Tanto per mantenere fede ad un impegno preso molto tempo fa, sono andato all'ennesima manifestazione della mia vita.
Ore 15, il Pantheon, piazza storica e bellissima di Roma. Caldo sole settembrino che solo questa città sa regalare. Gente poca, principalmente giornalisti. Se blogger ci sono occorrerebbe cercarli tra le frotte di turisti che invadono la piazza. Si attende. Non si può fare altro. Qualche chiacchiera accompagnata da qualche sigaretta. Giornalisti, sempre di più. In fondo, diciamocelo con sincerità, il problema, professionalmente, è loro. Noi blogger siamo un'appendice del problema. Da quanto detto dai diversi oratori saluti sul palchetto, il pool di avvocati che si sta costituendo dovrebbe difendere anche i blogger che incorreranno nelle maglie della liberticida legge (nel caso venisse approvata).
Già nel 2008 molti di noi segnalarono il pericolo incombente sulla nostra democrazia. Personalmente lo chiamavo "regime", cosa che mi valse un attacco da altro blogger per essere troppo allarmista. Non so che fine abbia fatto il giovane, ma gli vorrei chiedere cosa pensa di questa legge che mette in pratica le peggiori paure. Da democrazia incompiuta siamo passati a una democrazia malata per finire in un regime democratico. Mettere le mani sulla libertà di stampa è il preludio della fine della libertà.
Mi tocca ricordare anche che quando ho scritto che nel PdL si erano radunati i peggiori fascisti in doppio petto, come al solito sono stato rimbrottato. Cosa mi si dice ora che il PdL va in pellegrinaggio a Predappio e propone come festa nazionale il 18 aprile 1948, vittoria della Dc sui comunisti, al posto del 25 aprile1945?
Certo che la strada che ci separa dai regimi sparsi nel mondo è breve. E il nostro atteggiamento non fa altro che accelerare la corsa verso la fine della democrazia. Perché, anche questo è inutile nascondercelo, tutti "i poteri" mirano a regolare le informazioni disponibili in rete. Tentarono di farlo anche con il governo Prodi e non mi stupirei ci riprovasse un ipotetico governo della sinistra.
Per tornare alla manifestazione, ad un certo punto ho avuto l'impressione che fosse una passerella per politici di secondo piano in cerca di visibilità. Fortunatamente gli interventi hanno riportato l'attenzione sul merito della questione. Si è detto che questo è stato solo il primo di una serie di appuntamenti. Speriamo che l'ora e il posto siano migliori. Comunque non si stanno ammazzando i blog, si sta ammazzando la libertà.
giovedì 29 settembre 2011
mercoledì 28 settembre 2011
L'assenza
Qualcuno ha bussato a questo blog per chiedere se ancora c'è qualcuno. Sì, ci sono. Ma è come se non ci fossi.
Sarai distante o sarai vicino
sarai più vecchio o più ragazzino
starai contento o proverai dolore
starai più al freddo o starai più al sole
Conosco un posto dove puoi tornare
conosco un cuore dove attraccare
Se chiamo forte potrai sentire
se credi agli occhi potrai vedere
c'è un desiderio da attraversare
e un magro sogno da decifrare
Conosco un posto dove puoi tornare
conosco un cuore dove attraccare
Piovono petali di girasole
sulla ferocia dell'assenza
la solitudine non ha odore
ed il coraggio è un'antica danza
Tu segui i passi di questo aspettare
tu segui il senso del tuo cercare
C'è solo un posto dove puoi tornare
c'è solo un cuore dove puoi stare
Sarai distante o sarai vicino
sarai più vecchio o più ragazzino
starai contento o proverai dolore
starai più al freddo o starai più al sole
Conosco un posto dove puoi tornare
conosco un cuore dove attraccare
Se chiamo forte potrai sentire
se credi agli occhi potrai vedere
c'è un desiderio da attraversare
e un magro sogno da decifrare
Conosco un posto dove puoi tornare
conosco un cuore dove attraccare
Piovono petali di girasole
sulla ferocia dell'assenza
la solitudine non ha odore
ed il coraggio è un'antica danza
Tu segui i passi di questo aspettare
tu segui il senso del tuo cercare
C'è solo un posto dove puoi tornare
c'è solo un cuore dove puoi stare
venerdì 23 settembre 2011
Tre pensieri prima di dormire
E così gli italiani ora hanno un nuovo argomento di cui parlare: i neutrini. Non contenti del Cac, Nasdaq, Ftsemib,Indice Dow Jones, Spread, Bund e altro ancora che non danno molte soddisfazioni si sono buttati sui neutrini, il Cern e i LNGS (Laboratori Nazionali Gran Sasso). Non conoscono nemmeno chi è il Presidente della Repubblica, ma per un paio di giorni sapranno tutto sui neutrini e la teoria della relatività di Einstein. Al massimo ai neutrini ci posso collegare Angeletti, Bonanni, Pisanu, Fioroni e Veltroni. Anche se voglio sperare che vengano neutralizzati. O meglio, se li sparassimo al prossimo esperimento?
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Dopo il precedente post, ho ricevuto una mail in cui mi si raccomandava di tornare a scrivere di politica che è sicuramente meglio. Chi lo ha fatto non mi conosce bene. Se c'è qualcosa che faccio è l'esatto contrario di ciò che mi viene detto di non fare. E' come far mangiare qualcosa ai bambini piccoli, basta vietargliela. In fin dei conti il blog è mio e ci scrivo quello che voglio. Se non vi sta bene andate a leggere cose più consolatorie in altri lidi. Di blog ce ne sono tanti, migliori e più letti di questo. Non me ne cale un fico secco. Non ho mai fatto e mai farò nulla per procacciarmi lettori.
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Parlare di politica mi provoca eruzioni ( non ho detto erezioni) cutanee che mi costringono a grattarmi e mi fanno venire le croste. Perché continuare a dire cose risapute, dette e ridette, da me, da altri blogger e dai giornali? Per avere qualche contatto in più. Come sopra, ribadisco che non me ne importa nulla.
L'unica cosa che mi stimola è l'attacco a Di Pietro per aver detto che si si va avanti così ci potrebbe scappare il morto. Detta con il suo modo non si capisce se è un avvertimento, una minaccia o un consiglio. Comunque è un'ipotesi non tanto peregrina. Basta guardarsi intorno per capirlo. Invece, in Italia, dove si guarda il dito e mai la luna, si grida allo scandalo perché qualcuno ha paventato un rischio reale. Che Di Pietro non goda delle mie massime simpatie ai lettori è noto, ma dargli addosso anche quando non ce ne è bisogno mi sembra troppo.
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Dopo il precedente post, ho ricevuto una mail in cui mi si raccomandava di tornare a scrivere di politica che è sicuramente meglio. Chi lo ha fatto non mi conosce bene. Se c'è qualcosa che faccio è l'esatto contrario di ciò che mi viene detto di non fare. E' come far mangiare qualcosa ai bambini piccoli, basta vietargliela. In fin dei conti il blog è mio e ci scrivo quello che voglio. Se non vi sta bene andate a leggere cose più consolatorie in altri lidi. Di blog ce ne sono tanti, migliori e più letti di questo. Non me ne cale un fico secco. Non ho mai fatto e mai farò nulla per procacciarmi lettori.
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Parlare di politica mi provoca eruzioni ( non ho detto erezioni) cutanee che mi costringono a grattarmi e mi fanno venire le croste. Perché continuare a dire cose risapute, dette e ridette, da me, da altri blogger e dai giornali? Per avere qualche contatto in più. Come sopra, ribadisco che non me ne importa nulla.
L'unica cosa che mi stimola è l'attacco a Di Pietro per aver detto che si si va avanti così ci potrebbe scappare il morto. Detta con il suo modo non si capisce se è un avvertimento, una minaccia o un consiglio. Comunque è un'ipotesi non tanto peregrina. Basta guardarsi intorno per capirlo. Invece, in Italia, dove si guarda il dito e mai la luna, si grida allo scandalo perché qualcuno ha paventato un rischio reale. Che Di Pietro non goda delle mie massime simpatie ai lettori è noto, ma dargli addosso anche quando non ce ne è bisogno mi sembra troppo.
giovedì 22 settembre 2011
Il ritorno
Partì nel tardo pomeriggio. L'autunno era ormai arrivato con sue piogge, il freschetto e i colori che attiravano gli occhi e lasciavano un velo di malinconia. Ancora si chiedeva perché fosse partito. "Sicuramente sto facendo una stronzata, una delle tante" pensò. Prese una sigaretta dal pacchetto poggiato sul sedile del passeggero e l'accese, "No, non è una stronzata, è che è giunta l'ora di guardare in faccia la realtà". La statale non correva. E nemmeno la macchina. Nella poca luce della quasi sera, aiutato dai fari, guardava la strada per lui non sconosciuta ma dimenticata nel corso degli anni. Non la riconosceva. La ricordava verde e solitaria e la ritrovava edificata, snaturata e abbandonata. Non si riconosceva più nemmeno lui. Anche lui snaturato, dalla vita e dalla solitudine. O dalla solitudine e dalla vita? Non riusciva ancora a darsi una risposta.
"E' una cazzata andare a rimestare nel proprio passato". Andare all'origine del male perché l'assenza del bene non lasciava alternative. Riconosceva i paesi che attraversava solo dai cartelli indicatori, non certo dalle brutte e mal cresciute periferie. Il buio, che mano a mano prendeva possesso del cielo, non aiutava a rendere il panorama attraente. Forse, se ci fosse stato il sole sarebbe stato diverso. "Non è questione di sole e di luce, è questione del silenzio che ti circonda anche quando sei in compagnia". "In compagnia di chi? E quando? E dove?". Un dialogo impossibile dove ognuno difendeva le proprie idee senza recedere di un passo, senza nessun tentativo di mediazione.
Il paese che cercava era alle porte. Si fermò in una trattoria dove era sicuro nessuno lo avrebbe riconosciuto, non solo per mangiare ma per far passare il tempo. Tanto lui ne aveva da perdere. Seduto davanti ad un quarto di vino rosso e un piatto di pasta, guardava gli avventori, pochi per essere un venerdì sera, ma la crisi non risparmia nessuno. Come in un giro tondo, che devono giocare anche chi non ha voglia, siamo tutti giù per terra. E non si sa chi riuscirà ad alzarsi. Uscì all'aperto a fumare l'ennesima sigaretta della giornata. Dalla bocca usciva fumo bianco che non si distingueva dal fiato condensato dalle prime basse temperature. Ordinò un dolce, pagò e si rimise in macchina.
L'ora era ormai tarda quando parcheggiò nella prima periferia. Si incamminò a piedi verso il paese. Di certo non correva il rischio di incontrare qualche conoscente. L'età ormai aveva poco da avanzare, solo pochi passi per poi fermarsi per sempre anche lei. Molti erano stati fermati prima di lui e coloro che erano rimasti probabilmente erano addormentati davanti al televisore o davanti a un bicchiere di vino. I giovani non sapevano nemmeno che esistesse. Non aveva avuto molti parenti e non aveva avuto buoni rapporti. Non aveva. Pensieri che si rotolavano nella testa quasi seguissero la pendenza della strada. La salita era dura come l'età che portava con se. Qui c'era un'edicola, quattro quotidiani e quattrocento giornali porno. Una baracca di lamiera e legno su una basamento di cemento. E lì, a dieci metri, l'alimentari tabacchi quasi addossato alla chiesa che apriva le porte sulla provinciale. Il mese mariano, ma si farà ancora?, i frati, le bigotte beghine che recitavano il rosario in latino senza sapere e capire. Perché la chiesa le voleva succubi e ignoranti. La merenda. La lotta per il chierichettaggio. Le bambine troppo cresciute. E i bambini che avrebbero voluto. Il negozio di mangimi per animali, il mobilificio che si era sempre chiesto a chi vendesse i mobili. Un altro alimentari con annesso bar (senza la luisona, sarebbe stata un lusso inconcepibile) tenuto da un donnone con un nome da uomo il cui marito era vittima come una donna. Lo stagnaro, il barbiere e il lanificio.
Era di mio zio, quello con un antico nome romano. Si cardava la lana tosata alle pecore. Da ciuffi duri venivano fuori batuffoli morbidi e gonfi come zucchero filato, odorosi di lana. Di pecora. Entravano in due sacchi e uscivano in sei. La moltiplicazione della lana senza che intervenisse Gesù. I figli che giocavano a pallone con me. I palloni che il padre-zio tagliava per pura cattiveria. Lo infastidivano le grida dei bambini e dei ragazzi, che qualcuno potesse giocare, divertirsi, anche se una porta era in salita e una in discesa. Lì in alto abitava una zia, la sfigata della famiglia. Ricordi lontani dell'altro secolo, di un mondo che non c'è più solo a parole. Ricordi talmente lontani che si erano fissati nella mente anche in maniera distorta, forse. Era morta in povertà? Possibile che le avesse portato cibo per lei, il marito beone e i figli? Ricordi? Ricordi riportati? E la paura della scala buia. Due rampe che congiungevano la strada con la diramazione della provinciale che, girando intorno alle case, andava verso il centro. Il buio che copriva chi saliva e chi scendeva perché non c'erano lampadine e nemmeno i lampioni per strada. Sarebbero arrivati dopo. I sussulti, le grida di spavento che lasciavano il segno nei più piccoli. La casa di zio. La casa dei genitori. Anche la mia.
Per strada non c'è nessuno. O quasi. Qualche ubriaco torna a casa. Come sempre. Come in passato e come in futuro. Le macchine parcheggiate, tante. Ricordava la strada vuota e gli occhi che arrivavano fino all'orizzonte fatto di montagne spelacchiate, di agglomerati di case di contadini sparse e fino a mezza costa. Qualche luce in lontananza. Ora vedeva solo la cima coperta di alberi e le abitazioni cresciute come funghi dopo un'acquazzone. E i lampioni che disegnavano tortuose strade che si arrampicavano come scalatori verso vette che avevano avuto il loro fascino solo fin quando si era bambini e non si conosceva altro. Case e automobili. Se la civiltà si misurasse da questo, anche lì era arrivata. E non solo la civiltà. Anche gli immigrati in una terra d'emigrazione. Si sarebbe voluto fermare ma non era tempo e non era luogo. Si girò per vedere il cimitero in lontananza. Vide palazzi. Ma chi li abitava?
Continuò la salita fino ad una piazza, squallida e piena di macchine. Un parcheggio. Era stata periferia e ancora lo era. Chiuso il distributore e il bar non rimaneva più nessun segno di socializzazione. Sulla destra ancora vedeva la punta di una chiesa. Quando era piccolo non si spiegava perché l'avessero costruita al di sotto della strada. Non poteva sapere e pensare che era la strada che era stata costruita più in alto sostituendo quella vecchia. Tutte le mattine ci passava davanti per andare a scuola e si segnava. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Si toccava la fronte, il petto, quasi le spalle e finiva per portare la mano alla bocca, dicendo Amen, che la baciava. Antichi riti pagani mai decaduti e presto abbandonati. Poco più avanti il monumento ai Caduti, morti in guerra, in fondo non è difficile da dire. Cazzo, un paese con poco senso dell'equilibrio. La battuta non lo fece sorridere. La guerra del '15-18. Mio nonno, il Carso e il Piave e Vittorio Veneto. La corona d'alloro con la striscia bianco-rosso-verde. Il 4 novembre. Festa a scuola. La Canzone del Piave a scuola. E mio nonno che rompeva le palle con Vittorio Veneto e la Croce di Guerra. C'era stato un tempo che conosceva tutto a memoria, la canzone e i racconti. Del 25 Aprile non c'erano segni. Nemmeno nella topografia, come non c'erano, e non ci sono, una Via Gramsci o una Via Labriola, Berlinguer, Nenni. In compenso c'erano, e sarebbero venute in seguito, Via Alcide de Gasperi e Via Aldo Moro. Un secolo e passa cancellato. Anzi mai conosciuto. Figurarsi qualche anarchico. In compenso l'immancabile Via dei Martiri ungheresi.
Mio nonno, uno dei due, che passeggiava e che ci riservava un saluto tutto suo. La scafetta. Ci prendeva le guance tra l'indice e il medio piegati e ce le stringeva. Per non parlare di quando mi metteva la "cravatta". Fate conto che qualcuno vi misuri la circonferenza del collo ma, giunto al pomo d'Adamo, vi stringesse la tenera carnuccia tra le dita facendovi un male cane. Chissà se si è mai chiesto perché a un certo punto, se lo vedevo, svicolavo senza nemmeno salutarlo. E ci rimaneva anche male. E si lamentava pure con i genitori dei nipoti perché lo fuggivano tutti. Lo ricordava alto, con il testone grosso e quasi rasato dei suoi pochi capelli bianchi. Mani da muratore, anzi, da capomastro. Si alzava di notte e andava a letto alle cinque o le sei di pomeriggio. Cenava alle tre e mezzo, si faceva una passeggiata e poi a dormire. Anche quando era andato in pensione.
"Stai mentendo a te stesso, se tutto si risolve in un giro turistico hai perso tempo".
"Cosa ne vuoi sapere dei luoghi della mia infanzia? Ogni luogo è un'emozione che ritorna, una paura principalmente".
"Appunto, ti accontenti di quella paura per trovare la scusa e non andare più a fondo del problema. Fuggi, fuggi da una vita e la tua è quasi giunta al capolinea".
"Zitto. Zitto, iettatore maledetto"
"Ti ricordi quando gli adulti dicevano che la verità fa male? Ecco tu reagisci come quando eri piccolo. Male".
"Non ti voglio sentire".
E continuò a camminare lungo lo stradone che portava al centro. Aveva deviato per non immergersi subito nel paese. Ancora presto per evitare incontri non desiderati. Anche se la la salita si era fatta più morbida, l'affanno aumentò. Un misto di fatica e di emozione. Un misto di malattia e di speranza. "Dillo, confessalo a te stesso che vorresti incontrare qualcuno", "Ma non dire cazzate. E poi non saprei cosa dire". Un bar per riposarsi. Era lì a pochi passi dove ricordava fosse sempre stato. Il bar e nel garage vicino il furgone funebre. Tutto dello stesso padrone. Entrò con titubanza e in preda ad una forte emozione. Il cuore che batteva e il respiro che mancava. Un rapido sguardo. Nessuno conosciuto, o così gli parve. Dalle voci capì che non c'erano italiani. Forse rumeni? Si acquietarono tutti e tutti lo guardarono, muti. Si avvicinò al banco e chiese un amaro, avutolo chiese ancora se poteva sedersi. Il barista, un giovane nerboruto e gentile, lo invitò ad accomodarsi e gli portò l'amaro con delle patatine fritte e noccioline. Non una donna nel locale. Eppure non era così tardi come aveva pensato che fosse. "Dimmi, se superassi la tua incapacità di comunicare, saresti contento di trovare qualcuno con cui parlare?", "Perché non mi lasci in pace con i miei pensieri e stai zitto?". "Ma io sono i tuoi pensieri!".
"E' una cazzata andare a rimestare nel proprio passato". Andare all'origine del male perché l'assenza del bene non lasciava alternative. Riconosceva i paesi che attraversava solo dai cartelli indicatori, non certo dalle brutte e mal cresciute periferie. Il buio, che mano a mano prendeva possesso del cielo, non aiutava a rendere il panorama attraente. Forse, se ci fosse stato il sole sarebbe stato diverso. "Non è questione di sole e di luce, è questione del silenzio che ti circonda anche quando sei in compagnia". "In compagnia di chi? E quando? E dove?". Un dialogo impossibile dove ognuno difendeva le proprie idee senza recedere di un passo, senza nessun tentativo di mediazione.
Il paese che cercava era alle porte. Si fermò in una trattoria dove era sicuro nessuno lo avrebbe riconosciuto, non solo per mangiare ma per far passare il tempo. Tanto lui ne aveva da perdere. Seduto davanti ad un quarto di vino rosso e un piatto di pasta, guardava gli avventori, pochi per essere un venerdì sera, ma la crisi non risparmia nessuno. Come in un giro tondo, che devono giocare anche chi non ha voglia, siamo tutti giù per terra. E non si sa chi riuscirà ad alzarsi. Uscì all'aperto a fumare l'ennesima sigaretta della giornata. Dalla bocca usciva fumo bianco che non si distingueva dal fiato condensato dalle prime basse temperature. Ordinò un dolce, pagò e si rimise in macchina.
L'ora era ormai tarda quando parcheggiò nella prima periferia. Si incamminò a piedi verso il paese. Di certo non correva il rischio di incontrare qualche conoscente. L'età ormai aveva poco da avanzare, solo pochi passi per poi fermarsi per sempre anche lei. Molti erano stati fermati prima di lui e coloro che erano rimasti probabilmente erano addormentati davanti al televisore o davanti a un bicchiere di vino. I giovani non sapevano nemmeno che esistesse. Non aveva avuto molti parenti e non aveva avuto buoni rapporti. Non aveva. Pensieri che si rotolavano nella testa quasi seguissero la pendenza della strada. La salita era dura come l'età che portava con se. Qui c'era un'edicola, quattro quotidiani e quattrocento giornali porno. Una baracca di lamiera e legno su una basamento di cemento. E lì, a dieci metri, l'alimentari tabacchi quasi addossato alla chiesa che apriva le porte sulla provinciale. Il mese mariano, ma si farà ancora?, i frati, le bigotte beghine che recitavano il rosario in latino senza sapere e capire. Perché la chiesa le voleva succubi e ignoranti. La merenda. La lotta per il chierichettaggio. Le bambine troppo cresciute. E i bambini che avrebbero voluto. Il negozio di mangimi per animali, il mobilificio che si era sempre chiesto a chi vendesse i mobili. Un altro alimentari con annesso bar (senza la luisona, sarebbe stata un lusso inconcepibile) tenuto da un donnone con un nome da uomo il cui marito era vittima come una donna. Lo stagnaro, il barbiere e il lanificio.
Era di mio zio, quello con un antico nome romano. Si cardava la lana tosata alle pecore. Da ciuffi duri venivano fuori batuffoli morbidi e gonfi come zucchero filato, odorosi di lana. Di pecora. Entravano in due sacchi e uscivano in sei. La moltiplicazione della lana senza che intervenisse Gesù. I figli che giocavano a pallone con me. I palloni che il padre-zio tagliava per pura cattiveria. Lo infastidivano le grida dei bambini e dei ragazzi, che qualcuno potesse giocare, divertirsi, anche se una porta era in salita e una in discesa. Lì in alto abitava una zia, la sfigata della famiglia. Ricordi lontani dell'altro secolo, di un mondo che non c'è più solo a parole. Ricordi talmente lontani che si erano fissati nella mente anche in maniera distorta, forse. Era morta in povertà? Possibile che le avesse portato cibo per lei, il marito beone e i figli? Ricordi? Ricordi riportati? E la paura della scala buia. Due rampe che congiungevano la strada con la diramazione della provinciale che, girando intorno alle case, andava verso il centro. Il buio che copriva chi saliva e chi scendeva perché non c'erano lampadine e nemmeno i lampioni per strada. Sarebbero arrivati dopo. I sussulti, le grida di spavento che lasciavano il segno nei più piccoli. La casa di zio. La casa dei genitori. Anche la mia.
Per strada non c'è nessuno. O quasi. Qualche ubriaco torna a casa. Come sempre. Come in passato e come in futuro. Le macchine parcheggiate, tante. Ricordava la strada vuota e gli occhi che arrivavano fino all'orizzonte fatto di montagne spelacchiate, di agglomerati di case di contadini sparse e fino a mezza costa. Qualche luce in lontananza. Ora vedeva solo la cima coperta di alberi e le abitazioni cresciute come funghi dopo un'acquazzone. E i lampioni che disegnavano tortuose strade che si arrampicavano come scalatori verso vette che avevano avuto il loro fascino solo fin quando si era bambini e non si conosceva altro. Case e automobili. Se la civiltà si misurasse da questo, anche lì era arrivata. E non solo la civiltà. Anche gli immigrati in una terra d'emigrazione. Si sarebbe voluto fermare ma non era tempo e non era luogo. Si girò per vedere il cimitero in lontananza. Vide palazzi. Ma chi li abitava?
Continuò la salita fino ad una piazza, squallida e piena di macchine. Un parcheggio. Era stata periferia e ancora lo era. Chiuso il distributore e il bar non rimaneva più nessun segno di socializzazione. Sulla destra ancora vedeva la punta di una chiesa. Quando era piccolo non si spiegava perché l'avessero costruita al di sotto della strada. Non poteva sapere e pensare che era la strada che era stata costruita più in alto sostituendo quella vecchia. Tutte le mattine ci passava davanti per andare a scuola e si segnava. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Si toccava la fronte, il petto, quasi le spalle e finiva per portare la mano alla bocca, dicendo Amen, che la baciava. Antichi riti pagani mai decaduti e presto abbandonati. Poco più avanti il monumento ai Caduti, morti in guerra, in fondo non è difficile da dire. Cazzo, un paese con poco senso dell'equilibrio. La battuta non lo fece sorridere. La guerra del '15-18. Mio nonno, il Carso e il Piave e Vittorio Veneto. La corona d'alloro con la striscia bianco-rosso-verde. Il 4 novembre. Festa a scuola. La Canzone del Piave a scuola. E mio nonno che rompeva le palle con Vittorio Veneto e la Croce di Guerra. C'era stato un tempo che conosceva tutto a memoria, la canzone e i racconti. Del 25 Aprile non c'erano segni. Nemmeno nella topografia, come non c'erano, e non ci sono, una Via Gramsci o una Via Labriola, Berlinguer, Nenni. In compenso c'erano, e sarebbero venute in seguito, Via Alcide de Gasperi e Via Aldo Moro. Un secolo e passa cancellato. Anzi mai conosciuto. Figurarsi qualche anarchico. In compenso l'immancabile Via dei Martiri ungheresi.
Mio nonno, uno dei due, che passeggiava e che ci riservava un saluto tutto suo. La scafetta. Ci prendeva le guance tra l'indice e il medio piegati e ce le stringeva. Per non parlare di quando mi metteva la "cravatta". Fate conto che qualcuno vi misuri la circonferenza del collo ma, giunto al pomo d'Adamo, vi stringesse la tenera carnuccia tra le dita facendovi un male cane. Chissà se si è mai chiesto perché a un certo punto, se lo vedevo, svicolavo senza nemmeno salutarlo. E ci rimaneva anche male. E si lamentava pure con i genitori dei nipoti perché lo fuggivano tutti. Lo ricordava alto, con il testone grosso e quasi rasato dei suoi pochi capelli bianchi. Mani da muratore, anzi, da capomastro. Si alzava di notte e andava a letto alle cinque o le sei di pomeriggio. Cenava alle tre e mezzo, si faceva una passeggiata e poi a dormire. Anche quando era andato in pensione.
"Stai mentendo a te stesso, se tutto si risolve in un giro turistico hai perso tempo".
"Cosa ne vuoi sapere dei luoghi della mia infanzia? Ogni luogo è un'emozione che ritorna, una paura principalmente".
"Appunto, ti accontenti di quella paura per trovare la scusa e non andare più a fondo del problema. Fuggi, fuggi da una vita e la tua è quasi giunta al capolinea".
"Zitto. Zitto, iettatore maledetto"
"Ti ricordi quando gli adulti dicevano che la verità fa male? Ecco tu reagisci come quando eri piccolo. Male".
"Non ti voglio sentire".
E continuò a camminare lungo lo stradone che portava al centro. Aveva deviato per non immergersi subito nel paese. Ancora presto per evitare incontri non desiderati. Anche se la la salita si era fatta più morbida, l'affanno aumentò. Un misto di fatica e di emozione. Un misto di malattia e di speranza. "Dillo, confessalo a te stesso che vorresti incontrare qualcuno", "Ma non dire cazzate. E poi non saprei cosa dire". Un bar per riposarsi. Era lì a pochi passi dove ricordava fosse sempre stato. Il bar e nel garage vicino il furgone funebre. Tutto dello stesso padrone. Entrò con titubanza e in preda ad una forte emozione. Il cuore che batteva e il respiro che mancava. Un rapido sguardo. Nessuno conosciuto, o così gli parve. Dalle voci capì che non c'erano italiani. Forse rumeni? Si acquietarono tutti e tutti lo guardarono, muti. Si avvicinò al banco e chiese un amaro, avutolo chiese ancora se poteva sedersi. Il barista, un giovane nerboruto e gentile, lo invitò ad accomodarsi e gli portò l'amaro con delle patatine fritte e noccioline. Non una donna nel locale. Eppure non era così tardi come aveva pensato che fosse. "Dimmi, se superassi la tua incapacità di comunicare, saresti contento di trovare qualcuno con cui parlare?", "Perché non mi lasci in pace con i miei pensieri e stai zitto?". "Ma io sono i tuoi pensieri!".
Presentazione
Quello che leggerete, se ne avrete voglia, nel prossimo post è un misto di ricordi miei, di altri e di storie raccontatemi o orecchiate. E' un viaggio di ritorno immaginario nell'infanzia e nell'adolescenza di un qualsiasi bambino cresciuto in provincia. Quella provincia che tanto dibattito culturale ha provocato nel secolo scorso. Mi sono appropriato, come detto, nello scrivere, di ricordi e esperienze altrui mescolati con i miei e conditi con una certa dose di fantasia che in alcune parti ha preso decisamente il sopravvento. Trattandosi di ricordi ormai lontani nel tempo e di racconti di seconda e terza mano, li ho dovuti integrare e completare, nella mia testa risultano diversi ma nella finzione letteraria (suona presuntuosa la parola) conservano una verità di fondo. Non mancano esperienze anche adulte riadattate all'età e all'epoca. Se mi leggesse qualche conoscente o parente o amico di vecchia o vecchissima data, potrebbe ritrovare in queste righe un pezzo della propria vita, della nostra quotidianità paesana che tanto ci ha segnato. Le grandi amicizie fondate su grandi speranze poi morte entrambe su grandi delusioni. Alcune situazioni sono di pura fantasia e non coinvolgono nessuno se non me stesso che le ho partorite. Vera è la statale come reale è il paese e le descrizioni dei luoghi. Sono i posti della mia vita fino alla giovinezza. Poi li ho abbandonati, con poco rimpianto. O forse anche io mi nascondo delle cose? Ci penserò.
Come al solito sarò lungo, lunghissimo. Ma non è, né sarà, un problema mio. E, sempre come al solito, non prometto e non garantisco che ci sarà una parola Fine. La costanza l'ho persa con il lavoro.
Come al solito sarò lungo, lunghissimo. Ma non è, né sarà, un problema mio. E, sempre come al solito, non prometto e non garantisco che ci sarà una parola Fine. La costanza l'ho persa con il lavoro.
mercoledì 21 settembre 2011
Piccola Pietroburgo
Nel paese
dove è nata Orietta Berti
c'è Piazza Lenin.
Ed in mezzo
un busto di Lenin.
Se uno ci pensa
non ci può credere.
Faceva un po' schifo
Piazza Lenin,
ma ora
la stanno aggiustando.
Una testa di metallo scuro
e ai suoi piedi qualche dedica
e qualche fiore.
C'è scritto
che è stata fusa nel 1920
e poi donata da una sezione
del partito Comunista
dell'Unione Sovietica.
Perché,
ed è la cosa davvero pazzesca,
Lenin
è il sindaco onorario di Cavriago
da sempre.
Nessuno ha mai revocato la delibera
del consiglio comunale di allora.
La piazza
è rimasta Piazza Lenin
e gli abitanti
ne sono fieri.
Novemila anime
alle porte di Reggio Emilia.
Il sindaco
è stato eletto da una maggioranza di sinistra,
senza centro,
da fare invidia ad Enver Hoxha e
Kim Il Sung.
Avevano chiuso il cinema
e molti hanno deciso che Cavriago
non poteva non avere il suo.
Hanno fatto un circolo,
due progetti
e in un anno
ecco una multisala in pieno centro
con film di prima visione
che viene gente anche da fuori a vederli.
Cooperativa Cinema teatro Novecento:
i soci sono centinaia,
tutti volontari
come alla festa dell'Unità.
E delle sere a strappare i biglietti c'è un assessore,
delle sere
Jukka Reverberi,
delle sere Federica,
la figlia del sindaco,
una giovane compagna
molto bellina.
Ricordate la madonna
che piangeva sangue a Civitavecchia?
Qualche anno fa
tutti i giornali ne parlavano
dando per buona la possibilità del miracolo.
Ebbene,
in un impeto di ribellione per tanta imbecillità
in quei giorni
anche il busto di Lenin
cominciò a lacrimare.
Ne parlò perfino
la Komsomolskaya Pravda:
"Vicino a Reggio Emilia, in Italia,
travolta da insolito disgusto
una scura statua del compagno Lenin
ha pianto lacrime bianche
come le navi del porto
di Arcangelo".
lunedì 19 settembre 2011
Lontano lontano
Lontano lontano nel tempo
qualche cosa
negli occhi di un altro
ti farà ripensare ai miei occhi
i miei occhi che t'amavano tanto
E lontano lontano nel mondo
in un sorriso
sulle labbra di un altro
troverai quella mia timidezza
per cui tu
mi prendevi un po' in giro
E lontano lontano nel tempo
l'espressione
di un volto per caso
ti farà ricordare il mio volto
l'aria triste che tu amavi tanto
E lontano lontano nel mondo
una sera sarai con un altro
e ad un tratto
chissà come e perché
ti troverai a parlargli di me
di un amore ormai troppo lontano.
sabato 17 settembre 2011
Sindacato, arriveremo al "questo o quello per me pari sono"?
Un paio di giorni fa avevo scritto come commento a questo post, più serio che faceto, queste parole: Angeletti, Bonanni Camusso.
Camusso, Angeletti, Bonanni.
Bonanni, Camusso, Angeletti.
Invertendo l'ordine dei fattori il prodotto non cambia.
Un amico, ieri per sms, mi manda a dire:
Dai non esagerare, la Camusso non me la puoi mettere sullo stesso piano degli altri due gialli. Certo non mi entusiasma, ma occhio al cupio dissolvi sinistronzo!
Come al solito dalle esagerazioni si sviluppano i dibattiti. Che fosse una esagerazione d'altronde se ne è accorto anche l'amico telefonico, ma che non fosse solo esagerazione lo ribadisco. Posso aggiungere che non è tutta colpa della Camusso ma è frutto di una politica dei piccoli passi iniziata da molti anni.
Una politica di piccoli passi ... indietro. Una politica che ha visto la lotta interna e fratricida con la Fiom di Rinaldini e Cremaschi e culminata con il lasciare solo, o quasi, Landini. Una politica del contingente e mai della programmazione. Una politica legata alla situazione del momento che ha portato il sindacato a sottostare, volente o nolente, al ricatto del mercato e dei padroni. Una politica fatta di burocratismo e di tessere, di capini e capetti che spesso sono assimilabili, per le loro posizioni, più ai due sindacati gialli che al rosso della bandiera della CGIL. A quando una pulizia reale?
Ogni tanto c'è un risveglio, c'è un ritrovare l'orgoglio di essere il più grande sindacato d'Italia ed è questo che ancora mi porta a sostenere la CGIL, non una condivisione aprioristica per essere rimasta una delle poche bandiere rosse ancora circolanti in Italia.
P.S. Mi si potrebbe obiettare che di bandiere rosse in Italia ne circolano troppe e che è appunto questa divisione ciò che ha rovinato la sinistra nel nostro Paese. Vero, ma non mi va di ripetere discorsi già fatti sulla sinistra e partiti, movimenti, associazioni, raggruppamenti, conventicole e confraternite che si richiamano al comunismo.
Camusso, Angeletti, Bonanni.
Bonanni, Camusso, Angeletti.
Invertendo l'ordine dei fattori il prodotto non cambia.
Un amico, ieri per sms, mi manda a dire:
Dai non esagerare, la Camusso non me la puoi mettere sullo stesso piano degli altri due gialli. Certo non mi entusiasma, ma occhio al cupio dissolvi sinistronzo!
Come al solito dalle esagerazioni si sviluppano i dibattiti. Che fosse una esagerazione d'altronde se ne è accorto anche l'amico telefonico, ma che non fosse solo esagerazione lo ribadisco. Posso aggiungere che non è tutta colpa della Camusso ma è frutto di una politica dei piccoli passi iniziata da molti anni.
Una politica di piccoli passi ... indietro. Una politica che ha visto la lotta interna e fratricida con la Fiom di Rinaldini e Cremaschi e culminata con il lasciare solo, o quasi, Landini. Una politica del contingente e mai della programmazione. Una politica legata alla situazione del momento che ha portato il sindacato a sottostare, volente o nolente, al ricatto del mercato e dei padroni. Una politica fatta di burocratismo e di tessere, di capini e capetti che spesso sono assimilabili, per le loro posizioni, più ai due sindacati gialli che al rosso della bandiera della CGIL. A quando una pulizia reale?
P.S. Mi si potrebbe obiettare che di bandiere rosse in Italia ne circolano troppe e che è appunto questa divisione ciò che ha rovinato la sinistra nel nostro Paese. Vero, ma non mi va di ripetere discorsi già fatti sulla sinistra e partiti, movimenti, associazioni, raggruppamenti, conventicole e confraternite che si richiamano al comunismo.
mercoledì 14 settembre 2011
I massacri di Sabra e Chatila, una ricostruzione
I massacri di Sabra e Chatila
Tuttavia, per la prima volta nella sua storia, Israele occuperà una capitale araba -Beirut- e si verificherà il dramma. Il pretesto è fornito il 14 settembre, quando il presidente eletto libanese, Bescir Gemayel, viene assassinato. Dal giorno seguente l'esercito israeliano si lancia contro Beirut occidentale allo scopo di "evitare un bagno di sangue" e perché duemila terroristi" si troverebbero ancora nella città. Le forze israeliane del resto non devono ormai temere di subire molte perdite nei combattimenti di strada: dal 21 agosto al 3 settembre 10.947 combattenti palestinesi e 2700 soldati siriani hanno lasciato la città, conformemente al piano negoziato da Philip Habib. Inoltre la forza multinazionale (Francia, Italia, Stati Uniti) si è precipitosamente ritirata il 13 settembre, dopo aver per prima cosa sminato le vie di passaggio tra le due zone di Beirut, che i soldati israeliani possono quindi utilizzare senza rischi. (Viene il dubbio che tutto sia stato fatto appositamente per lasciar mano libera all'esercito israeliano, non ho mai creduto molto nelle coincidenze. N.d. Gap)
Il 16 settembre il governo israeliano annuncia di aver assunto il controllo di Beirut occidentale. E' in questo momento che nei campi di rifiuati palestinesi di sabra e Chatila cominciano i massacri, che proseguiranno fino alla mattina di sabato 18 settembre. Il dramma si svolge in un settore le cui maggiori vie di comunicazione e i punti di osservazione sono controllati dall'esercito israeliano. Il posto di comando israeliano è situato a un crocevia, a meno di duecento metri dall'entrata dei campi, e letteralmente li sovrasta. (Di conseguenza anche un cieco e un sordo avrebbero capito che cosa stava accadendo. N.d.Gap) Gruppi di miliziani libanesi dalle uniformi disparate, portati dall'esercito israeliano, penetrano nei campi giovedì pomeriggio e vi restano fino a sabato mattina, benché già da giovedì sera, comunicazioni radio scambiate tra miliziani e captate dal posto di comando israeliano testimonino la liquidazione di trecento persone, tra le quali civili.
Il bilancio definitivo delle vittime di questo dramma, in gran parte civili di ogni età -perfino un lattante nelle braccia della madre-, non ha mai potuto essere stabilito con precisione. Fosse comuni sono state scavate in fretta. Alcune persone sono state rapite. Alcuni cadaveri sono stati presi dai parenti o portati via da sconosciuti. Secondo la Protezione civile libanese sono stati massacrati millecinquecento libanesi e palestinesi. Un rapporto della Croce Rossa libanese parla di trecentoventotto cadaveri "contati". La stampa israeliana cita quattrocentosettanta morti, dei quali centonove libanesi.
Dopo il 18 settembre il presidente reagan fa ricadere implicitamente su Israele larga parte della responsabilità del massacro e lo accusa di aver violato l'accordo sull'evacuazione dell'Olp da beirut impedendo all'esercito libanese di assumere il controllo di Beirut occidentale. Ricorda che Israele aveva giustificato il suo ingresso a Beirut dicendo che ciò "avrebbe permesso di evitare proprio il genere di tragedia che è accaduta". (Forse la frase andrebbe riscritta così: volevamo evitare che accadesse ciò che è accaduto senza la nostra diretta partecipazione o complicità. N.d.Gap) Yasser Arafat accusa i tre Paesi della forza multinazionale di averlo ingannato abbandonando Beirut così presto. Questi tre Paesi, dichiara, "avevano preso l'impegno di assicurare la protezione della popolazione civile palestinese" rimasta a Beirut. "Questi tre Stati mi avevano dato la loro parola d'onore". ...
Una grandiosa manifestazione di protesta contro la guerra in Libano viene organizzata il 25 settembre a Tel Aviv. Lo shock e lo smarrimento provocati in Israele dalle immagini dei civili assassinati costringono il governo israeliano a nominare, il 28 settembre, una commissione d'inchiesta composta da tre giudici e presieduta da Yitzhak Kahane, presidente della Corte suprema.
Il rapporto che la commissione kahane rende pubblico l'8 febbraio 1983 stabilisce la responsabilità personale di Menahem Begin, per il suo "disinteresse per tutta la questione", e di Yitzhak Shamir, per la sua mancanza "di sensibilità e attenzione" alle informazioni che aveva ricevuto. I principali capi militari vengono giudicati severamente, soprattutto il generale Eytan. E' però al generale Sharon che vengono attribuite le maggiori responsabilità, per "non aver valutati i pericoli di atti di violenza e di spargimento di sangue" da parte dei miliziani. ...
Risibili le motivazioni con cui la commissione d'inchiesta ha motivato le "colpe" di politici e generali israeliani che, comunque, non hanno portato ad alcuna conseguenza per i "complici" dell'eccidio, né politica né di altro genere. Ariel Sharon, dimessosi dalle forze armate, ha continuato la sua carriera politica senza conseguenze, così come Begin e Shamir. Anche i libanesi istituirono una commissione d'inchiesta che non portò alla condanna di alcuno. Insomma, vi risulta che qualcuno sia stato accusato e processato per crimini contro l'umanità o reato equipollente? Vi risulta che qualcuno abbia mai pagato per la strage di Sabra e Chatila?

Brani tratti da:
Xavier Baron
I Palestinesi
Genesi di una nazione
Baldini e Castoldi, 2002,€18,85
Xavier Baron è uno dei giornalisti più esperti dell'Agenzia France Presse. Specialista riconosciuto in Medio Oriente, in particolare della questione palestinese è autore di diversi libri sull'argomento. Ha diretto diversi uffici della AFPin Asia e in Europa,ha lavorato come redattore capo per la Francia, redattore capo e poi direttore per il Medio Oriente.
Tanto perché sia chiaro l'atteggiamento dello stato di Israele verso le legittime aspirazioni del popolo palestinese.
Tuttavia, per la prima volta nella sua storia, Israele occuperà una capitale araba -Beirut- e si verificherà il dramma. Il pretesto è fornito il 14 settembre, quando il presidente eletto libanese, Bescir Gemayel, viene assassinato. Dal giorno seguente l'esercito israeliano si lancia contro Beirut occidentale allo scopo di "evitare un bagno di sangue" e perché duemila terroristi" si troverebbero ancora nella città. Le forze israeliane del resto non devono ormai temere di subire molte perdite nei combattimenti di strada: dal 21 agosto al 3 settembre 10.947 combattenti palestinesi e 2700 soldati siriani hanno lasciato la città, conformemente al piano negoziato da Philip Habib. Inoltre la forza multinazionale (Francia, Italia, Stati Uniti) si è precipitosamente ritirata il 13 settembre, dopo aver per prima cosa sminato le vie di passaggio tra le due zone di Beirut, che i soldati israeliani possono quindi utilizzare senza rischi. (Viene il dubbio che tutto sia stato fatto appositamente per lasciar mano libera all'esercito israeliano, non ho mai creduto molto nelle coincidenze. N.d. Gap)
Il 16 settembre il governo israeliano annuncia di aver assunto il controllo di Beirut occidentale. E' in questo momento che nei campi di rifiuati palestinesi di sabra e Chatila cominciano i massacri, che proseguiranno fino alla mattina di sabato 18 settembre. Il dramma si svolge in un settore le cui maggiori vie di comunicazione e i punti di osservazione sono controllati dall'esercito israeliano. Il posto di comando israeliano è situato a un crocevia, a meno di duecento metri dall'entrata dei campi, e letteralmente li sovrasta. (Di conseguenza anche un cieco e un sordo avrebbero capito che cosa stava accadendo. N.d.Gap) Gruppi di miliziani libanesi dalle uniformi disparate, portati dall'esercito israeliano, penetrano nei campi giovedì pomeriggio e vi restano fino a sabato mattina, benché già da giovedì sera, comunicazioni radio scambiate tra miliziani e captate dal posto di comando israeliano testimonino la liquidazione di trecento persone, tra le quali civili.Il bilancio definitivo delle vittime di questo dramma, in gran parte civili di ogni età -perfino un lattante nelle braccia della madre-, non ha mai potuto essere stabilito con precisione. Fosse comuni sono state scavate in fretta. Alcune persone sono state rapite. Alcuni cadaveri sono stati presi dai parenti o portati via da sconosciuti. Secondo la Protezione civile libanese sono stati massacrati millecinquecento libanesi e palestinesi. Un rapporto della Croce Rossa libanese parla di trecentoventotto cadaveri "contati". La stampa israeliana cita quattrocentosettanta morti, dei quali centonove libanesi.
Dopo il 18 settembre il presidente reagan fa ricadere implicitamente su Israele larga parte della responsabilità del massacro e lo accusa di aver violato l'accordo sull'evacuazione dell'Olp da beirut impedendo all'esercito libanese di assumere il controllo di Beirut occidentale. Ricorda che Israele aveva giustificato il suo ingresso a Beirut dicendo che ciò "avrebbe permesso di evitare proprio il genere di tragedia che è accaduta". (Forse la frase andrebbe riscritta così: volevamo evitare che accadesse ciò che è accaduto senza la nostra diretta partecipazione o complicità. N.d.Gap) Yasser Arafat accusa i tre Paesi della forza multinazionale di averlo ingannato abbandonando Beirut così presto. Questi tre Paesi, dichiara, "avevano preso l'impegno di assicurare la protezione della popolazione civile palestinese" rimasta a Beirut. "Questi tre Stati mi avevano dato la loro parola d'onore". ...
Una grandiosa manifestazione di protesta contro la guerra in Libano viene organizzata il 25 settembre a Tel Aviv. Lo shock e lo smarrimento provocati in Israele dalle immagini dei civili assassinati costringono il governo israeliano a nominare, il 28 settembre, una commissione d'inchiesta composta da tre giudici e presieduta da Yitzhak Kahane, presidente della Corte suprema.
Il rapporto che la commissione kahane rende pubblico l'8 febbraio 1983 stabilisce la responsabilità personale di Menahem Begin, per il suo "disinteresse per tutta la questione", e di Yitzhak Shamir, per la sua mancanza "di sensibilità e attenzione" alle informazioni che aveva ricevuto. I principali capi militari vengono giudicati severamente, soprattutto il generale Eytan. E' però al generale Sharon che vengono attribuite le maggiori responsabilità, per "non aver valutati i pericoli di atti di violenza e di spargimento di sangue" da parte dei miliziani. ...
Risibili le motivazioni con cui la commissione d'inchiesta ha motivato le "colpe" di politici e generali israeliani che, comunque, non hanno portato ad alcuna conseguenza per i "complici" dell'eccidio, né politica né di altro genere. Ariel Sharon, dimessosi dalle forze armate, ha continuato la sua carriera politica senza conseguenze, così come Begin e Shamir. Anche i libanesi istituirono una commissione d'inchiesta che non portò alla condanna di alcuno. Insomma, vi risulta che qualcuno sia stato accusato e processato per crimini contro l'umanità o reato equipollente? Vi risulta che qualcuno abbia mai pagato per la strage di Sabra e Chatila?

Brani tratti da:
Xavier Baron
I Palestinesi
Genesi di una nazione
Baldini e Castoldi, 2002,€18,85
Xavier Baron è uno dei giornalisti più esperti dell'Agenzia France Presse. Specialista riconosciuto in Medio Oriente, in particolare della questione palestinese è autore di diversi libri sull'argomento. Ha diretto diversi uffici della AFPin Asia e in Europa,ha lavorato come redattore capo per la Francia, redattore capo e poi direttore per il Medio Oriente.
sabato 10 settembre 2011
11 settembre 1973
Ho fiducia nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo triste e duro momento, in cui il tradimento pretende di imporsi. Non dubitate che, e non troppo tardi, si apriranno le grandi strade per le quali passa l'uomo libero, per costruire una società migliore.Viva il Cile, viva il popolo, viva i lavoratori!
Queste sono le mie ultime parole, sono certo che il sacrificio non sarà inutile. Sono certo che sarà, almeno, un esempio morale contro la fellonia, la viltà e il tradimento.
Discorso del presidente Salvador Allende pronunciato dalla Moneda sotto il bombardamento dell'aviazione ribelle, prima dell'interruzione delle comunicazioni, 11 settembre 1973.
"I militari entrarono nella sala degli Aiutanti e la sparatoria dalla scala di calle Morandè si fece più intensa. Mi hanno precisato:
"Abbatterono Manuel, che stava dietro una mitragliatrice calibro trenta. Il Presidente ricevette un colpo all'altezza della spalla sinistra, un po' più sotto. Dovette abbandonare l'arma. Ma ormai non importava più nulla. Cadde Pancho. Si mandò a cercare Battulìn, e Gustavo venne raggiunto da una pallottola. Il Presidente, nel salone Rojo, cercava senza riuscirvi di sollevarsi. I militari se ne accorsero e sospesero il fuoco per qualche istante. Ma lo riaprirono immediatamente. Qualche combattente del Gap si nascose dietro le porte, dove poteva. Altri vennero catturati. Tomas ritornò come un razzo nel salone, con una mitragliatrice calibro trenta, sparando dalla cintura. Ormai non gli importava più di nulla. Caddero dei militari. Questo permise a dei combattenti di sollevare il corpo del Presidente, crivellato dai militari, e portarlo nel gabinetto presidenziale. Ramon lo sollevò sulle braccia mentre altri compagni lo coprivano sparando".
Ecco come avvenne quel fatto storico che il comandante Fidel castro ha definito un gesto di straordinaria dignità: il corpo fu deposto sulla poltrona di Bernardo O'Higgins, padre della patria; fu cinto della fascia presidenziale e avvolto nella bandiera cilena, quella che era sempre stata al lato sinistro della sua scrivania. L'ufficio di Allende era distrutto, completamente sconvolto. Ma una foto che qualcuno scattò dopo la battaglia ha rivelato un particolare: un busto di O'Higgins, che Allende teneva sempre sulla sua scrivania, non era stato mosso dal suo posto.Qualcuno riuscì comunque a chiamare, dal palazzo, Prensa Latina, e informarci che il Presidente costituzionale del Cile, Salvador Allende, era morto combattendo, finito a pistolettate dai militari fascisti. calcolai i tempi; con ogni margine di errore prevedibile, il capo di stato dovrebbe essere morto tra le 13,50 e le 14, 15. I limiti sono segnati dalla breve uscita di Flores e vergara e dalla occupazione del secondo piano del palazzo.
la giunta militare tacque sulla morte. La notizia si sparse comunque in tutta Santiago. 24 ore dopo la giunta l'annunciò tradendo ancora: in un secondo bando, dopo la sepoltura segreta, comunicò che Allende si era suicidato. mai, né in questo miserabile bando né nelle loro ulteriori dichiarazioni, i golpisti osarono ammettere la storica evidenza: che Allende aveva combattuto fino alla morte".
Tratto da:
Jorge TimossiL'ultima battaglia del Presidente Allende
Feltrinelli, £ 1.300, luglio 1974
Il giornalista e scrittore Jorge Timossi (nato a Buenos Aires nel 1936 e morto a L'Avana l'11 maggio del 2011) è stato corrispondente dell'agenzia Prensa Latina a Santiago durante tutto il periodo del governo di Unità Popolare e come tale è stato testimone dei fatti che culminarono nel golpe fascista e nell'inizio di una nuova fase di lotta nella storia del Cile. Timossi ispirò il personaggio di Felipe nei fumetti di Mafalda del suo amico Quino.
venerdì 9 settembre 2011
SABRA E SHATILA
Quanti giorni, mesi, anni sono che ci "preparano" (anche giustamente, se vogliamo) all'anniversario dell'11 settembre 2001?
Ebbene, io inizio a ricordare il massacro di Sabra e Shatila del settembre 1982. Non in contrapposizione, sarei stupido se lo volessi fare, ma perché c'è stato chi si è appropriato e strumentalizzato la "questione palestinese" per giustificare la nascita e le azioni di al Quaeda. E perché c'è ancora chi non capisce e non vuole risolvere la situazione. Infatti gli Stati Uniti d'America hanno annunciato il veto allo Stato Palestinese all'Onu. Cambiano i presidenti ma la politica filo-israeliana non cambia.
Tanto a pagare sono sempre i soliti noti: i Palestinesi.
10/9/2011
E la protervia della stato di Israele porta poi a conseguenze che potrebbero sfuggire al controllo. E non sarebbe la prima volta. E purtroppo nemmeno l'ultima.
Ebbene, io inizio a ricordare il massacro di Sabra e Shatila del settembre 1982. Non in contrapposizione, sarei stupido se lo volessi fare, ma perché c'è stato chi si è appropriato e strumentalizzato la "questione palestinese" per giustificare la nascita e le azioni di al Quaeda. E perché c'è ancora chi non capisce e non vuole risolvere la situazione. Infatti gli Stati Uniti d'America hanno annunciato il veto allo Stato Palestinese all'Onu. Cambiano i presidenti ma la politica filo-israeliana non cambia.
Tanto a pagare sono sempre i soliti noti: i Palestinesi.
10/9/2011
E la protervia della stato di Israele porta poi a conseguenze che potrebbero sfuggire al controllo. E non sarebbe la prima volta. E purtroppo nemmeno l'ultima.
giovedì 8 settembre 2011
Siamo alla stronzaggine dura e pura
Non è più nemmeno questione di pelo nell'uovo, ormai siamo alla stronzaggine dura e pura. Sì, mi riferisco anche ai tanti amici e compagni (?) che avevano, hanno e avranno da dire sullo sciopero della CGIL. Si è arrivati addirittura a negare la partecipazione dei giovani alla manifestazione. Io posso parlare per Roma, altri blog lo fanno per le altre città e, se non bastassero le nostre parole, ci sono le foto che circolano sugli stessi blog e sul tanto vituperato, anche da me, Fb. Di giovani ce ne erano tanti come tante erano le donne. Se poi vogliamo analizzare perché non c' erano ancora più manifestanti di ogni età si può fare. Ma la risposta è talmente banale che, forse, chi si pone la domanda non si risponde per un intimo senso di vergogna, almeno mi auguro.
Uno sciopero indetto contro una manovra iniqua, che colpisce quelli che hanno sempre pagato e continuano a pagare ma solo di striscio tocca chi più ha, avrebbe dovuto richiamare in piazza, in tutte le piazze, milioni di persone e se non lo ha fatto occorre dire grazie agli altri pseudo sindacati, a quei politici di centro, Casini, Rutelli, Veltroni e altri ancora che tanto hanno remato contro. E non tralascerei anche diversi quotidiani di cosiddetta area e non solo. E non li cito per non fare loro pubblicità.
Molti si sono chiesti "contro" chi era questo sciopero. Con il senno di poi si può dire che era anche contro costoro.
Nel precedente post, sotto questa foto avevo scritto "E qui ci siamo fermati". Non lo abbiamo fatto per pigrizia, lo abbiamo fatto perché oltre diventava, come in tutte le manifestazioni partecipate, "difficile" andare. Ma potrei scrivere qualsiasi cosa tanto chi si è assunto il compito di sostituire la Questura nel dare i numeri rimarrebbe convinto delle proprie posizioni di comodo.
Uno sciopero indetto contro una manovra iniqua, che colpisce quelli che hanno sempre pagato e continuano a pagare ma solo di striscio tocca chi più ha, avrebbe dovuto richiamare in piazza, in tutte le piazze, milioni di persone e se non lo ha fatto occorre dire grazie agli altri pseudo sindacati, a quei politici di centro, Casini, Rutelli, Veltroni e altri ancora che tanto hanno remato contro. E non tralascerei anche diversi quotidiani di cosiddetta area e non solo. E non li cito per non fare loro pubblicità.
Molti si sono chiesti "contro" chi era questo sciopero. Con il senno di poi si può dire che era anche contro costoro.
Nel precedente post, sotto questa foto avevo scritto "E qui ci siamo fermati". Non lo abbiamo fatto per pigrizia, lo abbiamo fatto perché oltre diventava, come in tutte le manifestazioni partecipate, "difficile" andare. Ma potrei scrivere qualsiasi cosa tanto chi si è assunto il compito di sostituire la Questura nel dare i numeri rimarrebbe convinto delle proprie posizioni di comodo.
martedì 6 settembre 2011
Un po' di dementi
Piccola rassegna fotografica di un "gruppetto" di dementi.
Mai vista una manifestazione così a sinistra, tutti a sinistra quasi in fila indiana alla ricerca di un po' d'ombra.
E qui ci siamo fermati.
La manifestazione vista dal basso.
Mai vista una manifestazione così a sinistra, tutti a sinistra quasi in fila indiana alla ricerca di un po' d'ombra.
E qui ci siamo fermati.
La manifestazione vista dal basso.
lunedì 5 settembre 2011
Consoliamoci con lo scioperetto
In questo Paese non è rimasto nulla di consolante. Non il pranzo della domenica, nemmeno la chiacchierata tra amici, né un gelatino pomeridiano per alleviare il caldo e meno che meno una doccia fresca. Nulla è più come una volta, nemmeno gli scioperi. Prendiamo quello di domani, inutile ripercorrere le motivazioni, da quando è stato indetto ad ora, diverse spinte propulsive si sono esaurite, altre sono cambiate, di originaria è rimasta la protesta verso questo governo e l'attacco verso lo Statuto dei Lavoratori. Ma tutto ciò lo sapete e pensate di saperlo. La manovra ancora non è stata approvata e i cambiamenti sono sempre all'ordine del giorno.Insomma di questo sciopero si è detto di tutto. A partire che avrebbe diviso i sindacati. Perché la CGIL si sta dividendo? Oppure ha ampliato la sua "frattura" con l'Usb? Mi sembra che sia tutto uguale, domani c'è anche la loro manifestazione. Ma allora di che sindacati parlano? No, che sbadato, qualcuno si riferisce alla Uil e alla Cisl. Ma pensa che ingenuità, ancora li chiamano sindacati!
E vogliamo parlare della morettiana sindrome che attanaglia il Pd?
Ascoltate con attenzione, già all'epoca di Ecce Bombo parlava di girotondi.
Oppure vogliamo parlare di De Bortoli che pensa che lo sciopero sia stato fatto per danneggiare il Corriere della Sera? Certo stupisce che domani non ci sarà l'Unità nella manifestazione, non perché mi manchi in particolare il giornale, ma perché è l'indice di una gravità della situazione che De Bortoli o non è in grado o non vuole capire. In ogni caso domani mi segno quali giornali saranno in edicola.
Ma è inutile parlare di chi non ci sarà o sta ancora tentennando. Noi, come al solito ci saremo per difendere ciò che vorrebbero toglierci e difendere, comunque, quello che già ci hanno tolto. Scioperiamo perché non ci interessa ciò che diranno i mercati o le borse, ci interessa quello che diranno le famiglie italiane all'ennesimo salasso accompagnato dalla solita presa in giro. Ci saremo per ribadire che sarebbe ora che pagassero gli altri, quelli che non pagano mai e che si sono arricchiti sul nostro lavoro e che continueranno a farlo con la complicità di un governo piegato al volere dei padroni. Ci saremo per difendere il concetto di Sindacato, quello con la S maiuscola, che ancora non si è piegato o tenta di resistere e che non fa addirittura da avanguardia (vero Angeletti? vero Bonanni?) contro gli operai e gli impiegati e gli insegnanti e i lavoratori tutti. E peccato che non potremo dividerci in due per partecipare ad entrambi i cortei e fare una nostra personale unità sindacale.
domenica 4 settembre 2011
La schiava Isaura e Berlusconi
"Ma dai, non puoi abbandonare il blog ..."
"E chi lo ha detto che lo voglia fare o che lo farò? E, poi se anche fosse?"
Dopo cinque minuti siamo finiti a parlare della schiava Isaura. Sarà che nun me regge più la capoccia, ma non ricordo il percorso "logico" che ci ha portato alla povera Isaura e alla sua triste storia raccontataci da una delle prime telenovelas sudamericane sbarcate in Italia. Indovinate chi dobbiamo ringraziare per questo splendido esempio di cinematografia e novellistica?
Sì, avete indovinato, l'immenso, incommensurabile Silvietto nazionale. Colui che tutti deridono nonostante si sia sacrificato per far crescere in cultura e democrazia la nostra povera Nazione priva di ideali, morali, sociali e politici. Ora grazie a lui possiamo definirci una nazione occidentale che fa della simil democrazia un vanto. Una nazione governata, insieme con Silvio, da un partito che fa della secessione mascherata da "magna oggi che domani nun se sa" uno dei principali cardini della propria politica. Ma non è di/per questo che voglio parlare di Silvio, anzi, parlare CON Silvio.
Caro Berlusconi,
mi rivolgo a lei come ultima ratio (butto lì qualche latinismo raccogliticcio così la faccio contento, so che lei è un fine latinista e grecista, ma di greco conosco solo lo tzatziki, mica come certi amici che conoscono anche "Sesso e pastorizia in versione greca". Sa, io non viaggio tanto e non ho nemmeno fatto il militare a Casale Monferrato o Cuneo. Sembra che da quelle parti ci sia passata mezza Italia. E lei, Presidente, dove ha fatto il militare?). Scusi la digressione. Dicevo, mi rivolgo a lei per risolvere un po' di problemi miei, dei miei familiari e di qualche amico. Cave canem. Io sarei in pensione, anzi, lo sono dopo aver lavorato solo 35 anni. Ma non è colpa mia se mi ritrovo a mangiar pane a tradimento, come sa di sale lo pane altrui (non è latino ma ci sta bene lo stesso), sulle spalle degli italiani. L'azienda era in crisi ,hic manebo optime, e io non servivo più. Dicevo, sono in pensione, o "penzione", con leggero tocco d'accento austro-ungarico, come diceva una amica triestina, da circa un anno e ciò che mi versa l'Inps non è poco, sia chiaro, nemmeno molto, ma più che sufficiente a condurre una vita dignitosa. Però, caro Presidente, rischia di non essere più così. Ricorda? Mens sana in corpore sano. Qualcuno ha proposto di rivalutare le pensioni al 100% fino a 1.250€ e solo al 45% l'eccedente, a parte che non ho più saputo nulla e qualche volta mi viene il dubbio che in un impeto di bontà sta cojonata che guarda caso me pija proprio in pieno, l'avete cancellata, ma essendo tendenzialmente pessimista ho paura di leggere, un giorno o l'altro, che la pensione ce l'avete tolta del tutto. Melius abundare quam deficere.
Insomma, Berluscò, so' preoccupato. Ho pagato tanti di quei contributi e tasse che a quest'ora avrei sistemato le figlie, m'avete buttato fuori dal mondo del lavoro, che nobile eufemismo, me tajate la pensione e c'avete pure intenzione de fa' quarche artra cosa pe' metteme le mani in tasca e l'ombrello al culo. De gustibus non est disputandum. Sivio, mi rivolgo a te come un padre. Guarda, io non sono come Giampi. Non sono abituato a una vita dispendiosa fatta di agi, grandi case, grandi ristoranti, grandi macchine, non ho mai avuto nemmeno una Ford Escort perché non me la potevo permettere, grandi donne. Di grande ho avuto solo i cosiddetti per quanto si gonfiavano, e lei ne sa qualcosa come ha detto all'amico Lavitola. Quello si che ha capito tutto.
Insomma, la faccio breve. Da Parigi ha avuto il buon gusto, deo gratias, di ricordare a tutti gli italiani che lei è un uomo buono e generoso che aiuta chi è in difficoltà. Come dicevo, non ho grandi pretese come Giampi, mi accontenterei di un 2.000 euro al mese, più le due mensilità extra. Con un anno azzererei i miei debiti e aiuterei la mia famiglia a non perdere quel livello di vita dignitoso che lei si è impegnato a mantenere per il povero Giampi. Aliena vitia in oculis habemus, a tergo nostra sunt.
Vede, sono comunista anche in questa richiesta. Mi accontento di poco, non voglio strafare, a quello pensano già i suoi amici che la fregano a rotta di collo. Prima dicevo che le parlavo come a un padre, era una cosa figurata. Sono andato via di casa a 19 anni perché non sopportavo quello vero, pensi un po'. Comunque una cosa gliela posso assicurare. Io non la porterei mai in tribunale ma nemmeno cambierei bandiera. Acta est fabula.
Se fosse interessato ad esaudire questa richiesta, lasci un commento. Grazie.
"E chi lo ha detto che lo voglia fare o che lo farò? E, poi se anche fosse?"
Dopo cinque minuti siamo finiti a parlare della schiava Isaura. Sarà che nun me regge più la capoccia, ma non ricordo il percorso "logico" che ci ha portato alla povera Isaura e alla sua triste storia raccontataci da una delle prime telenovelas sudamericane sbarcate in Italia. Indovinate chi dobbiamo ringraziare per questo splendido esempio di cinematografia e novellistica?
Sì, avete indovinato, l'immenso, incommensurabile Silvietto nazionale. Colui che tutti deridono nonostante si sia sacrificato per far crescere in cultura e democrazia la nostra povera Nazione priva di ideali, morali, sociali e politici. Ora grazie a lui possiamo definirci una nazione occidentale che fa della simil democrazia un vanto. Una nazione governata, insieme con Silvio, da un partito che fa della secessione mascherata da "magna oggi che domani nun se sa" uno dei principali cardini della propria politica. Ma non è di/per questo che voglio parlare di Silvio, anzi, parlare CON Silvio.
Caro Berlusconi,
mi rivolgo a lei come ultima ratio (butto lì qualche latinismo raccogliticcio così la faccio contento, so che lei è un fine latinista e grecista, ma di greco conosco solo lo tzatziki, mica come certi amici che conoscono anche "Sesso e pastorizia in versione greca". Sa, io non viaggio tanto e non ho nemmeno fatto il militare a Casale Monferrato o Cuneo. Sembra che da quelle parti ci sia passata mezza Italia. E lei, Presidente, dove ha fatto il militare?). Scusi la digressione. Dicevo, mi rivolgo a lei per risolvere un po' di problemi miei, dei miei familiari e di qualche amico. Cave canem. Io sarei in pensione, anzi, lo sono dopo aver lavorato solo 35 anni. Ma non è colpa mia se mi ritrovo a mangiar pane a tradimento, come sa di sale lo pane altrui (non è latino ma ci sta bene lo stesso), sulle spalle degli italiani. L'azienda era in crisi ,hic manebo optime, e io non servivo più. Dicevo, sono in pensione, o "penzione", con leggero tocco d'accento austro-ungarico, come diceva una amica triestina, da circa un anno e ciò che mi versa l'Inps non è poco, sia chiaro, nemmeno molto, ma più che sufficiente a condurre una vita dignitosa. Però, caro Presidente, rischia di non essere più così. Ricorda? Mens sana in corpore sano. Qualcuno ha proposto di rivalutare le pensioni al 100% fino a 1.250€ e solo al 45% l'eccedente, a parte che non ho più saputo nulla e qualche volta mi viene il dubbio che in un impeto di bontà sta cojonata che guarda caso me pija proprio in pieno, l'avete cancellata, ma essendo tendenzialmente pessimista ho paura di leggere, un giorno o l'altro, che la pensione ce l'avete tolta del tutto. Melius abundare quam deficere.
Insomma, Berluscò, so' preoccupato. Ho pagato tanti di quei contributi e tasse che a quest'ora avrei sistemato le figlie, m'avete buttato fuori dal mondo del lavoro, che nobile eufemismo, me tajate la pensione e c'avete pure intenzione de fa' quarche artra cosa pe' metteme le mani in tasca e l'ombrello al culo. De gustibus non est disputandum. Sivio, mi rivolgo a te come un padre. Guarda, io non sono come Giampi. Non sono abituato a una vita dispendiosa fatta di agi, grandi case, grandi ristoranti, grandi macchine, non ho mai avuto nemmeno una Ford Escort perché non me la potevo permettere, grandi donne. Di grande ho avuto solo i cosiddetti per quanto si gonfiavano, e lei ne sa qualcosa come ha detto all'amico Lavitola. Quello si che ha capito tutto.Insomma, la faccio breve. Da Parigi ha avuto il buon gusto, deo gratias, di ricordare a tutti gli italiani che lei è un uomo buono e generoso che aiuta chi è in difficoltà. Come dicevo, non ho grandi pretese come Giampi, mi accontenterei di un 2.000 euro al mese, più le due mensilità extra. Con un anno azzererei i miei debiti e aiuterei la mia famiglia a non perdere quel livello di vita dignitoso che lei si è impegnato a mantenere per il povero Giampi. Aliena vitia in oculis habemus, a tergo nostra sunt.
Vede, sono comunista anche in questa richiesta. Mi accontento di poco, non voglio strafare, a quello pensano già i suoi amici che la fregano a rotta di collo. Prima dicevo che le parlavo come a un padre, era una cosa figurata. Sono andato via di casa a 19 anni perché non sopportavo quello vero, pensi un po'. Comunque una cosa gliela posso assicurare. Io non la porterei mai in tribunale ma nemmeno cambierei bandiera. Acta est fabula.
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