notevole scalpore la testimonianza di Giovanni Demichelis, operaio dell'Eternit con 100% di asbestosi, si recò a testimoniare in barella: la foto del povero Giovanni, con il giudice Dott. Reposo curvo su di lui per cogliere l'ultimo filo di voce fu un'immagine drammatica. Giovanni morì una settimana dopo.
2) – NEL TERRITORIO Primi anni '80, cominciò a diffondersi notizie di cittadini morti di mesotelioma mentre i dirigenti Eternit, su precise indicazioni della proprietà, continuavano a negare la cancerogenità dell'amianto!
1983 – Segnalazione dall'Istituto tumori di Torino e dalla Procura di Torino alle autorità casalesi di dati anomali e preoccupanti sulla mortalità da tumori amianto correlati.
1984 – Importante convegno INCA e CGIL di Casale, regionali e nazionali sulle polveri e bronco-irritanti
1985 – Finalmente inizia una indagine epidemiologica, finanziata dalla Regione Piemonte, dopo aver sollecitato più volte l'USL dell'epoca, da parte di CGIL-CISL-UIL casalesi. I primi dati, estremamente allarmanti – oltre 200 morti -, furono resi noti in un incontro presso l'Unità Sanitaria Locale di Casale nel dicembre '87
Seguirono le indagini sui famigliari dei lavoratori e sui cittadini, con dati sempre più gravi.
Indagine dell'Ispettorato del Lavoro provinciale per conto della Procura della Repubblica di Casale: inizia procedimento penale nei confronti dei dirigenti locali della società ETERNIT CASALE. Il processo si celebrò e si concluse in primo grado solo nel 1993 affermando la colpevolezza dei dirigenti, ma, in appello, con la riduzione delle pene a pochi mesi di reclusione, di fatto non scontate.
1986 – Fallimento ETERNIT su autoistanza (!!!). L’allora Segretario della Camera del Lavoro, protagonista con Nicola Pondrano dell’Inca ed ex lavoratore Eternit di quegli anni di lotte sindacali, considerò pubblicamente tale scelta come: “lo sbarazzarsi del limone ormai spremuto”.
A seguito di circa 1000 ricorsi legali presso il Tribunale di Genova, tutto l'attivo del fallimento fu ottenuto quale risarcimento per i lavoratori ammalati o famigliari dei deceduti (9 ML di €)
1987 – Per la seconda volta i protagonisti di questa battaglia si ritrovarono di fronte al bivio: superamento rischio amianto o no. L'ETERNIT FRANCE “fu mandata avanti a questo scopo” proponendo la riapertura dell'ETERNIT da parte della SAFE.
Ciò avrebbe significato, se si fosse accettato, una “riconciliazione con il rischio amianto”.
I protagonisti dissero di no come CGIL (in mancanza di una riconversione produttiva) nonostante fosse sopraggiunto un accordo tra la Safe ed i sindacati di categoria ( si era in presenza di 350 disoccupati ETERNIT in età avanzata, la maggioranza con asbestosi).
Il Sindaco dell'epoca Riccardo Coppo, fece un'ordinanza di divieto dell'utilizzo dell'amianto nel territorio comunale, fu il colpo di grazia alla riapertura della ETERNIT.
1988 – Venne costituita l'Associazione Famigliari Lavoratori Eternit Deceduti – AFLED, –
Presidente Romana Blasotti Pavesi (che a oggi conta cinque vittime nella sua famiglia a causa dell’amianto, fra le quali l’amato marito e ex lavoratore Eternit e l’adorata figlia Maria Rosa, che in quella maledetta fabbrica non ci aveva mai messo piede) - trasformatasi dal 2000 in Associazione Famigliari Vittime Amianto.
L'ETERNIT, nel frattempo e dopo, non intervenne mai anche rispetto alla diffusione del rischio amianto sul territorio, (persistenza del dolo) purtroppo non ha mai voluto assumersi le proprie responsabilità. Si tratta in particolare degli scarti di lavorazione di cui il “polverino” (polvere di tornitura dei tubi di Eternit) veniva “smaltito” regalandolo ai lavoratori ed ai cittadini per essere riutilizzato quale isolante nei sottotetti, stradine, cortili, ecc.
1989 – A Casale il più importante convegno contro l'amianto: “No all'amianto” con CGIL e INCA regionali e Nazionali.
Fu lanciata la campagna per una legge di messa al bando dell'amianto, chiedendo anche la costituzione di un fondo nazionale per le vittime, in specie in favore dei cittadini, non professionali,bonifica ambientale e tutele per i lavoratori.
La CGIL nazionale fece propria questa battaglia: Agosto 1989 viene presentata da CGIL CISL UIL nazionali al Governo una proposta di legge per la messa al bando dell'amianto, la tutela dei lavoratori e dell'ambiente.
Nel frattempo, ancora nessun intervento da parte della ETERNIT per informare o contribuire ad evitare il disastro.
Questo mentre l'AUA (Associazione Utilizzatori Amianto, di una serie di industrie di cui l'ETERNIT di Reggio Emilia), fece pubblicare un'inserzione su tutti i giornali “denunciando il tentativo in atto ad opera di alcune parti sociali di voler influenzare le decisioni del Parlamento, con richieste fortemente penalizzanti in merito all'uso dell'amianto, che mettono inutilmente a rischio il posto di lavoro di 4000 addetti.....” (la storia si ripete ovunque).
1992 – Legge 257 – messa al bando dell'amianto - preceduta da circa tre anni di mobilitazione – riunioni, assemblee, sit-in davanti al Parlamento, Palazzo del Governo, ecc. Con cartelli sorretti dai disoccupati ETERNIT con asbestosi indicanti il numero dei morti e dei malati dell'epoca.
La battaglia per la bonifica, con la legge 257, trasse nuovo vigore. Le forze sociali e continuavano a sollecitare ed ottenere confronti con le istituzioni, assemblee ecc.
1996 – La regione Piemonte – Assessore casalese Paolo Ferraris – eroga un primo importante contributo finanziario per la bonifica. Purtroppo anche Paolo Ferraris venne colpito dal mesotelioma.
1998 – Legge 426 – Casale sito di interesse nazionale da bonificare = piano di bonifica territoriale (48 comuni). Il Comune di Casale aveva già attivato incentivi e servizi ai cittadini per la bonifica.
La bonifica è in corso,le modalità tecniche di bonifica del “polverino”, sono state sperimentate e validate a Casale da ASL e ARPA (enti locali di competenza sanitaria ed ambientale)
1999/2000 - Dopo la sentenza della Corte di Cassazione del primo processo penale, riprendiamo a presentare esposti/denuncia alla locale Procura della Repubblica, di cittadini e lavoratori deceduti o ammalati a causa dell'amianto per individuare le responsabilità della multinazionale.
2004 – Esposto alla procura della Repubblica di Torino dopo che il Procuratore della Repubblica di Torino, Raffaele Guariniello, ha inviato ma corposa comunicazione giudiziaria, dopo anni di lavoro, a due indagati: Stephan Schmidheiny e Jean-Luis de Cartier de Marchienne.
2009 – Il 6 aprile si tiene a Torino la prima udienza preliminare del Processo Eternit.
2009 – Il 22 luglio Con un lungo ed articolato decreto, la dott.ssa Palmesino, Giudice dell'udienza preliminare di Torino, ha disposto oggi il rinvio a giudizio degli imputati Schnideiny e De Cartier per tutti i reati loro contestati.
2011 – Dopo la 65° udienza del Processo tenutasi il 21 novembre, viene fissata la data nella quale verrà emesso il verdetto: sarà il 13 febbraio 2012.
Si ringraziano Bruno Pesce e Nicola Pondrano per la storiografia sopra riportata, abbiamo attinto a piene mani dai loro bellissimi discorsi tenuti a Brasilia il 30 agosto 2009 per ricostruirla.
Associazione Voci della Memoria
lunedì 12 dicembre 2011
Draghi, Verbano, fascisti e sottovalutazioni
Un anno fa scrissi un post simil serio su Draghi e Moni Ovadia come improbabile ticket elettorale. A parte le visite dei soliti aficionados, il post ha avuto vita propria perché su di esso confluivano le ricerche fatte con le parole draghi+ebreo. Un mese fa ho scritto un altro post dove mi ponevo una domanda inquietante, ovvero, di cosa fosse indice questa ricerca. Non lo avessi mai fatto, in poco meno di un mese questo scritto ha catalizzato, per ben 312 volte, la ricerca sul se Mario Draghi è ebreo. Ieri un anonimo utente ha lasciato questo commento al post in questione: Edward ha detto...
Sabato notte, tornando da una cena con amici, sotto casa abbiamo trovato questa bella scritta. Ora, se fossi paranoico penserei che la scritta sia stata fatta per noi o per un nostro vicino. Ma, forse più semplicemente, gli autori l'hanno fatta perché di notte la strada è semi buia e poco trafficata, quindi il posto adatto per dar vita alla propria ignoranza. A parte il non sapere che di solito i topi di fogna sono loro, "fascisti carogne tornate nelle fogne", mi piacerebbe sapere se i ragazzetti che l'hanno fatta sanno cosa vogliono dire quei simboli all'inizio e alla fine della scritta. Ma tant'è. Personalmente non me la sento di minimizzare l'accaduto. Troppe volte lo si è fatto permettendo poi la nascita di gruppi e gruppuscoli che hanno insanguinato il nostro Paese. La sottovalutazione del pericolo fascista è uno dei punti cardine del libro di Valerio Lazzaretti "Valerio Verbano Ucciso da chi, come e perché" Odradek Edizioni, 25€.
Scritto con la precisione e la pignoleria che sono propri di un bravo archivista, in questo caso anche bravo scrittore. Documentato, preciso, e annichilente nel rievocare il clima della capitale nella fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80. Non mancava giorno che non ci fosse un'esplosione, un ferito o un morto. E l'atteggiamento indulgente delle forze dell'ordine verso chi si schierava contro il "pericolo comunista" ha fatto sì che quando si è deciso di intervenire era già troppo tardi, i gruppi eversivi di destra erano diventati una realtà strutturata e violenta. La lettura del libro mi ha riportato alla mente un episodio di quegli anni, non c'entrano i fascisti ma fa niente.
Insomma, come al solito si scese tutti in portineria, i tipografi con qualche strumento atto a difendersi. Davanti all'entrata c'era l'allora caporedattore che, con il suo fare un po' spavaldo di sempre, si spinge fino alla porta e l'apre. L'autonomo primo nella fila, non attendeva altro e si avventa contro il vetro. Ricordo che detti un calcio alla porta che si chiuse appena in tempo. Il capo nemmeno mi disse grazie. Anche diverso tempo dopo qualcuno continuava a chiedermi perché non fossi stato fermo.
Penso chi si chiedeva se Mario Draghi fosse ebreo volesse dire qualcosa come chiedersi se x, che è riconosciuto essere un avaro, sia genovese... Storicamente nota è, infatti, la familiarità che gli ebrei hanno sempre avuto con la finanza...Per questo motivo trovo la domanda provocatoria -certo - e basata su un certo grado di generalizzazione, ma non affatto stupida né inquietante...
A parte l'italiano, continuo a dire che è preoccupante il procedere dei ragionamenti in modo semplicistico e ristretto nella gabbia del luogo comune. Il solo chiedersi se Draghi è ebreo è, per me, sintomo di latente, se non manifesto, preconcetto verso delle persone esclusivamente su base religiosa. E nemmeno penso sia il caso di mettersi qui a spiegare, caro Edward, perché gli ebrei hanno sempre avuto una "familiarità" con la finanza. Dovrei spiegare le origini e la storia dell'antisemitismo. E, come detto in tanti altri post, non ho fatto il maestro nella vita, figuriamoci se lo faccio con il blog.
***
Scritto con la precisione e la pignoleria che sono propri di un bravo archivista, in questo caso anche bravo scrittore. Documentato, preciso, e annichilente nel rievocare il clima della capitale nella fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80. Non mancava giorno che non ci fosse un'esplosione, un ferito o un morto. E l'atteggiamento indulgente delle forze dell'ordine verso chi si schierava contro il "pericolo comunista" ha fatto sì che quando si è deciso di intervenire era già troppo tardi, i gruppi eversivi di destra erano diventati una realtà strutturata e violenta. La lettura del libro mi ha riportato alla mente un episodio di quegli anni, non c'entrano i fascisti ma fa niente. ***
Spesso al giornale ricevevamo visite dei nostri vicini di casa di via dei Volsci, gli autonomi, per un periodo venivano quasi regolarmente a farci dono di improperi e di sassi. Un pomeriggio arrivarono in gruppo più numeroso del solito e, come d'abitudine, iniziò il solito rito, ingiurie e sassaiola. Nella stanza delle telescriventi, infernali macchine rumorose che scrivevano chilometri e chilometri di notizie al giorno, che io dividevo secondo argomento e in base all'importanza e l’urgenza consegnavo in redazione, dove lavoravo c'era un grande finestrone con davanti il telex con cui si tenevano i contatti con la redazione di Mosca e la telescrivente per New York e mentre ero seduto ad uno dei due arriva sul vetro una sassata. Ero al terzo piano!Insomma, come al solito si scese tutti in portineria, i tipografi con qualche strumento atto a difendersi. Davanti all'entrata c'era l'allora caporedattore che, con il suo fare un po' spavaldo di sempre, si spinge fino alla porta e l'apre. L'autonomo primo nella fila, non attendeva altro e si avventa contro il vetro. Ricordo che detti un calcio alla porta che si chiuse appena in tempo. Il capo nemmeno mi disse grazie. Anche diverso tempo dopo qualcuno continuava a chiedermi perché non fossi stato fermo.
martedì 6 dicembre 2011
Il Governo del Professor Monti è criticabile da sinistra?
Da diverse parti, anche da amici e da un me stesso che conosco poco e che qualche volta prende il sopravvento senza che riesca a controllarlo a dovere, vengono espresse critiche, dal benevolo al feroce, verso tutti coloro che esprimono dissenso verso la manovra del Governo. Da più parti ancora si tirano fuori le cadute dei due governi Prodi. Nessuno mette in dubbio gli errori di una sinistra spesso autoreferenziale ma si dimenticano le colpe di tutti gli altri partiti della coalizione e nemmeno vale la pena disquisire se il secondo governo Prodi sia caduto per colpa di Malabarba o di Mastella. Non voglio nemmeno rivangare colpe antiche come la legge sul conflitto di interessi e nemmeno le colpe degli italiani che hanno votato con convinzione Silvio Berlusconi. E di esempi da fare sulle colpe degli italiani ce ne sono a bizzeffe. Azzeriamo e lasciamo da parte le dietrologie.
Il Presidente della Repubblica ha fatto il possibile per "licenziare" il precedente Governo, non si può negare che l'aiuto dei mercati finanziari è stato determinante, e nominare un tecnico che potesse affrontare la crisi fino ad ottobre negata dal precedente Governo. Ora il problema del popolo della sinistra è che in molti speravano (me compreso) che qualche segno di discontinuità potesse arrivare da sì tanti cervelli. E' un antico vizio italico quello di sperare sempre nel superuomo e non ci siamo sottratti nemmeno questa volta alla perenne illusione.
La situazione è così complicata e grave che tutti sapevamo che saremmo andati incontro a sacrifici (lo dico senza piangere ma con una profonda incazzatura) a dir poco duri. Ora mi chiedo quale sia la discontinuità nell'opera del nuovo esecutivo ma non so darmi una risposta. Diverse cose le ho dette, come so e come posso, nei due precedenti post, pensioni, evasori, mercato ed altro.
Sul piano politico ha ragione, e non immaginate quanto mi costa dirlo, ha ragione Berlusconi: "Questa manovra politicamente la pagherà il Pd". E' inutile dire che il primo pensiero è l'Italia, agli italiani, e non parlo dei ridicoli padani (rigorosamente minuscolo), non frega nulla della molteplicità, interessa solo il proprio particolare e, quindi pagherà il Pd perché avrà "tradito" ancora una volta. E su questo la destra ci farà la prossima campagna elettorale.
Per tornare al punto di partenza, non trovo disdicevole che qualcuno dica che questa manovra così com'è non va, per evitare drammi politici, economici e sociali futuri basterebbe che questo Governo correggesse alcune cose della manovra. L' indicizzazione delle pensioni, la percentuale di tassazione dei capitali scudati e un segno forte di voler colpire i grandi capitali e i costi della politica. Obtorto collo e con l'ombrello al culo sarebbero d'accordo anche quelle forze che ora dichiarano il loro netto dissenso alle prime mosse del Governo Monti.
Il Presidente della Repubblica ha fatto il possibile per "licenziare" il precedente Governo, non si può negare che l'aiuto dei mercati finanziari è stato determinante, e nominare un tecnico che potesse affrontare la crisi fino ad ottobre negata dal precedente Governo. Ora il problema del popolo della sinistra è che in molti speravano (me compreso) che qualche segno di discontinuità potesse arrivare da sì tanti cervelli. E' un antico vizio italico quello di sperare sempre nel superuomo e non ci siamo sottratti nemmeno questa volta alla perenne illusione.
La situazione è così complicata e grave che tutti sapevamo che saremmo andati incontro a sacrifici (lo dico senza piangere ma con una profonda incazzatura) a dir poco duri. Ora mi chiedo quale sia la discontinuità nell'opera del nuovo esecutivo ma non so darmi una risposta. Diverse cose le ho dette, come so e come posso, nei due precedenti post, pensioni, evasori, mercato ed altro.
Sul piano politico ha ragione, e non immaginate quanto mi costa dirlo, ha ragione Berlusconi: "Questa manovra politicamente la pagherà il Pd". E' inutile dire che il primo pensiero è l'Italia, agli italiani, e non parlo dei ridicoli padani (rigorosamente minuscolo), non frega nulla della molteplicità, interessa solo il proprio particolare e, quindi pagherà il Pd perché avrà "tradito" ancora una volta. E su questo la destra ci farà la prossima campagna elettorale.
Per tornare al punto di partenza, non trovo disdicevole che qualcuno dica che questa manovra così com'è non va, per evitare drammi politici, economici e sociali futuri basterebbe che questo Governo correggesse alcune cose della manovra. L' indicizzazione delle pensioni, la percentuale di tassazione dei capitali scudati e un segno forte di voler colpire i grandi capitali e i costi della politica. Obtorto collo e con l'ombrello al culo sarebbero d'accordo anche quelle forze che ora dichiarano il loro netto dissenso alle prime mosse del Governo Monti.
Considerazioni e domande banali
E' singolare che al precedente post, dove mi ponevo domande assolutamente di carattere pratico lasciando le elaborazioni teoriche per altre occasioni, ci sia chi mi ha risposto guardando il dito e non i Monti (sì, lo so, la battuta è penosa, però la volevo fare comunque).
Iniziamo da una considerazione banale. Forse, ma potrei anche toglierlo, è stato il mio post più letto da quando ho aperto il blog anche grazie alla ripubblicazione da parte della syndication Globalist.it, che non posso far altro che ringraziare per lo spazio accordatomi. Fatta la personcina educata, passiamo oltre. Forse era un buon post, ma il fatto che sia stato così letto e ripreso anche da singoli, dovrebbe far riflettere sulla situazione in cui stiamo. Non ho fatto altro che descrivere la mia/nostra situazione con una piccola aggiunta di drammatizzazione, ripeto, piccola. Quante persone potrebbero descrivere situazioni peggiori? Se non lo fanno è perché molti hanno perso anche la speranza che qualcosa possa cambiare, risparmiano anche sulla voce e sulle idee rendendosi conto che pochi sono quelli disposti anche solo ad ascoltare. E poi non dimentichiamoci che, per molti, la povertà è vergogna, come la malattia.
Per tornare alla considerazione iniziale, vorrei dire a coloro che si sono "arrampicati sugli specchi", non per confutare il mio scritto ma per trovare una giustificazione ad una manovra sì dura verso i pensionati, che sarebbe bastato aumentare la quota di prelievo sui mitici (come altro definirli?) capitali scudati per fare cassa come e più che con la non indicizzazione delle pensioni. Costoro hanno commesso un reato, sono stati "amministiati" in modo surrettizio con una decurtazione di pena vergognosa, qualcuno non ha nemmeno pagato il dovuto e ora si ritrovano con un prelievo che non farà loro né caldo e né freddo. Si parla tanto della certezza della pena, appunto, questo è proprio il caso che dimostra la mancanza della certezza della pena nel nostro Paese. E, per continuare, non sarebbe stato meglio calmierare per due anni le pensioni d'oro che superano i 5.000/10.000€ invece di colpire quelle eccedenti i 960€?
I ricchi in Italia sono un esiguo numero, salvaguardarli oltre misura non contribuisce di certo a muovere l'economia. Sono l'uomo delle domande banali, sono quello che potreste incontrare al bar, quello che nella fila alla posta se la prende con il furbetto di turno, quello che si incazza con gli "affiancatori" ai semafori, insomma sono un rompiscatole patentato. E parlando di domande banali ne faccio una: muove di più l'economia 770mila acquisti di macchine di grossa cilindrata o 10.000.000 di automobili di bassa e media cilindrata? Tutto il resto sono chiacchiere per bocconiani e non solo.
Ma che ci volete fare, sono solo un povero ingenuo sognatore e per di più ancora comunista.
Iniziamo da una considerazione banale. Forse, ma potrei anche toglierlo, è stato il mio post più letto da quando ho aperto il blog anche grazie alla ripubblicazione da parte della syndication Globalist.it, che non posso far altro che ringraziare per lo spazio accordatomi. Fatta la personcina educata, passiamo oltre. Forse era un buon post, ma il fatto che sia stato così letto e ripreso anche da singoli, dovrebbe far riflettere sulla situazione in cui stiamo. Non ho fatto altro che descrivere la mia/nostra situazione con una piccola aggiunta di drammatizzazione, ripeto, piccola. Quante persone potrebbero descrivere situazioni peggiori? Se non lo fanno è perché molti hanno perso anche la speranza che qualcosa possa cambiare, risparmiano anche sulla voce e sulle idee rendendosi conto che pochi sono quelli disposti anche solo ad ascoltare. E poi non dimentichiamoci che, per molti, la povertà è vergogna, come la malattia.Per tornare alla considerazione iniziale, vorrei dire a coloro che si sono "arrampicati sugli specchi", non per confutare il mio scritto ma per trovare una giustificazione ad una manovra sì dura verso i pensionati, che sarebbe bastato aumentare la quota di prelievo sui mitici (come altro definirli?) capitali scudati per fare cassa come e più che con la non indicizzazione delle pensioni. Costoro hanno commesso un reato, sono stati "amministiati" in modo surrettizio con una decurtazione di pena vergognosa, qualcuno non ha nemmeno pagato il dovuto e ora si ritrovano con un prelievo che non farà loro né caldo e né freddo. Si parla tanto della certezza della pena, appunto, questo è proprio il caso che dimostra la mancanza della certezza della pena nel nostro Paese. E, per continuare, non sarebbe stato meglio calmierare per due anni le pensioni d'oro che superano i 5.000/10.000€ invece di colpire quelle eccedenti i 960€?
I ricchi in Italia sono un esiguo numero, salvaguardarli oltre misura non contribuisce di certo a muovere l'economia. Sono l'uomo delle domande banali, sono quello che potreste incontrare al bar, quello che nella fila alla posta se la prende con il furbetto di turno, quello che si incazza con gli "affiancatori" ai semafori, insomma sono un rompiscatole patentato. E parlando di domande banali ne faccio una: muove di più l'economia 770mila acquisti di macchine di grossa cilindrata o 10.000.000 di automobili di bassa e media cilindrata? Tutto il resto sono chiacchiere per bocconiani e non solo.
Ma che ci volete fare, sono solo un povero ingenuo sognatore e per di più ancora comunista.
domenica 4 dicembre 2011
Lettera al Presidente del Consiglio
Egregio Professor Monti,
la chiamo così perché è il titolo che più preferisce, come ha detto e, tra l'altro, non posso chiamarlo "caro" per il semplice motivo che di lei mi è e mi sarà caro l'esito della manovra finanziaria del suo governo sul mio tenore di vita. E non solo sul mio, come le spiegherò più avanti.
Ho salutato la sua ascesa, la sua nomina, non con gioia ma con un fievole grado di soddisfazione perché, pur ritenendola una persona sicuramente più affidabile del burattinaio che l'ha preceduta, resta, e lo ha dimostrato, un rappresentate della classe sociale che reputavo, reputo e reputerò, visto anche il suo agire, mia perenne nemica. Non è che mi attendessi dal suo Governo brioches con la panna, ma nemmeno il perseverare nel colpire le classi meno abbienti. Pensavo che il suo concetto di equità potesse coincidere con il mio, che non è altro che quello espresso dal vocabolario: virtù che consente l'attribuzione o il riconoscimento di ciò che spetta al singolo in base a una interpretazione umana e non letterale della giustizia e non solo. Ma sicuramente sa con precisione qual è il piatto che ci sta servendo senza che glielo specifichi io. Però forse le è sfuggito qualche effetto collaterale della medicina, da tanti evocata, che ci apprestiamo a prendere in dosi massicce, direi una overdose per molti letale.
Chi le scrive è un giovane pensionato, non per mia scelta sia chiaro sin da subito, che è stato contento di lasciare il lavoro perché stanco e con la speranza che la sua uscita potesse servire a mantenere al lavoro qualche collega più giovane. Purtroppo non sarà così, ma questa è un'altra storia che, forse, le racconterà qualcun altro. A differenza di molti, un 75% per scelta e un 25% per mancanza di occasioni, non ho un lavoro in nero. La mia pensione mi permette di vivere più che dignitosamente e mi sentirei un ladro a togliere un lavoro, pur'anche precario, ad un giovane. Mi parrebbe di toglierlo alle mie figlie, una precarissima al limite della disoccupazione e una stabile sull'orlo della precarizzazione. Ora però, con le decisioni prese per salvare l'Italia, il suo Governo rischia di ammazzare il mio ego, non quello smisurato ma quello banalmente normale. Rischia di ammazzare il mio ruolo di padre e il mio ruolo di "ammortizzatore sociale". So che già ha capito, o le parrà di aver capito, ma vado avanti con la spiegazione affinché non ci siano dubbi.
Con la mia pensione, maturata con 35 anni di onesto lavoro, e sarebbero stati di più se mi fossero stati versati tutti i contributi, mantengo me e mia moglie, disoccupata da anni e che ha perduto i contributi già incamerati dall'Inps, pago un prestito fatto per comperare la macchina, la vecchia era diventata vetusta e pericolosa, e non solo. Mantengo anche due gatti, rigorosamente randagi salvati dalla strada e, cosa più importante svolgo la funzione di ammortizzatore sociale per le due figlie, perché se non lo facessi io non lo farebbe nessuno.
A questo punto come padre mi devo sentire in colpa per non aver mai "spinto" o "chiesto" nulla per le mie figlie, mi devo sentire in colpa per non aver fatto "magheggi " per arricchirmi. Mi devo sentire in colpa per essere stato onesto fino in fondo. Mi sento in colpa verso la mia famiglia perché lo Stato non sta facendo nulla per aiutare loro e nemmeno me, anzi, mi sta penalizzando oltre misura. Tutto aumenta, non c'è bisogno che le faccia la lista, e ora lei mi riporta in auge l'Ici (o come verrà chiamata, non conta la definizione ma la sostanza, un cieco è un cieco anche se chiamato non vedente), mi blocca la rivalutazione della pensione e altre belle cosette che metteranno le mani nelle mie tasche. Vogliamo parlare della sanità? Tra l'altro da qui fino alla mia, spero lontana, dipartita, dovrò affrontare spese mediche con cadenza annua e sono preoccupato per quel che leggerò nella sua manovra riguardo la sanità. Se sono preoccupato io che tutto sommato ho una pensione discreta, quanto sono preoccupati quelli che percepiscono un vitalizio molto più basso del mio?
L'equità dove la vede lei nei suoi provvedimenti? E' certo che non poteva fare di meglio e di più? Sì stiamo fallendo, ma è sicuro che colpendo i soliti noti risolleverà le sorti dell'economia italiana? E' mai andato in un supermercato dove i più bisognosi comperano solo prodotti in offerta? Ha mai visto un pensionato comperare mezzo litro di latte, due rosette e mezzo etto di mortadella (quella che costa di meno)? Non rivalutando le loro pensioni avrà fatto sicuramente cassa ma non smuoverà l'economia. Potrei continuare, ma lei è persona colta e intelligente e non ce ne è bisogno. Purtroppo occorre dire che lei ha scelto sul solco di chi l'ha preceduta, la demagogia e la salvaguardia degli interessi dei più forti a discapito, come sempre dei più deboli.
Ora mi dica: come posso mantenere ancora un fievole grado di soddisfazione per la sua nomina?
la chiamo così perché è il titolo che più preferisce, come ha detto e, tra l'altro, non posso chiamarlo "caro" per il semplice motivo che di lei mi è e mi sarà caro l'esito della manovra finanziaria del suo governo sul mio tenore di vita. E non solo sul mio, come le spiegherò più avanti.
Ho salutato la sua ascesa, la sua nomina, non con gioia ma con un fievole grado di soddisfazione perché, pur ritenendola una persona sicuramente più affidabile del burattinaio che l'ha preceduta, resta, e lo ha dimostrato, un rappresentate della classe sociale che reputavo, reputo e reputerò, visto anche il suo agire, mia perenne nemica. Non è che mi attendessi dal suo Governo brioches con la panna, ma nemmeno il perseverare nel colpire le classi meno abbienti. Pensavo che il suo concetto di equità potesse coincidere con il mio, che non è altro che quello espresso dal vocabolario: virtù che consente l'attribuzione o il riconoscimento di ciò che spetta al singolo in base a una interpretazione umana e non letterale della giustizia e non solo. Ma sicuramente sa con precisione qual è il piatto che ci sta servendo senza che glielo specifichi io. Però forse le è sfuggito qualche effetto collaterale della medicina, da tanti evocata, che ci apprestiamo a prendere in dosi massicce, direi una overdose per molti letale.
Chi le scrive è un giovane pensionato, non per mia scelta sia chiaro sin da subito, che è stato contento di lasciare il lavoro perché stanco e con la speranza che la sua uscita potesse servire a mantenere al lavoro qualche collega più giovane. Purtroppo non sarà così, ma questa è un'altra storia che, forse, le racconterà qualcun altro. A differenza di molti, un 75% per scelta e un 25% per mancanza di occasioni, non ho un lavoro in nero. La mia pensione mi permette di vivere più che dignitosamente e mi sentirei un ladro a togliere un lavoro, pur'anche precario, ad un giovane. Mi parrebbe di toglierlo alle mie figlie, una precarissima al limite della disoccupazione e una stabile sull'orlo della precarizzazione. Ora però, con le decisioni prese per salvare l'Italia, il suo Governo rischia di ammazzare il mio ego, non quello smisurato ma quello banalmente normale. Rischia di ammazzare il mio ruolo di padre e il mio ruolo di "ammortizzatore sociale". So che già ha capito, o le parrà di aver capito, ma vado avanti con la spiegazione affinché non ci siano dubbi.
Con la mia pensione, maturata con 35 anni di onesto lavoro, e sarebbero stati di più se mi fossero stati versati tutti i contributi, mantengo me e mia moglie, disoccupata da anni e che ha perduto i contributi già incamerati dall'Inps, pago un prestito fatto per comperare la macchina, la vecchia era diventata vetusta e pericolosa, e non solo. Mantengo anche due gatti, rigorosamente randagi salvati dalla strada e, cosa più importante svolgo la funzione di ammortizzatore sociale per le due figlie, perché se non lo facessi io non lo farebbe nessuno.
A questo punto come padre mi devo sentire in colpa per non aver mai "spinto" o "chiesto" nulla per le mie figlie, mi devo sentire in colpa per non aver fatto "magheggi " per arricchirmi. Mi devo sentire in colpa per essere stato onesto fino in fondo. Mi sento in colpa verso la mia famiglia perché lo Stato non sta facendo nulla per aiutare loro e nemmeno me, anzi, mi sta penalizzando oltre misura. Tutto aumenta, non c'è bisogno che le faccia la lista, e ora lei mi riporta in auge l'Ici (o come verrà chiamata, non conta la definizione ma la sostanza, un cieco è un cieco anche se chiamato non vedente), mi blocca la rivalutazione della pensione e altre belle cosette che metteranno le mani nelle mie tasche. Vogliamo parlare della sanità? Tra l'altro da qui fino alla mia, spero lontana, dipartita, dovrò affrontare spese mediche con cadenza annua e sono preoccupato per quel che leggerò nella sua manovra riguardo la sanità. Se sono preoccupato io che tutto sommato ho una pensione discreta, quanto sono preoccupati quelli che percepiscono un vitalizio molto più basso del mio?
L'equità dove la vede lei nei suoi provvedimenti? E' certo che non poteva fare di meglio e di più? Sì stiamo fallendo, ma è sicuro che colpendo i soliti noti risolleverà le sorti dell'economia italiana? E' mai andato in un supermercato dove i più bisognosi comperano solo prodotti in offerta? Ha mai visto un pensionato comperare mezzo litro di latte, due rosette e mezzo etto di mortadella (quella che costa di meno)? Non rivalutando le loro pensioni avrà fatto sicuramente cassa ma non smuoverà l'economia. Potrei continuare, ma lei è persona colta e intelligente e non ce ne è bisogno. Purtroppo occorre dire che lei ha scelto sul solco di chi l'ha preceduta, la demagogia e la salvaguardia degli interessi dei più forti a discapito, come sempre dei più deboli.
Ora mi dica: come posso mantenere ancora un fievole grado di soddisfazione per la sua nomina?
sabato 3 dicembre 2011
Cosa è più indigesta?
Ieri, oltre al solito giornale, mi sono letto la rassegna stampa di un ente sulla situazione politico-economica-finanziaria ed altro ancora dell'Italia e degli italiani. Stanotte mi sono sognato mia madre che si risvegliava dall'eterno riposo. Ci sarà un collegamento? O mi è rimasta pesante la pizza mangiata a casa di amici? O, più semplicemente, mi è indigesta la situazione attuale e quella che si prefigura?
E' inutile che fai finta di niente, lo so, stai guardando me e già pregusti il sapore della mia pensione, quel misto di sudore e sangue versati in lunghi anni di lavoro che ora dovrei continuare a dare per la remissione dei vostri debiti.
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