A dire il vero la giornata non era iniziata affatto bene. Prima ancora che sorgesse il sole, si era svegliato e con gli occhi ben aperti fissava il soffitto alla luce del lampione. Non era la prima volta, anzi, ormai gli succedeva spesso. Una veglia angosciante in attesa di riprendere sonno, cosa che effettivamente accadeva sempre. Un nuovo sonno agitato e popolato di sogni che non avrebbe ricordato. E poi, verso le nove, apriva definitivamente gli occhi, stanco e con la voglia di lasciarsi andare. Di rimanere a letto per un tempo indefinito, chiuso e protetto nel suo bozzolo di dolore. Ma dolore per che cosa? Per chi? Ormai non aveva da dire e dare niente a nessuno. E non aveva da ricevere nulla. Da nessuno. Viveva. Ed era già abbastanza.
La sua casa in città non vedeva ormai da tempo visitatore o visitatrice fatta eccezione per la donna che gli faceva le pulizie e non solo. A dispetto del suo sentirsi vecchio e malandato, e sapeva che non lo era, aveva ancora vigore fisico da spendere. Ma non aveva più sentimenti da regalare. Giovanna arrivava, una volta a settimana, alle nove del mattino di ogni mercoledì con le borse della spesa colme e rimaneva fino a sera pulendo, cucinando per poi congelare nel capace frigo. Ma prima di ogni cosa, dopo aver poggiato le sporte, andava in camera da letto, si spogliava e entrava nel letto. Si conoscevano ormai da anni, l'aveva scelta tra diverse candidate perché non era giovane ed era sposata. E nemmeno era una gran bellezza. Pensava di essersi messo al riparo da tentazioni carnali e sentimentali. Finché un giorno, in uno dei suoi giorni bui che passava nella penombra della camera in attesa che le ore si consumassero, non l'aveva sentita entrare in camera. Prima che lei potesse parlare le disse: "No Giovanna, non ho bisogno di nulla, sono solo stanco". E continuò a volgerle le spalle protetto dalle coperte. Non immaginava che lei, già nuda, gli entrasse nel letto. Si accucciò vicino e gli fece sentire il suo corpo. Caldo. Gli passò un braccio sulle spalle e si strinse facendogli sentire i seni, ancora sodi e duri, sulla schiena. Intanto la sua mano gli tirava i peli del petto e gli accarezzava la pancia. Fu l'inizio di una storia che durava ancora oggi, dopo anni. "Non preoccuparti, ti chiamerò appena torno", le uniche parole che gli aveva lasciato per avvertirla della sua assenza.
Quello che vedeva, comunque, non era il "suo" bar, era un simulacro che conservava solo il nome di un passato che non esisteva più. Già vedendolo da fuori si rendeva conto dello scempio fatto alla sua memoria, al suo, e di molti altri, passato. Non esisteva più la grande terrazza, al suo posto una indegna struttura che faceva pensare più ad un padiglione da luna park di quart'ordine. D'altronde l'insegna non lasciava dubbio alcuno. Bar, pizzeria, ristorante, forno a legna, tabacchi, slot machine e chissà che altro. Sicuramente erano spariti biliardo, bigliardino e flipper che ingurgitavano soldi di giovani sfaccendati e di studenti. Di rado anche di qualche ragazza. Ripensava a quanto imparato durante le lunghe, interminabili partite a bigliardino che si concludevano con le vesciche sui palmi.
Fu li che per la prima volta senti la frase "
aurea mediocrità". La usò uno di quei ragazzi che sapeva fare tutto, calcio, tennis, basket, pallavolo, biliardo e bigliardino, che metteva impossibili record a flipper e, per abbondare, andava anche bene a scuola ... però, non era bello (cazzo, mica si può avere tutto dalla vita!). Utilizzò la frase rivolto ad un ragazzo che andava benino a scuola, che sapeva giochicchiare a calcio, che si difendeva a flipper, bigliardino e biliardo. Nelle altre cose non aveva provato, per il tennis non aveva i soldi, per il basket non aveva l'altezza. Gli stava spiegando perché non lo voleva quasi mai come compagno di calciobalilla: "Sì, sai giocare ma non eccelli in nessuno dei due ruoli". Si ricordava che mentre udiva queste parole aveva le stecche della difesa strette tra le mani e si sentiva soddisfatto di essere stato scelto da "bravissimo" per giocare in coppia. Si rese conto solo in seguito che, anche se forse non voleva, Bravissimo stava umiliando il comune "amico". Bravissimo era anche un, appunto, bravo ragazzo. Si rese conto del peso di quelle parole solo quando sperimentò su di se l'effetto che facevano.
Certo, non esiste mai solo un punto di vista. Per anni, forse quattro, aveva guardato la vita del paese dal punto di vista del bar. Seduto su dei sedili di marmo su cui poggiava la vetrina rientrata del bar. Da quella posizione, ambita da tutti gli sfaccendati e studenti, più o meno bravi, del paese, si studiava l'evolversi della società. Dalla musica, che ininterrottamente veniva vomitata dalle otto di mattina fino a tarda sera dal juke box, alla lunghezza delle gonne delle donne e delle ragazze. Dalla larghezza delle zampe di elefante dei pantaloni dei maschi fino alla lunghezza dei loro capelli. Altro non interessava, salvo alcuni che tra una partita e l'altra si "occupavano" di politica.